Creepypasta

Ho trovato il registro dei detenuti che non esistono

Un archivista digitalizza registri di Alcatraz e trova schede di detenuti assenti da ogni elenco, con fotografie scattate molti anni dopo la chiusura del carcere.

Pubblicato 11 Agosto 2026 13:00 8 minuti di lettura
Ho trovato il registro dei detenuti che non esistono

La prima scheda impossibile uscì dallo scanner alle 22:17, con il bordo destro mangiato dall’umidità e una fotografia che non apparteneva al 1934. Avevo già passato sei ore nella sala consultazione dell’archivio federale, davanti a un computer troppo nuovo per quel tavolo di metallo e a una pila di registri provenienti da Alcatraz. Il lavoro era semplice: digitalizzare ingressi, trasferimenti, note mediche, impronte, fotografie segnaletiche. Il tipo di lavoro che ti spegne la fantasia perché ogni casella pretende ordine. Poi vidi l’uomo della foto indossare un giubbotto tecnico con una cerniera di plastica moderna, la barba tagliata come nei cataloghi di vent’anni fa e, dietro la spalla, una parete coperta da vernice antincendio recente.

Il nome scritto sulla scheda era Elias Crowe, detenuto federale numero 411-AZ. Secondo il registro sarebbe entrato ad Alcatraz l’11 agosto 1934, insieme al primo gruppo di prigionieri trasferiti nella nuova penitenziaria. Il problema era che il modulo non aveva una data coerente. L’inchiostro diceva 1934, la carta diceva 1934, la grafia diceva 1934. La fotografia, invece, sembrava scattata dopo la chiusura del carcere. Non dopo di poco. Dopo decenni. C’era una grana da stampa chimica anni Ottanta o Novanta, una luce fluorescente piatta e, riflesso nell’occhio sinistro dell’uomo, il rettangolo chiaro di un cartello turistico.

Il fascicolo fuori sequenza

Non ero ad Alcatraz quella notte, almeno non fisicamente. Lavoravo in un deposito documentale a San Bruno, dove alcune casse erano state spostate per un progetto di indicizzazione. Le casse odoravano di sale, muffa secca e corda vecchia; quando le aprivi, lasciavano sulle dita una polvere grigia che sembrava cenere. Ogni cartella aveva un numero, ogni numero una scansione, ogni scansione una nota. Crowe non era previsto nell’elenco. Tra il 410 e il 412 doveva esserci un vuoto amministrativo, un errore di trasferimento già segnalato nel 1965. Invece il fascicolo era lì, infilato di traverso, con una linguetta nuova incollata sopra una più antica.

Controllai il database interno, poi il registro cartaceo, poi la microfilmatura. Elias Crowe compariva soltanto nella copia che avevo davanti. Nessuna condanna, nessun luogo di nascita, nessuna altezza, nessun colore degli occhi. Solo una riga battuta a macchina: “presente alla conta, assente al trasferimento”. Sotto, a penna rossa, qualcuno aveva aggiunto una frase che non avevo mai visto in un documento penitenziario: “non chiamare per nome se risponde dalla cella”. Rimasi fermo abbastanza a lungo da sentire il neon del soffitto cambiare frequenza. Non si spense. Fece soltanto quel tremolio basso che sembra venire dalle ossa dell’edificio.

La seconda anomalia arrivò quando provai a scansionare il retro della scheda. Sul cartoncino non c’era nulla, ma il file salvato dal programma mostrava un corridoio di celle. Non un’immagine chiara: una prospettiva stretta, sgranata, con le sbarre su entrambi i lati e una macchia scura in fondo. Pensai a un difetto del sensore, a una sovrapposizione, a una memoria rimasta nel buffer. Riavviai lo scanner, pulii il vetro, cambiai cartella. Quando rimisi il documento di Crowe, il corridoio ricomparve. Questa volta, in fondo, la macchia aveva una spalla.

Le fotografie dopo la chiusura

Aprii gli altri registri della stessa cassa. Non avrei dovuto: il protocollo imponeva di lavorare in sequenza, annotare, richiudere. Ma certe regole sono scritte per proteggere le carte, non chi le legge. Trovai altri cinque fascicoli non indicizzati. Tutti avevano numeri plausibili, tutti si infilavano in buchi reali della cronologia, tutti descrivevano uomini senza provenienza. Le fotografie erano la parte peggiore. Uno stava davanti alla mensa di Alcatraz con, sullo sfondo, una fila di visitatori in giacche colorate. Un altro era seduto su una branda, ma la branda aveva un materasso ignifugo moderno. Un terzo guardava l’obiettivo da dietro una rete di protezione installata molto tempo dopo la fine della prigione federale.

Le facce non erano vecchie. Non erano ringiovanite. Erano ferme. La pelle aveva l’età indefinita di chi è stato fotografato troppe volte nello stesso momento e non ha più trovato una direzione in cui cambiare. Ogni scheda portava una nota simile: presente alla conta, assente all’imbarco; presente in cella, non assegnato; visto durante la chiusura del blocco, negato dal registro. Era come se l’istituto avesse conservato una popolazione laterale, una lista parallela di persone amministrativamente impossibili, trattenute non dal cemento ma dalla necessità di essere contate.

