
Marco guidava quella strada da così tanti anni che avrebbe potuto farla a occhi chiusi, eppure quella sera aveva acceso lo stesso il navigatore, più per abitudine che per reale bisogno. Tornava da una cena con vecchi compagni di università, erano quasi le undici e mezza, e la provinciale che collegava la città al paese era buia e deserta come sempre a quell'ora. Ai lati scorrevano le sagome nere dei campi arati, qualche cascina con una luce accesa al piano terra, il profilo basso delle colline contro un cielo senza stelle. Conosceva ogni curva, ogni dosso, perfino il punto in cui la radio perdeva per qualche secondo il segnale, da anni ormai, senza che fosse mai cambiato nulla.
Era stanco più del solito, con quella sensazione pastosa che arriva dopo una cena lunga e troppo vino, e guidava con il finestrino leggermente abbassato per tenersi sveglio con l'aria fredda. Pensava a niente di preciso, ai discorsi della serata, al fatto che l'indomani avrebbe dovuto alzarsi presto, lasciando che la mente vagasse libera come faceva sempre nell'ultimo tratto di strada verso casa, quando la voce del navigatore interruppe quel vuoto quasi piacevole dei suoi pensieri.
Al secondo casello la voce guida annunciò la solita indicazione, "tra cinquecento metri mantieniti sulla destra", ma qualcosa nel tono non tornava: la sillaba si allungò per un istante, come se la voce incespicasse su una parola nuova, poi riprese il percorso consueto senza aggiungere altro. Marco pensò a un difetto di connessione e non ci diede peso.
Pochi chilometri più avanti, l'indicazione cambiò davvero: "tra trecento metri, svolta a destra per Selvapiana". Guidava quella strada da dieci anni e non aveva mai sentito nominare un paese con quel nome, né aveva mai visto una diramazione in quel punto, dove ricordava solo un rettilineo fiancheggiato da campi.
Ignorò l'indicazione e proseguì dritto. Il navigatore ricalcolò il percorso e ripeté la stessa svolta, questa volta con un'insistenza che gli parve quasi fuori luogo per una macchina: tornava a proporre Selvapiana ogni volta che la strada si allontanava di qualche centinaio di metri, come se non riuscisse ad accettare un'alternativa.
Erano passate da poco l'una, era stanco, e l'ostinazione dell'apparecchio cominciava a infastidirlo più del sonno. Pensò a lavori stradali più avanti, a una deviazione segnalata chissà dove e recepita in automatico, e decise di assecondarla solo per farla smettere di ripetersi.
Svoltò. L'asfalto cambiò quasi subito, più stretto e crepato, senza le strisce bianche che delimitavano di solito la carreggiata. Mancavano anche i punti di riferimento che conosceva a memoria — il distributore con l'insegna gialla, il capannone abbandonato con il tetto sfondato — sostituiti da una fila di alberi spogli che non ricordava di aver mai visto da quelle parti. Anche la vegetazione sembrava diversa, più fitta, come se la strada attraversasse un bosco che sulla cartina non avrebbe dovuto esserci, con i rami alti che si chiudevano sopra l'auto formando una galleria scura.
Dopo una curva comparve un cartello arrugginito, piegato su un lato, che indicava Selvapiana a quattro chilometri. Marco era cresciuto in quella zona, la conosceva palmo a palmo, eppure quel nome non gli diceva nulla, come se appartenesse a una geografia leggermente spostata rispetto a quella che aveva sempre percorso.
A un certo punto gli venne in mente di avvisare la moglie che avrebbe fatto tardi, e cercò il telefono a tastoni sul sedile del passeggero. Lo schermo si accese regolare, ma la tacca del segnale era sparita del tutto, sostituita da un simbolo che non ricordava di aver mai visto prima su quell'apparecchio. Provò a spegnere e riaccendere la modalità aereo, come aveva sentito dire che a volte funzionava, ma il risultato non cambiò, e lasciò cadere il telefono di nuovo sul sedile, dicendosi che l'avrebbe richiamata appena possibile.
La nebbia si infittì tutta insieme, in pochi secondi, fino a inghiottire i margini della strada. La radio, che fino a un momento prima trasmetteva musica, cominciò a gracchiare; cambiò stazione, ma il disturbo rimase identico su ogni frequenza. Guardò il telefono sul sedile: nessuna tacca di segnale.
Si accorse solo allora del silenzio innaturale che li circondava, lui e l'abitacolo. Niente insetti contro il parabrezza, niente fruscio del vento tra i rami, come se il paesaggio fuori avesse smesso di respirare insieme al motore.
