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Bollettino meteo: temporale non registrato

Un archivista scopre sette bollettini su un temporale che nessun radar registra. Ogni file, però, conosce un indirizzo troppo preciso.

Pubblicato 23 Giugno 2026 16:01 6 minuti di lettura
Bollettino meteo: temporale non registrato

Alle 18:42 del 22 giugno, quando il cielo sopra la città era ancora chiaro ma le finestre degli uffici cominciavano a riflettere il buio dei corridoi, Matteo Rinaldi trovò il primo bollettino nel posto sbagliato. Non era dentro una cartella, non era catalogato, non portava il timbro dell'ente regionale. Era appoggiato sulla tastiera del terminale spento, con un angolo sollevato dall'aria del condizionatore e sette righe stampate in nero: pressione in crollo, vento assente, fulminazioni continue, precipitazione non misurabile. Sotto, dove di solito compariva la zona interessata, c'era scritto il suo indirizzo di casa.

Matteo lavorava da nove anni nell'archivio meteorologico dismesso di via Darsena, un edificio basso dietro la stazione, pieno di armadi metallici e vecchi pluviografi che nessuno aveva avuto il coraggio di buttare. Il suo incarico era noioso: digitalizzare fascicoli, controllare date, correggere nomi di località finite male nei database. Per questo capì subito che quel foglio non apparteneva alla serie storica. La carta era troppo bianca, l'inchiostro troppo fresco, e il codice in alto a destra riportava una sequenza impossibile: TB-0/00/0000-7.

Il temporale che non compariva da nessuna parte

La prima cosa che fece fu aprire le mappe radar. Nulla. Nessuna cella temporalesca in avvicinamento, nessuna nube convettiva registrata, nessun avviso della protezione civile. Sulle immagini satellitari il nord Italia appariva quasi pulito, con una fascia lattiginosa di nuvole alte verso ovest e un tramonto senza sorprese. Anche la stazione automatica sul tetto dell'archivio confermava la quiete: ventidue gradi, umidità al sessantaquattro per cento, vento da sud-est a tre chilometri orari.

Eppure, mentre Matteo confrontava i dati, sentì il primo tuono. Non arrivò dal cielo. Vibrò dentro gli scaffali, come se una lamiera enorme fosse stata piegata nel sotterraneo. Le luci al neon tremarono una volta sola. Dal corridoio dei microfilm arrivò il clic secco di un interruttore, poi un fruscio regolare, simile a pioggia contro un vetro. Matteo rimase fermo con le mani sulla scrivania. L'archivio non aveva finestre su quel lato.

Provò a chiamare Sara, la collega del piano superiore, ma il telefono restituì solo un soffio basso. Non il segnale di linea, non il vuoto digitale delle chiamate cadute: un respiro continuo, bagnato, quasi paziente. Quando riagganciò, il bollettino sulla tastiera era cambiato. Sotto il suo indirizzo era comparsa una nuova riga: osservatore presente in sede, conferma entro le 19:10.

Sette file senza origine

Nel server locale cercò il codice del documento. La cartella esisteva. Non avrebbe dovuto, ma esisteva, sepolta tra le scansioni del 1987 e un backup incompleto del 2003. Conteneva sette PDF, tutti creati negli ultimi tre minuti, tutti firmati da una stazione di rilevamento che non era mai stata installata. Matteo aprì il primo. Era identico al foglio sulla tastiera, ma in fondo riportava una piccola tabella: ora prevista, punto di impatto, danni attesi. Il punto di impatto era il balcone della sua cucina.

Il secondo file indicava il portone del condominio. Il terzo, la fermata dell'autobus davanti all'archivio. Il quarto, una cabina telefonica rimossa da anni. Il quinto mostrava solo coordinate, ma Matteo non ebbe bisogno di cercarle: erano quelle del cimitero comunale, settore vecchio, dove era sepolta sua madre. Il sesto PDF non si aprì. Il settimo, invece, aveva come titolo bollettino finale e una sola frase: quando il temporale non viene registrato, resta nell'unico luogo che lo ricorda.

Una stazione meteo isolata sotto nuvole nere, lontana dalle strade illuminateLa seconda rilevazione indicava una stazione senza operatori, ma con strumenti appena bagnati.

