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Il vicino spegneva la luce da una casa disabitata

Ogni domenica una luce si spegne un piano più vicino: in un condominio di via dei Tigli, una casa disabitata sembra tenere il conto delle colpe rimaste al buio.

Pubblicato 2 Agosto 2026 20:05 8 minuti di lettura
Il vicino spegneva la luce da una casa disabitata

Ogni domenica alle ventidue e tredici la finestra del sesto piano si spegneva, anche se l’appartamento era vuoto da sette anni. Dalla cucina di casa mia la vedevo di taglio, stretta tra il cornicione del palazzo di fronte e l’antenna piegata che nessuno aveva mai riparato. Non era una finestra speciale: telaio in alluminio, tenda color crema, davanzale annerito dai vasi morti. Eppure la luce compariva sempre alla stessa ora, restava accesa per nove minuti esatti, poi si chiudeva nel buio con un colpo secco, come se qualcuno avesse abbassato un interruttore antico.

All’inizio pensai a un timer dimenticato. Nel condominio di via dei Tigli ogni guasto aveva una spiegazione meschina: lampadine che tremavano per i lavori abusivi, tubi che battevano quando la signora Rinaldi faceva partire la lavatrice, ascensore bloccato tra il terzo e il quarto perché i ragazzini si divertivano con lo stop di emergenza. Ma la finestra del sesto piano apparteneva all’interno 18, chiuso da quando il signor Moretti era morto senza parenti. La domanda non era perché quella luce si accendesse. Era perché, domenica dopo domenica, si spegneva un piano più vicino al mio.

La prima domenica

Abito al secondo piano, interno 7, da quando mia madre ha smesso di riconoscere il nome delle strade. Lei dorme nella camera che dà sul cortile, io lavoro al tavolo della cucina, con il portatile spinto contro il muro per lasciare spazio alle medicine. La prima sera in cui annotai l’orario avevo davanti una tazza di camomilla fredda e il quaderno delle spese condominiali. Vidi il rettangolo giallo del sesto piano accendersi sopra la facciata grigia e lo segnai per irritazione: 22:13. Quando si spense alle 22:22, il palazzo sembrò ritrarsi di qualche centimetro.

La domenica seguente la luce si accese al quinto piano, interno 15. Quell’appartamento non era disabitato: ci vivevano due studenti che tornavano raramente, lasciando sul balcone una bicicletta senza ruota anteriore e un sacco di terriccio aperto. Alle 22:13 la loro finestra si illuminò dall’interno con la stessa tonalità stanca, un giallo quasi ospedaliero. Alle 22:22 si spense. Nello stesso momento sentii un rumore nel vano scale, come una mano che cercasse l’interruttore generale e lo mancasse di poco. Aprii la porta, ma trovai solo il pianerottolo vuoto e l’odore acre della polvere scaldata dai neon.

La terza domenica toccò al quarto piano. La signora Rinaldi mi telefonò subito dopo, senza salutare. «Ha visto anche lei?» chiese. Aveva ottantadue anni, un gatto cieco e l’abitudine di sapere tutto prima degli altri. Disse che quella luce non veniva da casa sua, benché la finestra fosse la sua. Aveva passato la serata al buio davanti alla televisione spenta, perché il gatto le si era infilato sotto il divano e non voleva uscire. «Quando si è accesa, ho visto la mia cucina riflessa nel vetro», disse. «Ma era più pulita. Come quando c’era ancora mio marito.»

Il palazzo che teneva il conto

Il lunedì chiesi all’amministratore le chiavi dell’interno 18. Non gli dissi della luce, naturalmente. Parlai di infiltrazioni, di un possibile corto, del

La frase mi restò addosso più del rifiuto. Nel pomeriggio cercai tra le cassette della posta abbandonate al piano terra. Quella del sesto era gonfia di vecchie circolari, bollette ingiallite, pubblicità di supermercati falliti. In fondo trovai una busta senza francobollo, infilata a mano, indirizzata non a Moretti ma “a chi abita sotto”. Dentro c’era un foglio di quaderno, piegato in quattro. La grafia era minuta, inclinata verso sinistra: “Non lasciate che scenda. Spegnete prima voi.” Sotto, una data di sette anni prima e un disegno fatto con la penna blu: sei piccoli rettangoli in colonna, tutti accesi tranne l’ultimo.

Quella sera la signora Rinaldi venne da me con il gatto in braccio e una scatola di latta piena di ricevute. Mi raccontò che Moretti non era morto nel suo letto, come avevano detto. Lo avevano trovato sulle scale, tra il quinto e il sesto, con la mano ancora appoggiata al pulsante della luce. Da settimane si lamentava di un vicino che spegneva l’appartamento al posto suo. «Diceva così, proprio così», mormorò lei. «Non la luce: l’appartamento. Come se una casa potesse restare accesa solo finché qualcuno la guardava.»

L’interno 18

Il sabato rubai le chiavi. Non è una frase elegante, ma è vera. L’avvocato Cerri le teneva in una bacheca dietro la scrivania, appese a un cartellino di plastica opaca. Avevo portato una cartellina di documenti per distrarlo; mentre cercava una ricevuta, presi il mazzo e lo feci scivolare nella tasca del giubbotto. Non provai rimorso. Provai soltanto la sensazione infantile di aver accettato un invito che nessuno aveva pronunciato ad alta voce.

L’interno 18 odorava di carta chiusa e detersivo vecchio. La polvere copriva i mobili in modo uniforme, tranne una striscia lucida vicino all’interruttore del corridoio. C’erano un tavolo, tre sedie, una credenza con i bicchieri capovolti, un calendario fermo a novembre. Nel salotto trovai sei lampadine allineate sul pavimento, ciascuna appoggiata sopra un foglio con un numero: 6, 5, 4, 3, 2, 1. Le prime tre erano bruciate dall’interno, annerite come piccole ampolle. La quarta aveva il vetro ancora caldo.

