Creepypasta

Registro di sala, posto 1613

Nel registro di un teatro compare ogni notte un biglietto per un posto inesistente, firmato da uno spettatore legato all'incendio del Globe del 1613.

Pubblicato 30 Giugno 2026 10:42 6 minuti di lettura
Registro di sala, posto 1613

Il biglietto apparve sul banco alle 23:17, quando il Teatro San Prospero era già chiuso e le ultime luci della platea tremavano come braci sotto la cupola. Marta Rinaldi, maschera da diciassette anni, stava contando i programmi rimasti dopo la replica quando vide il cartoncino color avorio infilato sotto il registro di sala. Sembrava appena stampato, ma portava una data impossibile: 29 giugno 1613.

Sul fronte c'era scritto posto 1613. Non fila, non balconata, non palco. Solo posto 1613, come se il teatro avesse una sedia numerata dentro un'altra epoca. Il San Prospero ne contava settecentodue. Marta rise piano, perché a fine turno si ride di tutto pur di non ammettere la stanchezza. Poi girò il biglietto e trovò una firma sottile: Elias Ward, spettatore.

Il nome che non figurava in nessun elenco

Il mattino dopo lo mostrò a Giulio, il responsabile di sala. Lui pensò a uno scherzo degli attori e aprì il vecchio armadio degli oggetti ritrovati, che odorava di velluto, polvere e pioggia. Dentro c'erano ventagli rotti, sciarpe, guanti spaiati, una dentiera dimenticata nel 1988 e tre registri pieni di grafie morte. Nessun Elias Ward. Nessun posto 1613. Nessuna replica speciale collegata a quella data.

Giulio, che amava correggere tutti, disse che il 29 giugno 1613 era il giorno in cui il Globe Theatre di Londra bruciò durante una rappresentazione di Henry VIII: un colpo di cannone scenico, il tetto di paglia, il fuoco salito troppo in fretta. «Ma qui non c'entra niente», aggiunse. Lo disse abbassando la voce.

Quella sera Marta controllò la pianta della sala per scrupolo. Le file finivano alla M, i palchi avevano numeri ordinati, i corridoi erano gli stessi di sempre. Solo nel registro elettronico, alle 23:17 precise, compariva una vendita cancellata da un operatore inesistente. Importo zero. Settore: sala. Posto: 1613. Metodo di pagamento: contanti.

Una poltrona oltre la quinta

Il secondo biglietto arrivò dopo la replica del venerdì. Marta lo trovò sopra una poltrona della fila H. La sala era vuota, ma sul velluto rosso restava l'impronta fresca di qualcuno seduto da poco: schienale caldo, cuscino infossato, un granello di cenere sul bracciolo. Non cenere di sigaretta. Sembrava paglia bruciata.

Quando alzò gli occhi verso il palcoscenico, il sipario era fermo. Eppure dietro la stoffa arrivava un rumore di legno calpestato. Non passi moderni, non suole di gomma. Un battere secco, seguito da un brusio lontano, simile al pubblico che trattiene il fiato prima di un incendio. Marta chiamò Giulio, ma il rumore cessò appena lui entrò dalla porta laterale.

Il nuovo biglietto aveva la stessa firma. Sotto, però, c'era una riga in più: la mia scena non è ancora finita. Giulio lo chiuse in una busta trasparente e decise di non parlarne agli attori. «I teatri sono pieni di cretini fantasiosi», disse. Ma prima di spegnere le luci controllò due volte il quadro elettrico, le uscite antincendio e il secchio di sabbia decorativo che nessuno aveva mai usato.

Il registro cominciò a scrivere da solo

La settimana successiva il San Prospero ospitava una compagnia inglese. Coincidenza, assicurò Giulio. La sera della prova generale, però, il registro cartaceo di sala si aprì da solo sul banco, facendo frusciare le pagine come un animale chiuso in una scatola. Marta lo vide dal corridoio: la penna, lasciata accanto alla campanella, rotolò fino al margine e cominciò a tracciare una lista di spettatori. Non nomi del presente. Nomi stretti, storti, con l'aria di appartenere a un pubblico entrato quattrocento anni prima e mai uscito davvero.

