Horror

La collina compariva soltanto nelle fotografie

Una fotografa torna sulla brughiera di Calvine dopo avere sviluppato immagini che mostrano una collina assente dal paesaggio reale.

Pubblicato 4 Agosto 2026 10:06 8 minuti di lettura
La collina compariva soltanto nelle fotografie

Il primo dettaglio sbagliato era una striscia di torba secca sul margine inferiore della fotografia, proprio dove Mara Vettori ricordava soltanto fango. La stampa era uscita dalla bacinella alle sei e venti del mattino, nel retro del suo laboratorio di Pitlochry, mentre fuori il vento raschiava le grondaie e faceva tremare il vetro smerigliato della porta. Mara l'aveva presa con le pinze, ancora lucida di sviluppo, e per qualche secondo aveva pensato a un difetto del rullino: una macchia, una piega della pellicola, un errore nella chimica.

Poi la collina aveva finito di apparire. Non era una macchia. Aveva un profilo basso e regolare, come il dorso di un animale addormentato sotto l'erica, e una fila di pietre chiare sulla cresta. Occupava il centro dell'inquadratura, dietro una distesa di brughiera che Mara conosceva a memoria. Il punto era quello: il pianoro a nord di Calvine, oltre la curva della vecchia strada militare, dove il terreno restava piatto fino al bosco di larici. Lei era stata lì la sera prima. Aveva camminato nel vento con il treppiede in spalla, aveva misurato la luce, aveva scattato dodici fotografie. Non c'era nessuna collina.

Il negativo

Mara fotografava paesaggi per cataloghi turistici, calendari comunali e qualche rivista che pagava tardi. Non era superstiziosa, e quella era una qualità utile quando si passavano molte ore da sola in luoghi che la gente del posto definiva “strani” soltanto perché non avevano bar, lampioni o segnale telefonico. Conservava i rullini in scatole di latta numerate, puliva le lenti con panni diversi per vetro e filtri, annotava tempi ed esposizioni su un taccuino nero. Quella sera aveva scritto: Calvine, brughiera ovest, ore 19:42, cielo chiuso, 1/125, f/8, vento forte.

Controllò il negativo con la lente contafili. La collina era lì anche prima della stampa: non un alone creato dalla carta, non un gioco di contrasto. Su ogni fotogramma, dal terzo al dodicesimo, cresceva di poco, come se il punto di ripresa si fosse avvicinato. Nel primo fotogramma non compariva. Nel secondo era appena una curva scura sopra l'erica. Nel sesto aveva già un sentiero obliquo. Nel dodicesimo, l'ultimo, si vedeva chiaramente qualcosa piantato sulla cima: un palo, forse, o una croce senza bracci, inclinata verso nord.

La cosa peggiore non era vederla. Era ricordare l'assenza con tanta precisione. Mara ricordava il cielo basso, il filo spinato arrugginito, il rumore di un camion invisibile sulla A9, il profumo metallico della pioggia prima che iniziasse. Ricordava anche di essersi voltata più volte, perché le sembrava che qualcuno la osservasse dal bordo del bosco. Se ci fosse stata una collina, le avrebbe tagliato il vento, le avrebbe cambiato la luce, le avrebbe obbligato a scegliere un'inquadratura diversa. Invece l'orizzonte era stato vuoto, e lei aveva scattato proprio per quel vuoto.

Il ritorno alla brughiera

Alle nove e dieci caricò la Nikon nello zaino e tornò sul posto. Il cielo si era aperto in strappi pallidi, ma la brughiera restava scura, gonfia d'acqua. Mara piantò un picchetto nel punto in cui ricordava di avere messo il treppiede e confrontò il paesaggio con la stampa chiusa in una busta trasparente. Il filo spinato c'era. Il masso spaccato, simile a un cranio di pecora, c'era. La linea del bosco coincideva. Mancava soltanto la collina, come se qualcuno l'avesse rimossa durante la notte lasciando intatto tutto il resto.

Fece altre fotografie, questa volta in digitale e in pellicola, poi controllò subito il display. Sullo schermo della macchina il terreno appariva piatto. Mara ingrandì fino a vedere i fili d'erba mossi dal vento. Nessun pendio, nessuna pietra chiara, nessun palo inclinato. Si sentì ridicola e sollevata. Forse il laboratorio aveva avuto un problema, forse la pellicola si era sovrapposta a un vecchio scatto, forse una luce parassita aveva disegnato quello che la mente voleva trasformare in paesaggio. Stava per rimettere tutto nello zaino quando il display si spense da solo.

Non era la batteria. La macchina ripartì subito, ma nella galleria l'ultima immagine era cambiata. Il pianoro ora conteneva una curva scura, ancora lontana, poco più di un'ombra. Mara restò immobile con il pollice sul tasto di avanzamento. Nello scatto successivo, fatto pochi secondi dopo, la curva era più alta. Nel terzo aveva pietre sulla cresta. Lei alzò gli occhi: davanti a sé non c'era nulla. Abbassò lo sguardo: nella fotografia la collina aspettava.

Camera oscura con stampe appese che mostrano una collina impossibile sulla brughieraNelle stampe, la brughiera custodiva un rilievo che nessun occhio riusciva a trovare dal vivo.