Fu allora che il rumore della pioggia diventò reale. Gocce grandi batterono sul pavimento alle sue spalle, una dopo l'altra, lasciando macchie scure tra le mattonelle. Matteo si voltò. Dal soffitto non scendeva acqua. Le gocce apparivano a mezz'aria, sempre nello stesso punto, come se cadessero da una nuvola minuscola sospesa sopra l'archivio. Ogni volta che toccavano terra, le stampanti ad aghi nella stanza accanto sputavano un nuovo foglio.

La conferma richiesta

Matteo raccolse il primo foglio appena stampato. Non era un bollettino, ma un modulo di conferma osservatore. C'erano il suo nome, il codice fiscale, la qualifica, perfino la firma digitalizzata che usava nei documenti interni. Mancava solo una casella da barrare: evento osservato direttamente. Sotto, in caratteri più piccoli, una nota spiegava che l'assenza di conferma avrebbe comportato la ripetizione del fenomeno presso il domicilio dell'osservatore fino a rilevamento completato.

Rise, perché per un secondo gli sembrò l'unica risposta possibile. Rise piano, senza convinzione, con la gola secca. Poi il telefono squillò. Sul display comparve il numero di casa sua. Matteo viveva solo. Lasciò squillare quattro volte, cinque, sei. Al settimo squillo rispose e udì, oltre il fruscio, la voce registrata del vecchio servizio meteo telefonico che suo padre chiamava negli anni Novanta. La voce elencò temperatura, pressione, visibilità. Alla fine aggiunse: «Precipitazioni intense in soggiorno. Osservatore assente. Confermare spostamento?»

Dal piano superiore arrivò un colpo, poi il rumore di passi rapidi. Matteo chiamò Sara, ma nessuno rispose. I passi si fermarono davanti alla porta dell'archivio e rimasero lì. Attraverso il vetro smerigliato vide una sagoma scura, molto vicina, con le spalle strette e la testa piegata verso il basso. La maniglia non si mosse. La sagoma alzò lentamente un braccio e appoggiò qualcosa al vetro: un altro bollettino, bagnato solo al centro, come se fosse stato tenuto sotto una pioggia verticale.

L'indirizzo dopo l'ultima riga

Matteo non aprì. Prese invece il vecchio registro cartaceo delle anomalie, quello che nessuno consultava più, e cercò il codice TB. Lo trovò in una nota manoscritta del 1974. Tre righe, nessuna spiegazione: temporale riferito da un solo osservatore; strumenti muti; impossibile archiviare; non chiedere seconda conferma. Accanto, una macchia d'acqua aveva cancellato il nome del tecnico. La pagina successiva era stata strappata, ma il bordo rimasto portava sette piccole bruciature.

Alle 19:09 il server emise un suono breve. Sullo schermo comparve una finestra di caricamento con una domanda: vuoi associare l'evento a un luogo verificabile? Matteo pensò al suo appartamento, al balcone, alle piante secche lasciate da settimane, alla cucina dove nessuno avrebbe dovuto rispondere al telefono. Pensò anche alla sagoma dietro la porta, immobile come un impiegato in attesa di un timbro. Se non confermava, il temporale sarebbe andato a casa. Se confermava, sarebbe rimasto lì.

Spuntò la casella. Non perché credesse al modulo, ma perché il pavimento ormai era coperto d'acqua fino alle caviglie e dalle prese elettriche usciva odore di ozono. Scrisse come luogo osservato: Archivio meteorologico di via Darsena, sala interrata. Premette invio. Per un istante tutto tacque. Anche la pioggia sospesa smise di cadere. Poi le luci si spensero e, nel buio, tutte le stampanti dell'edificio iniziarono a lavorare insieme.

La mattina dopo, Sara trovò l'archivio asciutto. Non c'erano allagamenti, non c'erano guasti, non c'erano tracce di Matteo. Sul terminale acceso lampeggiava una cartella nuova con sette file correttamente protocollati e una nota di sistema: evento archiviato con successo. Il suo indirizzo di casa era sparito da ogni documento. Al suo posto, nella riga del luogo interessato, compariva una dicitura più ampia: tutte le stanze in cui qualcuno conserva un temporale che non risulta da nessuna parte.

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VI

Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.