Balconata teatrale abbandonata con una sedia impossibile numerata 1613 nella penombraLa sedia non compariva nella pianta della sala, ma il registro la contava ogni notte.

In fondo alla pagina comparve Elias Ward. Accanto al nome, nella colonna del posto, il numero 1613 si allungava oltre il margine, ripetuto come una febbre: 1613, 1613, 1613. Marta afferrò la penna e la gettò a terra. La punta continuò a muoversi sul pavimento, graffiando il legno con un suono minuscolo. Scrisse una sola parola prima di fermarsi: presente.

Da quella notte la sala cambiò in modi che si potevano sempre negare. Una fila sembrava più lunga nello specchio del foyer. Il corridoio dei palchi odorava di fumo solo quando era vuoto. Durante le prove le sedie scricchiolavano una alla volta, come se qualcuno si accomodasse seguendo un ordine invisibile.

La replica con un posto in più

Il 29 giugno arrivò con un temporale basso e caldo. Il teatro era pieno, nonostante l'aria elettrica e la pioggia che batteva sui vetri del foyer. Marta fece entrare gli spettatori contando i biglietti con un'attenzione quasi feroce. Settecentodue ingressi. Settecentodue persone. Nessun Elias Ward. Nessun cartoncino avorio. Per la prima volta dopo giorni, pensò che forse la paura si era stancata di lei.

Durante il secondo atto, però, il sistema antincendio emise un bip breve. Marta salì in galleria, seguendo l'odore. Non era fumo vero, non ancora. Era memoria di fumo: paglia calda, polvere, stoffa bruciata altrove. In fondo alla balconata vide una sedia in più, stretta fra due poltrone dove non c'era spazio. Sullo schienale brillava una targhetta di ottone: 1613.

Seduto lì c'era un uomo con un cappello scuro, il volto rivolto al palcoscenico. Non applaudiva. Non respirava. Teneva sulle ginocchia un programma di sala annerito ai bordi. Quando Marta fece un passo, lui parlò senza voltarsi: «Mi hanno venduto un posto per una rappresentazione che non finisce.» La voce non usciva dalla sua bocca, ma dalle pareti, dal soffitto, dalle quinte, da ogni asse di legno che avesse mai creduto di essere salva dal fuoco.

Marta avrebbe potuto correre. Invece guardò il palcoscenico e vide, dietro la scena moderna, un altro teatro: tondo, aperto al cielo, gremito di facce pallide illuminate da una fiammata. Non era una visione completa, ma una fessura, come quando il sipario si apre troppo presto. Da quella fessura cadde un nuovo biglietto, lento come una foglia bruciata.

Il posto rimasto vuoto

Giulio la trovò alla fine dello spettacolo, seduta nella balconata, con il registro sulle ginocchia. La sedia in più non c'era. Gli spettatori uscivano ridendo, ignari, lamentandosi della pioggia. Nessuno aveva visto l'uomo. Nessuno aveva sentito la sua voce. Sul registro, però, una mano sconosciuta aveva aggiunto una cifra: settecentotre.

Da allora il San Prospero conserva una regola non scritta. Dopo ogni replica del 29 giugno, la maschera di turno lascia un programma pulito sulla balconata e non conta mai le sedie ad alta voce. Il posto 1613 non compare nelle mappe, né nei biglietti online, né nelle planimetrie per la sicurezza. Compare solo quando la sala è piena e qualcuno, da qualche parte fra le quinte, ricorda il rumore di un tetto che prende fuoco.

L'ultimo biglietto Marta lo trovò anni dopo, la sera in cui decise di andare in pensione. Era nascosto nel registro, alla pagina bianca dopo l'ultima stagione. Sul fronte c'era il suo nome. Sul retro, la firma di Elias Ward era quasi scomparsa, coperta da una cenere fine che non sporcava le dita. Sotto, con una grafia nuova, qualcuno aveva scritto: la sala non resta mai vuota; cambia soltanto chi controlla le porte.

Leggi anche

VI

Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.