Sul muro accanto alla finestra, Moretti aveva tracciato una mappa del palazzo. Non era precisa come una planimetria: era ossessiva come una ferita. Ogni appartamento aveva un nome, un orario, una nota. Rinaldi: “vede il marito”. Studenti: “non rientrano mai insieme”. Io: “madre nella stanza del cortile, figlio in cucina, luce sempre accesa fino a tardi”. Sotto il mio nome c’era una frase cerchiata tre volte: “Quando arriva al secondo, non guardare la finestra. Guardare la porta.”

Pianerottolo buio di un vecchio condominio con cassette postali impolverate e una porta socchiusaSul pianerottolo dell’interno 18 la polvere non copriva tutto: vicino all’interruttore qualcuno continuava a passare le dita.

La luce al terzo piano

La quarta domenica restai sulle scale invece di guardare dalla cucina. Al terzo piano abitava una coppia giovane, i Martini, con un neonato che piangeva solo quando l’ascensore si fermava. Alle 22:13 il corridoio diventò giallo sotto la loro porta. Non usciva dalle fessure come una lampadina normale; sembrava spingere dal legno, gonfiarlo, cercare la strada. Dentro, il bambino smise di piangere. Seguì un silenzio così improvviso che sentii il mio battito rimbalzare nella tromba delle scale.

Alle 22:20 il signor Martini aprì. Aveva il viso asciutto, ma i capelli bagnati sulla nuca. Guardò oltre me, verso il pianerottolo superiore. «Lei l’ha spento?» chiese. Non capii se parlasse del bambino, della lampada o di qualcosa che aveva appena visto in casa. Sua moglie comparve dietro di lui con il piccolo in braccio. Il neonato aveva gli occhi aperti e fissava l’interruttore comune. Alle 22:22 tutto si spense. Il padre cadde in ginocchio e cominciò a chiedere scusa a qualcuno che non era nel corridoio.

Non dormii. Lessi e rilessi i fogli di Moretti, cercando una regola. La luce non portava soltanto ricordi. Portava una stanza com’era stata nel momento in cui qualcuno aveva deciso di lasciarla al buio: una litigata interrotta, una morte taciuta, una colpa chiusa a chiave perché la vita potesse continuare. Il vicino non spegneva lampadine. Spegneva le versioni comode delle case, e ogni domenica scendeva di un piano, più vicino alla mia cucina, a mia madre, alla notte in cui io avevo mentito al medico dicendo che non era caduta.

Guardare la porta

La quinta domenica preparai tutto prima del tramonto. Misi mia madre sulla poltrona della cucina, con la coperta grigia sulle ginocchia e il bicchiere d’acqua vicino alla mano destra. Lei mi chiamò con il nome di mio padre, poi con quello di un cugino morto, infine con nessun nome. Non la corressi. Sulla parete di fronte, la finestra del cortile rifletteva il secondo piano come uno schermo spento. Alle 22:12 il palazzo trattenne il respiro: niente ascensore, niente tubi, neppure il gatto della Rinaldi che di solito graffiava la porta.

Alle 22:13 la luce si accese dentro casa mia, ma non nella lampada. Si accese nella stanza di mia madre, dietro la porta socchiusa. Il corridoio si riempì di un chiarore giallo e vidi, sul pavimento, l’ombra di una donna in piedi. Mia madre era seduta accanto a me. L’ombra alzò un braccio verso l’interruttore, poi lo abbassò. Sentii la mia voce di due anni prima, stanca e cattiva, dire che non potevo più passare le notti a controllare se respirava, che una persona doveva pur dormire, che se cadeva ancora avremmo chiamato qualcuno al mattino.

Moretti aveva scritto di guardare la porta. La guardai. Dalla fessura uscì il rumore secco di un corpo che urta il comodino, poi il sibilo minuscolo del respiro che non riesce a diventare richiesta. Nella luce vidi mia madre com’era quella notte: a terra, viva, con gli occhi fissi sul corridoio. Io non mi ero alzato. Avevo sentito il colpo, avevo contato fino a trenta, poi avevo deciso che se avesse chiamato sarei andato. Non chiamò. Al mattino le trovai la guancia fredda contro le piastrelle e dissi al medico che non avevo sentito nulla.

Alle 22:21 mia madre, quella vera, posò la mano sul mio polso. Non mi guardava da mesi con intenzione, ma in quel momento i suoi occhi erano limpidi e terribili. «Spegni prima tu», disse. Non era perdono. Era istruzione. Mi alzai, attraversai il corridoio e infilai le dita nell’interruttore della sua camera. La luce gialla tremò, come se qualcuno dall’altra parte tenesse il pulsante premuto contro di me. Pensai al vecchio Moretti sulle scale, alla sua mano morta ancora appoggiata alla plastica, e capii che non aveva perso. Aveva solo rimandato il turno.

Spensi alle 22:22 precise. Il buio non cancellò la stanza: la restituì. Mia madre era sulla poltrona, addormentata, con la coperta scivolata su un lato. La porta della camera non mostrava più ombre. Nel cortile, le finestre del palazzo erano tutte nere tranne una, al primo piano, dove abitava un uomo che non salutava mai nessuno e teneva le persiane chiuse anche d’estate. Il rettangolo si accese per nove minuti la domenica successiva. Io non lo guardai dalla cucina. Rimasi sul pianerottolo, con la mano sull’interruttore comune, ad aspettare che il vicino scendesse l’ultimo piano e trovasse finalmente qualcuno disposto a lasciarlo al buio.

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Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.