Le finestre accese di un borgo silenzioso, dove nessuno sembra guardare fuori.
Distolse lo sguardo un attimo per controllare l'orologio del cruscotto e, quando lo riportò sulla strada, ebbe la sensazione che fosse passato più tempo di quanto gli sembrasse. Pensò a tornare indietro, ma la carreggiata era troppo stretta per un'inversione comoda, e proseguire gli parve, in quel momento, l'opzione più semplice.
Più avanti vide delle luci, basse e distanti, raggruppate come le finestre di un piccolo centro abitato. Preferì raggiungerle piuttosto che restare fermo in mezzo al nulla con la nebbia che continuava a stringersi intorno all'auto.
Il paese, se così si poteva chiamare, era una manciata di case basse con le finestre illuminate ma nessuno dietro i vetri, persiane accostate, strade vuote. Il navigatore disse, con la stessa voce calma di sempre, "sei arrivato a destinazione", anche se Marco non aveva mai digitato nessun indirizzo.
Mano a mano che si avvicinava, notava dettagli che non quadravano con l'idea di un paese vivo: una bottega con la saracinesca a metà, un'insegna così sbiadita da non lasciar leggere più nulla, una bicicletta appoggiata a un muro con la ruota che girava ancora piano, come se qualcuno l'avesse lasciata cadere un istante prima. Dei panni stesi tra due finestre pendevano immobili, nonostante l'aria, pochi minuti prima, fosse tutt'altro che ferma. Nell'aria c'era un odore vago di legna bruciata, benché nessun camino sembrasse acceso, e il freddo si era fatto più pungente di quanto l'auto segnalasse.
Fermò l'auto lasciando il motore acceso e spense i fari per vedere meglio. Nessun cane abbaiò, nonostante le case intorno sembrassero abitate. Da qualche parte un campanile batté le ore, ma i rintocchi non corrispondevano a nessun orario sensato per quella notte.
Mentre restava fermo a guardare le case, gli parve di vedere una tenda muoversi dietro una delle finestre illuminate, lo scatto rapido di un tessuto che ricade, come se qualcuno si fosse appena ritirato dalla vista. Restò immobile qualche secondo, aspettando che si ripetesse, ma dietro il vetro non si mosse più nulla.
Bastò quello a convincerlo. Riaccese i fari, ingranò la retromarcia con cautela e cercò di tornare sui propri passi. Lo schermo del navigatore, però, mostrava solo una linea senza nome, con il puntatore che girava su se stesso senza riuscire a fissare una posizione.
Decise di fidarsi della memoria più che dell'apparecchio e ripercorse la strada a ritroso, superando di nuovo il cartello per Selvapiana, questa volta rivolto nella direzione opposta a come lo ricordava. Il tragitto gli sembrò durare molto più dell'andata, con la sensazione costante di avere qualcosa alle spalle, visibile per una frazione di secondo nello specchietto prima di sparire di nuovo nella nebbia, finché l'asfalto non tornò largo e segnato, e all'orizzonte comparvero le prime luci dell'alba sulla provinciale che conosceva da sempre.
Nei giorni seguenti cercò quel nome su ogni mappa che gli capitò sottomano, senza trovare traccia di un paese o anche solo di una frazione chiamata così in tutta la zona. Telefonò a un amico cresciuto in quelle campagne, che non ne aveva mai sentito parlare, e finì per convincersi che fosse stata solo stanchezza unita alla nebbia di quella notte.
Oggi la racconta nei pochi momenti in cui la conversazione scivola su storie di strade sbagliate, in un bar di provincia dove ogni cliente abituale sembra avere un episodio simile da aggiungere, mezzo serio e mezzo no. C'è sempre qualcuno che annuisce a bassa voce, che dice di conoscere una persona a cui è successo qualcosa di simile su un'altra strada, con un altro nome al posto di Selvapiana, come se la storia cambiasse veste ogni volta che passa di bocca in bocca.
È lui per primo ad ammettere che la memoria gioca brutti scherzi dopo mezzanotte, e che forse fu solo nebbia e stanchezza, un calo di attenzione dopo troppe ore di guida. Ma c'è chi giura di aver sentito la stessa storia raccontata da un camionista che percorre spesso quella provinciale, con un nome diverso al posto di Marco, e lo stesso identico cartello per Selvapiana che compare solo a chi guida da solo, troppo stanco, troppo tardi, con il navigatore acceso per abitudine e non per bisogno.