/uploads/api/2026/08/inline-ho-trovato-il-registro-dei-detenuti-che-non-esistono-interna-medium.webp

Alle 23:04 chiamai Marlene, la responsabile del progetto. Non rispose. Le mandai tre foto scattate con il telefono, poi mi pentii subito: sullo schermo, l’immagine di Crowe sembrava più nitida che sulla carta. Il riflesso nell’occhio sinistro non mostrava più un cartello turistico. Mostrava la mia postazione, il mio scanner, il mio polso appoggiato al tavolo. Chiusi l’applicazione e misi il telefono a faccia in giù. Il deposito era silenzioso, ma da una delle casse aperte arrivò un rumore breve, asciutto, come una nocca battuta contro cartone spesso.

La conta che non finiva

Non credo ai fantasmi nel modo in cui si usa la parola nei tour notturni. Non credo alle lenzuola, alle ombre teatrali, alle voci registrate per suggestionare chi ha pagato il biglietto. Credo però agli edifici che insegnano abitudini alle persone, e Alcatraz era stata costruita intorno all’abitudine della conta. Ogni uomo nominato, ogni corpo verificato, ogni assenza trasformata in problema. Quella notte capii che una macchina del genere non smette davvero quando la chiudi. Se per trent’anni le dai nomi, numeri, celle e porte, poi le togli i detenuti, può restare affamata di conferme.

Il computer emise un suono di notifica. Marlene aveva risposto con un solo messaggio: “Non aprire altre schede. Esci.” Sotto, dopo pochi secondi, ne arrivò un altro: “Se hai già visto Crowe, non restare quando inizia la conta.” Lessi la frase tre volte. Poi, dal corridoio esterno al deposito, sentii una voce maschile pronunciare un numero. Non forte, non vicino. Quattrocentoundici. Una pausa. Quattrocentoundici. La serratura della porta non si mosse, ma la maniglia scese di mezzo centimetro e rimase così, inclinata, come trattenuta da qualcuno dall’altra parte.

Spensi lo scanner. Il file in corso non si chiuse. Sul monitor apparve una nuova immagine, generata senza documento sul vetro: una cella vuota, la parete scrostata, un lavabo metallico e una targhetta con il mio cognome. Non un numero qualsiasi. Il mio cognome, scritto con la stessa macchina da scrivere delle schede. La voce nel corridoio ripeté quattrocentoundici, poi disse un altro numero che non conoscevo, poi un altro ancora. Le casse, una dopo l’altra, risposero con piccoli colpi dall’interno. Non erano colpi casuali. Sembravano mani che bussavano per confermare presenza.

Il nome sulla targhetta

Presi le schede e feci la cosa più stupida: provai a rimetterle in ordine. Pensavo che richiudere la sequenza avrebbe richiuso anche il resto. Inserii Crowe tra 410 e 412, poi gli altri fascicoli nei rispettivi vuoti. Ogni volta che una cartella toccava il fondo della cassa, il corridoio fuori diventava più silenzioso. Quando mancò l’ultima, trovai sotto la pila un modulo bianco. Non era ingiallito. Non era vecchio. Aveva già la mia fotografia, scattata dall’alto, nella sala archivio. Indossavo gli stessi vestiti. Guardavo verso lo scanner. Sotto l’immagine, la riga era stata compilata a metà: “presente alla conta”.

Non ricordo di aver corso fino all’uscita. Ricordo il badge che non funzionava, il lettore rosso, il respiro che graffiava la mascherina antipolvere appesa al collo. Ricordo soprattutto la voce dietro di me, ormai dentro la sala, che non chiamava più numeri. Chiamava cognomi. Crowe. Mercer. Halloran. Il mio. Ogni nome aveva un’intonazione piatta, burocratica, senza rabbia. Non voleva spaventarmi. Voleva soltanto completare un lavoro rimasto aperto. Quando il badge finalmente aprì, qualcosa colpì il vetro dello scanner con tanta forza da far saltare la luce del deposito.

Marlene arrivò venti minuti dopo con due guardie e non mi chiese spiegazioni. Disse soltanto che alcune casse non dovevano essere arrivate in quel lotto. Tornammo dentro insieme. Lo scanner era spento, il vetro crepato dall’interno, le schede scomparse. Nella cartella temporanea del computer restava un solo file, corrotto, senza anteprima. Marlene lo cancellò senza aprirlo. Io vidi però il nome prima che sparisse: “count_continues_after_closure”. Non lo tradussi ad alta voce. Avevo paura che l’edificio capisse che avevo letto.

Quello che resta nel registro

Il giorno dopo firmai un accordo di riservatezza e lasciai il progetto. Mi dissero che non c’era stato nessun incidente, solo un errore di inventario, una serie di materiali turistici finiti tra documenti ufficiali. È una spiegazione pulita, abbastanza piccola da essere archiviata. Ma ho conservato una copia stampata del report automatico della scansione, perché il sistema registrò metadati che nessuno cancellò in tempo. Alla voce “origine immagine” non c’era scanner piano, né fotocamera, né importazione. C’era scritto “cella occupata”.

Da allora evito gli archivi dopo il tramonto e non visito prigioni trasformate in museo. A volte, quando un ufficio chiude e qualcuno legge ad alta voce l’elenco dei presenti per controllare chi resta dentro, mi si irrigidisce la nuca. Non per superstizione. Per memoria. Alcatraz aprì la sua stagione federale contando uomini che il mondo aveva già deciso di rinchiudere; forse alcuni non furono mai rilasciati nemmeno dalla carta. Forse un registro, se lo alimenti abbastanza a lungo, impara a preferire l’ordine alla verità. E se trova un nome mancante, non si chiede chi sei. Si chiede soltanto dove metterti.

Leggi anche

VI

Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.