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Traccia audio 1284

Un restauratore digitalizza una melodia medievale: ogni ascolto sottrae una voce dal coro e aggiunge quella di chi sta ascoltando.

Pubblicato 27 Giugno 2026 16:11 5 minuti di lettura
Traccia audio 1284

Il file arrivò senza nome, allegato a una mail vuota, alle 03:17 di un martedì in cui il server dell'archivio civico non avrebbe dovuto ricevere nulla dall'esterno. Mara Leone se ne accorse solo al mattino, quando aprì la cartella dei materiali da restaurare e trovò un tracciato audio di quarantadue secondi, salvato in un formato troppo pulito per essere antico e troppo sporco per essere moderno. La data nei metadati diceva 26 giugno 1284. Non era possibile, naturalmente. Proprio per questo lei lo mise in coda prima di tutti gli altri.

Mara lavorava sulle registrazioni rovinate: nastri scoloriti, cilindri spezzati, canti popolari catturati male durante feste di paese finite da decenni. Aveva imparato a riconoscere il rumore della polvere, la firma del rame consumato, perfino il soffio elettrico lasciato da certi microfoni sovietici. Quella traccia, invece, respirava. Non nel senso poetico in cui lo dicono i tecnici quando una registrazione sembra viva. Respirava davvero, piano, tra una nota e l'altra, come se qualcuno fosse rimasto accanto allo strumento aspettando che il restauro cominciasse.

La melodia che non stava nel file

La prima analisi mostrò tre voci maschili, due femminili e un flauto sottile, quasi nascosto sotto una vibrazione grave. Mara alzò le frequenze alte e il flauto sparì. Abbassò i bassi e sparì il coro. Ogni correzione sembrava togliere qualcosa e aggiungere qualcos'altro: una sillaba dietro un colpo di vento, un passo su pietra, un respiro infantile dove prima c'era solo fruscio. Dopo due ore di lavoro, il programma le segnalò un'anomalia banale e impossibile. La durata era diventata quarantatré secondi.

Riascoltò dall'inizio. Le voci non cantavano in latino, né in tedesco antico, né in una delle forme liturgiche che conosceva. Sembravano pronunciare nomi, ma ogni nome veniva tagliato prima dell'ultima lettera. A metà traccia compariva un colpo secco, forse una porta, forse un banco chiuso di scatto. Poi il flauto prendeva il posto del coro e restava solo per cinque secondi, così vicino da dare l'impressione che il suonatore fosse entrato nella stanza di Mara senza aprire la porta.

Il coro perdeva una voce per volta

Alle 11:06, Mara chiamò Enrico, il collega che si occupava delle pergamene medievali, e gli chiese se la data gli dicesse qualcosa. Lui rise, poi smise di ridere quando lei nominò il ventisei giugno. Le parlò della tradizione di Hamelin, della scomparsa dei bambini guidati dal Pifferaio, delle versioni antiche in cui i ratti non c'erano ancora. Mara annotò tutto senza convinzione. L'archivio era pieno di coincidenze belle da raccontare e povere da dimostrare. Poi fece ascoltare il file a Enrico in vivavoce.

Quando la traccia finì, lui non disse nulla. La linea restò aperta abbastanza a lungo da farle sentire un rumore di sedie, un oggetto caduto, forse un telefono appoggiato male. Mara richiamò subito. Nessuna risposta. Dopo tre tentativi, riaprì il file per isolare meglio il coro e vide che le voci erano diventate sei. Una aveva un timbro familiare: una erre appena arrotata, una fatica leggera nel prendere fiato prima delle parole. Enrico aveva sempre parlato così quando cercava di non sembrare spaventato.

Cappella abbandonata con bobina audio su una panca di legnoLa seconda analisi indicò un ambiente chiuso, pietra antica e una sorgente sonora che cambiava posizione a ogni ascolto.

Ogni ascolto lasciava una stanza più vuota

Mara avrebbe dovuto spegnere tutto. Invece fece quello che fanno le persone addestrate a salvare tracce fragili: duplicò il file, lo mise su un disco separato e avviò una copia di sicurezza. La barra di progresso arrivò al novantanove per cento e si fermò. Dalle casse uscì il flauto, anche se il player era chiuso. Nel corridoio dell'archivio si spensero tre luci in successione, non insieme, ma una dopo l'altra, come se qualcuno stesse passando sotto i sensori con passo regolare.

Scese al piano inferiore per cercare il custode. Il banco era vuoto, il registro visite aperto. Sull'ultima riga non c'era una firma, solo una serie di segni curvi che ricordavano note musicali scritte da una mano troppo giovane. Dalla sala consultazione arrivava un mormorio. Mara entrò e trovò dodici sedie ordinate in cerchio, tutte rivolte verso il vecchio lettore a bobine che non veniva usato da anni. Il nastro girava senza nastro. Al centro del cerchio, sul pavimento, c'era la sua stampa della forma d'onda, ma il tracciato non corrispondeva più al file: sembrava una fila di persone vista dall'alto.

La voce nuova

Alle 12:28 registrò un messaggio per se stessa, perché le mani le tremavano troppo per scrivere. Disse il proprio nome, la posizione del file, l'ora esatta e una frase che poi non ricordò di aver pronunciato: “Se lo ascolti fino alla fine, non cercare di rispondere quando ti chiamano”. Subito dopo, dal computer del laboratorio arrivò una notifica. Restauro completato. Durata: quarantacinque secondi. Numero di canali: tredici. Mara tornò di sopra senza prendere l'ascensore, contando i gradini per non sentire il flauto.

Nel laboratorio, la schermata mostrava il file aperto e un nuovo livello audio, colorato di rosso. Lei mise le cuffie sul tavolo, non sulle orecchie, e premette play a volume minimo. Le voci cantarono più piano del solito, come se fossero lontane dietro un muro. Poi una voce femminile, nitida, disse “Mara” senza cantare. Non era una richiesta. Era una verifica di presenza. Il cursore avanzò fino all'ultimo secondo e si fermò lì, immobile, mentre la traccia continuava ad allungarsi nel silenzio.

Quando la trovarono, il giorno dopo, l'archivio era chiuso dall'interno e tutti i dispositivi risultavano spenti. Di Mara restavano il badge sulla scrivania, il telefono scarico e una cartella chiamata NON RIPRODURRE. Dentro c'era un solo file, rinominato automaticamente dal sistema: traccia_audio_1284_master_finale.wav. Gli investigatori dissero che era corrotto, perché ogni tentativo di aprirlo produceva una durata diversa. Il tecnico più giovane, quello che volle ascoltarne almeno un frammento per scrivere la relazione, sostenne di aver sentito un coro lontano e un flauto appena dietro la nuca. La settimana successiva sua madre ricevette una telefonata senza numero. Dall'altra parte, tra tredici voci che cantavano nomi incompleti, ce n'era una nuova che chiedeva piano di abbassare il volume.

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VI

Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.