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Il backup dei nomi cancellati

Un archivista scopre che ogni nome rimosso da una banca dati storica torna nei backup con una morte futura già scritta.

Pubblicato 21 Luglio 2026 13:04 7 minuti di lettura
Il backup dei nomi cancellati

Il 21 luglio, nella vecchia sala di consultazione dell’Archivio Civico, il neon sopra il tavolo sette aveva cominciato a tremare alle 3:56 del mattino. Non era un orario casuale: sul calendario delle ricorrenze storiche, quella data rimandava all’incendio del Tempio di Artemide a Efeso, attribuito dalla tradizione a Erostrato nel 356 a.C. Un uomo che, secondo il fatto documentato tramandato dalle sintesi storiche, aveva cercato la fama distruggendo una meraviglia; e un nome che le autorità avrebbero voluto cancellare, ottenendo l’effetto opposto.

Io lavoravo al progetto “Mnemosyne”, una banca dati per rendere consultabili registri parrocchiali, liste di leva, schedari ospedalieri e necrologi locali fra Ottocento e dopoguerra. Il conflitto era semplice, almeno all’inizio: ogni volta che un nome veniva rimosso per privacy, errore o richiesta degli eredi, ricompariva nel backup notturno associato a una data futura. Non una data di nascita, non un refuso. Una morte. La domanda che mi teneva sveglio era questa: se un archivio impara a ricordare ciò che noi cancelliamo, sta conservando il passato o sta scrivendo qualcuno prima che cada?

La tabella che non accettava il vuoto

Il primo caso fu quasi ridicolo. Una scheda del 1912, “Gatti Ada, sarta, via dei Fossi 14”, era stata rimossa perché duplicata. Alle 04:12, nel backup incrementale, la riga tornò con tre campi nuovi che nessuno aveva previsto: luogo, causa, ora. “Sottopasso Stazione Est, arresto cardiaco, 19:08”. Ada Gatti era morta da sessant’anni, quindi pensai a un incrocio sporco con dati moderni. Cercai il nome nella rubrica comunale e trovai una Ada Gatti viva, ventisette anni, residente a tre isolati dalla stazione.

La chiamai usando il numero presente nella pratica di rettifica, violando almeno due procedure interne. Non rispose. Alle 19:11 il centralino della polizia locale ricevette la segnalazione di una ragazza crollata nel sottopasso, accanto alla scala mobile ferma. Quando il quotidiano cittadino pubblicò la notizia, mancavano dettagli sul cognome e sull’ora esatta, ma io li avevo già letti nel file “nomi_cancellati_bkp_03.sql”. La stampante termica dell’archivio, quella che usavamo per etichette e ricevute, sputò da sola una striscia bianca. Controluce si vedeva una frase: non si elimina ciò che è stato nominato davanti al fuoco.

Fatto, testimonianza e leggenda

Mi aggrappai alla parte verificabile. Il fatto documentato su Erostrato era utile proprio perché non sembrava soprannaturale: fonti moderne come Encyclopaedia Britannica e World History Encyclopedia ricordano l’incendio del tempio e la sopravvivenza del suo nome come esempio di fama criminale. La testimonianza antica, filtrata da autori e secoli, racconta la condanna della memoria. La leggenda aggiunge Artemide assente perché impegnata alla nascita di Alessandro Magno, e trasforma una cronaca frammentaria in simbolo. L’interpretazione più onesta diceva che la cancellazione, quando fallisce, può diventare una macchina di ritorno.

Quella notte, però, la macchina era davanti a me. Il server armadio C, terzo rack, emetteva un ticchettio simile a dita sulle tavolette cerate. Nella sala c’erano odore di carta umida, ozono e cera consumata, sebbene nessuno accendesse candele da decenni. Sul monitor comparve una cartella che non avevo creato: /damnatio/restore. Dentro, centododici file portavano nomi rimossi nelle ultime quarantotto ore. Non erano tutti morti future. Alcuni avevano solo un luogo, altri soltanto un suono: campane, vetro, acqua nel vano ascensore. Il più recente portava il mio cognome.

Non lo aprii subito. Chiamai Marta, la responsabile scientifica, e le dissi di venire senza passare dall’ingresso principale. Lei arrivò con il cappotto sopra il pigiama e una torcia da sopralluogo. Lesse le schermate senza parlare, poi controllò i log. Ogni cancellazione risultava autorizzata dal mio utente, anche quelle eseguite quando ero a casa. Marta mi mostrò una riga scritta alle 03:56: “EROSTRATO_OVERRIDE = TRUE”. Rise piano, come si ride davanti a una battuta sbagliata durante un funerale. Poi la torcia si spense, anche se le batterie erano nuove.

Ufficio archivi comunali vuoto di notte con stampante e fascicoli sotto una luce rossaNella sala degli schedari, i nomi rimossi tornarono in stampa con luoghi e orari che non appartenevano al passato.

