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Registrazione di bordo non allegata

Un file audio compare nel cloud di un uomo: sembra una registrazione di bordo, ma la voce conosce il suo nome e attende il passeggero.

Pubblicato 19 Giugno 2026 16:00 6 minuti di lettura
Registrazione di bordo non allegata

Nel cloud di Riccardo c’era una cartella che non ricordava di avere creato. Non era nascosta, non aveva il puntino davanti al nome, non era finita nel cestino per sbaglio. Stava lì, tra le foto delle vacanze e i documenti del commercialista, con una data impossibile: 18 giugno, ore 23:17, ultimo accesso da un dispositivo sconosciuto.

La cartella si chiamava Board recorder. Dentro c’era un solo file audio, lungo tre minuti e quarantaquattro secondi, con un nome che sembrava generato da un sistema automatico: CVR_18-06_FINAL_NOT_ATTACHED.wav. Riccardo non lavorava in aeroporto, non aveva mai pilotato nulla e, da anni, prendeva il treno anche per tratte che chiunque altro avrebbe coperto in aereo. Da bambino aveva visto un servizio televisivo su un incidente avvenuto proprio il 18 giugno e da allora il rumore dei carrelli in decollo gli dava una nausea fredda.

Il file comparso dopo mezzanotte

All’inizio pensò a uno scherzo. Un amico con la password vecchia, un backup automatico impazzito, una truffa messa lì per spingerlo ad aprire qualcosa. Fece quello che si fa quando non si vuole avere paura: guardò i dettagli tecnici. Il file pesava poco, era stato caricato da un indirizzo IP non riconosciuto e non risultava condiviso con nessuno. La piattaforma mostrava una nota breve, quasi burocratica: “allegato non completato”.

Riccardo rise, ma la risata gli uscì a metà. Nel silenzio del soggiorno, il frigorifero fece un colpo secco e lui si accorse di stare trattenendo il respiro. Il cursore rimase sopra il triangolo di riproduzione per quasi un minuto. Fu il pensiero della cancellazione a convincerlo: se lo avesse eliminato senza ascoltarlo, avrebbe continuato a immaginarlo per settimane. Premette play.

Tre minuti di cabina vuota

Il primo suono era un fruscio basso, granuloso, come vento registrato attraverso una porta chiusa. Poi arrivò un bip regolare, distante. Non c’erano voci, solo una vibrazione metallica che saliva e scendeva. Riccardo alzò il volume. A un certo punto gli sembrò di sentire una respirazione, ma non era umana: era troppo ampia, troppo lenta, come se l’intero abitacolo stesse inspirando.

Dopo quaranta secondi comparve una frase, coperta dal rumore. Non era in inglese tecnico, non era un messaggio di bordo. Era italiano. Una voce maschile disse: “Non è allegata perché non deve arrivare prima.” Riccardo mise in pausa. La stanza, intorno a lui, pareva più grande. Guardò la finestra, il riflesso del proprio viso sul vetro, e per un istante ebbe l’impressione che dietro la sua spalla ci fosse il profilo scuro di un sedile.

Il nome letto dalla voce

Rimandò indietro di dieci secondi. La frase era ancora lì. Non poteva essere un errore di percezione. La voce aveva quella calma da registrazione consumata, ma sotto c’era una fatica strana, come se chi parlava stesse leggendo da un foglio bagnato. Riccardo controllò il telefono, cercò notifiche di accesso, cambiò password. Poi il file ripartì da solo.

Questa volta, al minuto due, la voce pronunciò il suo nome completo. Non “Riccardo”, non un suono simile. Nome e cognome, con la stessa inflessione con cui sua madre lo chiamava quando era arrabbiata. Seguì un rumore di carta strappata, poi una seconda voce, più lontana, domandò: “È a bordo?” La risposta arrivò dopo un colpo secco: “Non ancora.”

Riccardo chiuse il portatile. Lo schermo restò acceso un secondo di troppo, illuminando il tavolo con una luce blu. Dalla cassa, benché il coperchio fosse abbassato, uscì un sibilo breve. Sembrava una cintura che scatta.

La cartella che tornava sempre

La cancellò. Svuotò il cestino. Disconnesse l’account da tutti i dispositivi e chiamò l’assistenza, fingendo un problema di sicurezza. L’operatore fu gentile, rapido, inutile. Non risultavano accessi anomali. Non risultava alcuna cartella con quel nome. Riccardo, davanti alla schermata pulita, provò un sollievo quasi vergognoso.

Durò fino alle 23:17 del giorno dopo. La cartella tornò identica, ma il file era cambiato: stessa durata, stesso formato, una data nuova. Stavolta non ebbe il coraggio di ascoltarlo. La lasciò lì e andò a dormire con il telefono spento. Si svegliò alle 3:44, sudato, perché dal corridoio arrivava un segnale acustico regolare. Bip. Pausa. Bip. Pausa. Aprì la porta e trovò il portatile sul pavimento, acceso, anche se ricordava di averlo lasciato sulla scrivania.

Schermo scuro con una traccia audio aperta in una stanza vuota

Una traccia senza mittente può sembrare più reale di una voce nella stanza.

Una traccia che non finiva nel punto giusto

Il secondo ascolto fu peggiore perché non conteneva urla. Le urla aiutano: danno alla paura una forma riconoscibile. Nel file c’erano invece piccoli rumori ordinati. Il clic di un interruttore. Una matita che batteva tre volte. Un microfono spostato. Poi la voce disse: “Registrazione di bordo non allegata al fascicolo passeggeri.”

Riccardo scrisse quella frase su un foglio, più per inchiodarla alla carta che per capirla. Quando sollevò la penna, sotto la frase ne trovò un’altra che non ricordava di avere scritto: “Fila 18, posto F”. Aveva una calligrafia simile alla sua, ma più inclinata, più vecchia.

Non aveva viaggi prenotati. Controllò la posta, le app, il calendario. Niente. Poi arrivò una email da una compagnia aerea con oggetto “modifica assegnazione posto”. Era indirizzata a lui, ma non conteneva biglietti, orari o destinazioni. Solo una riga: “La registrazione sarà allegata dopo l’imbarco.”

Il volo che non risultava da nessuna parte

Nei giorni successivi Riccardo diventò metodico. Fotografò lo schermo a ogni comparsa della cartella, registrò video mentre la cancellava, salvò le intestazioni delle email. Ogni prova perdeva significato appena provava a mostrarla a qualcuno. Nei video, il nome del file era sfocato. Negli screenshot, la cartella appariva come un quadrato grigio senza etichetta. Le email, inoltrate, arrivavano vuote.

La notte del 18 giugno, alle 23:17, il file cambiò nome per la terza volta: CVR_PASSENGER_CONFIRMED.wav. Riccardo non lo aprì. Fu il file ad aprirsi. La voce, più vicina, disse: “Il passeggero ha ricevuto l’allegato.” Poi seguì un rumore di fondo diverso, un coro di respiri trattenuti, e in mezzo a quel coro un bambino chiese se mancasse molto all’atterraggio.

Riccardo sentì sotto i piedi una vibrazione che non apparteneva al pavimento. Le pareti del soggiorno sembrarono stringersi, come pannelli di plastica. La luce sopra il tavolo lampeggiò una volta, rivelando per un istante una fila di finestrini al posto della libreria.

Quando il cloud resta acceso

La mattina dopo il suo appartamento era normale. Il portatile, però, mostrava una schermata mai vista: caricamento completato, allegato disponibile. Nella cartella c’erano due file. Il primo era la registrazione. Il secondo era un PDF con una sola pagina bianca e una linea in fondo: “Firma del passeggero”.

Riccardo non firmò. Stampò il foglio, lo bruciò nel lavandino e buttò il computer in un centro di raccolta elettronica dall’altra parte della città. Per tre settimane non accadde niente. Poi, un venerdì pomeriggio, un collega gli chiese se potesse recuperare un documento condiviso. Riccardo aprì il nuovo portatile dell’ufficio, entrò nel cloud aziendale e vide una cartella non sua, creata alle 23:17.

Dentro c’era un file audio lungo tre minuti e quarantaquattro secondi. Non portava più il suo nome. Portava il tuo.

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VI

Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.