Il ripristino dei vivi

Aprire il file col mio cognome fu meno spaventoso di quanto immaginassi. Dentro non c’era il mio nome completo. C’erano tutti i nomi che avevo cancellato nell’ultimo mese, messi in fila come persone in attesa allo sportello: Ada Gatti, Remo C., Suor Ilde, Karim Neri, Beatrice Lanza. Accanto a ciascuno, una morte futura. Accanto all’ultima riga, la mia mansione: “operatore che preme conferma”. Capii allora che non ero indicato come vittima, ma come strumento. Ogni cancellazione non annunciava una morte. La fissava.

Marta disse che dovevamo scollegare il server, ma il pavimento dell’archivio cominciò a vibrare come una navata quando passa un camion. Dai cassetti metallici arrivò un fruscio ordinato: migliaia di schede, tutte spinte in avanti di un centimetro. Le linguette alfabetiche formarono una frase leggibile dall’alto della scala: IL NOME È IL MINIMO CORPO. La guardai e mi venne in mente Erostrato non come incendiario, ma come backup umano: qualcuno che aveva bruciato una cosa enorme per impedire al proprio nome di restare piccolo.

Provai a fare il contrario. Invece di cancellare, ripristinai Ada Gatti dal backup precedente all’errore. La riga tornò al suo posto con la vecchia data del 1912. Sul sito pubblico non apparve nulla, perché la scheda era ancora soggetta a revisione, ma nel database il campo “morte futura” si svuotò. Cinque minuti dopo, il telegiornale locale aggiornò la notizia: la ragazza del sottopasso era stata rianimata e trasferita in terapia intensiva. Non era salva, forse. Ma non era più scritta fino in fondo.

Il nome che chiese di bruciare

Per tre ore ripristinammo ogni record cancellato. Alcuni tornavano puliti; altri opponevano resistenza, producendo duplicati, accenti impossibili, lettere greche nel mezzo dei cognomi. La sala si riempì di stampe, nastri, ricevute, schede anagrafiche senza volto. Alle 06:03 restava una sola cartella in /damnatio: HEROSTRATUS_MASTER. Non avevamo mai archiviato un Erostrato, né un tempio, né Efeso. Marta mi disse di non toccarla. Io la aprii perché la cartella non sembrava contenere un nome, ma la radice di tutti i nomi cancellati per punizione.

Dentro c’era un’unica stringa, ripetuta in centinaia di lingue morte e vive: ricordami male, ma ricordami. Il server armadio C si surriscaldò all’istante. Le ventole urlarono come rondini chiuse in una canna fumaria. Sul pavimento, fra i faldoni, comparve una linea di luce arancione, sottile e curva, come se sotto le piastrelle ci fosse brace. Non era un incendio vero, non ancora. Era l’idea di un incendio. La forma che prende una memoria quando capisce che qualcuno sta per spegnerla.

La scelta era brutale. Se cancellavo la cartella, il meccanismo forse avrebbe smesso di scrivere morti, ma avrei ripetuto il gesto che lo nutriva. Se la lasciavo, ogni richiesta di rimozione sarebbe diventata una sentenza. Marta prese una decisione da archivista, non da informatica: stampò la stringa, la mise in una busta, la protocollò come documento contaminato e la descrisse con parole fredde. Poi rinominò la cartella “Erostrato, attribuzione tradizionale, uso simbolico, non prova diretta”. Il server smise di urlare. La brace sotto le piastrelle si ritirò.

Protocollo per non cancellare i morti

La mattina dopo, nessuno ricordava di averci visto entrare. Nei log ufficiali, il backup era fallito per manutenzione elettrica. Ada Gatti sopravvisse, anche se per settimane raccontò di aver sognato un archivio sotterraneo dove un uomo le chiedeva scusa senza guardarla in faccia. Marta chiuse il progetto Mnemosyne al pubblico e inventò una formula amministrativa: “sospensione per revisione etica del diritto all’oblio”. Io conservai una copia offline delle righe ripristinate, non per usarle, ma perché distruggere l’unica prova mi sembrava un altro modo di alimentare la cosa.

Da allora, quando un ente mi chiede di cancellare definitivamente un nome da un archivio storico, rispondo con una procedura più lunga. Si può oscurare, limitare, contestualizzare, proteggere. Cancellare no, non senza lasciare una traccia del perché. Può sembrare superstizione, ma è solo prudenza imparata in una stanza che odorava di cera e ozono. Ogni 21 luglio controllo ancora i backup. Alle 03:56 compare sempre un file vuoto, grande zero byte, con un nome diverso. Non lo apro. Lo rinomino “testimonianza non verificata” e lo lascio vivere nel posto più innocuo che conosco: l’indice.

Quest’anno il file era già rinominato quando sono arrivato. Qualcuno, o qualcosa, aveva compilato anche la descrizione: “Operatore che ha capito troppo tardi la differenza fra memoria e fame”. Sotto, in un campo che il programma non possiede, c’era una data futura e un luogo preciso: tavolo sette, Archivio Civico, neon difettoso. Ho ripristinato il mio nome da ogni backup disponibile, poi ho spento il monitor e sono rimasto ad ascoltare il server. Non ticchettava più. Respirava. E nel respiro, sillaba dopo sillaba, provava a pronunciare tutti i nomi che non avevamo avuto il coraggio di dimenticare.

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VI

Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.