Le pietre sulla cresta

Quella sera Mara non chiuse il laboratorio. Tirò giù la serranda a metà, lasciando filtrare una lama di luce dalla strada, e stampò tutto. Le fotografie digitali vennero trasferite sul computer senza errori. I file RAW mostravano la collina. I provini a contatto del nuovo rullino la confermavano. Il primo scatto era normale, il secondo no; poi, immagine dopo immagine, il rilievo sembrava guadagnare definizione, come una presenza che imparasse a occupare la carta. Le pietre chiare sulla cresta non erano casuali: formavano una fila di sette, più una separata dalle altre, leggermente più grande.

Mara telefonò a Ewan McLeish, un geometra in pensione che aveva lavorato per il consiglio locale e conosceva mappe e vecchi tracciati meglio di chiunque. Lui arrivò con un impermeabile verde e l'odore di tabacco freddo addosso. Guardò le stampe senza sorridere. Poi aprì un tubo di cartone e distese sul tavolo una mappa militare del 1978, segnata a matita. «Qui non c'è mai stata una collina», disse. Indicò il punto con l'unghia gialla. «Ma c'era una quota provvisoria nei rilievi del quarantanove. Sparì dalle carte successive. Pensarono a un errore di trascrizione.»

Non aggiunse subito il resto. Fu Mara a vedere il nome cancellato sotto una chiazza di umidità: Cnoc nam Dealbh, scritto in piccolo, quasi sul bordo della griglia. Ewan tradusse a bassa voce, come se pronunciare quelle parole potesse svegliare qualcuno nel retrobottega. La collina delle immagini. Disse che da ragazzo aveva sentito una storia: pastori che trovavano pecore morte in cerchio su un terreno piatto; turisti convinti di essersi arrampicati su un pendio che poi nessuno riusciva a indicare; un vecchio fotografo di Blair Atholl scomparso nel 1963 dopo aver spedito a sua sorella otto stampe della stessa altura inesistente.

La fotografia mancante

Mara non voleva credergli, ma aveva già iniziato a contare. Sette pietre più una. Otto stampe. Dodici scatti, di cui il primo pulito e gli altri contaminati. Mise le fotografie in ordine sul pavimento del laboratorio. Nel dodicesimo fotogramma il palo sulla cima non era più un palo: era un treppiede. Lo riconobbe dalla testa sferica, dal morsetto rapido, dalla cinghia che lei aveva cucito con filo rosso dopo una caduta su roccia. Nel fotogramma, il treppiede stava piantato sulla cresta della collina e portava una macchina fotografica rivolta verso il punto da cui Mara aveva scattato.

Ewan se ne andò prima di mezzanotte. Disse soltanto di non tornare là con una macchina. Mara promise, e nel momento stesso in cui lo fece capì che la promessa non valeva niente. Certe immagini non chiedono di essere guardate: si comportano come debiti. Ti seguono finché non paghi il resto della scena. Alle due e quaranta prese la torcia, il taccuino nero e una Polaroid comprata anni prima a un mercatino. Scelse quella perché non aveva schede, menu, memorie nascoste. Se la collina voleva entrare nelle fotografie, avrebbe dovuto farlo davanti ai suoi occhi, mentre l'immagine saliva dal bianco.

Il pianoro era più freddo del giorno. La luna non si vedeva, ma le nuvole avevano una luminosità sporca, sufficiente a distinguere il filo spinato e il masso spaccato. Mara mise la Polaroid sul treppiede e scattò verso l'orizzonte vuoto. La stampa uscì con il solito lamento meccanico. Lei la tenne al riparo dal vento sotto la giacca. Prima apparvero le zone chiare, poi i neri. La collina emerse al centro, molto vicina. Sulla cresta c'era una figura in piedi accanto a un treppiede. Non guardava il paesaggio. Guardava lei.

Ciò che resta nella cornice

Mara fece un passo indietro e urtò il picchetto piantato al mattino. Cadde nel fango. La torcia rotolò, illuminando per un attimo l'erica, le sue mani, il filo spinato. Nessuna collina. Solo il terreno piatto e la notte. La Polaroid, invece, continuava a svilupparsi. La figura sulla cresta diventò più nitida: capelli raccolti, giacca cerata, una borsa fotografica sulla spalla sinistra. Aveva il volto abbassato verso una stampa che teneva tra le dita. Mara capì con una calma terribile che non stava guardando una persona dentro una fotografia. Stava guardando il momento in cui la fotografia avrebbe guardato indietro.

Quando la trovarono, due giorni dopo, il laboratorio era aperto e ordinato. Le bacinelle erano lavate, le stampe asciutte appese con mollette di legno, il taccuino nero sul tavolo. Dell'attrezzatura mancava soltanto la Polaroid. La polizia parlò di incidente sulla brughiera, forse una caduta in una zona paludosa. Ewan McLeish non consegnò la mappa del 1978 a nessuno. La bruciò nel camino, ma tenne una fotografia: il pianoro di Calvine, scattato da Mara la sera prima della scomparsa, con il cielo basso e la collina al centro.

La foto è ancora appesa nel corridoio di casa sua, lontana dalla luce diretta. Chi la vede per la prima volta nota quasi sempre la bellezza cupa del paesaggio, poi le pietre sulla cresta, poi il treppiede abbandonato in cima. Soltanto dopo, se resta abbastanza vicino, distingue una piccola figura che scende lungo il sentiero obliquo. Non sembra camminare verso il basso. Sembra avanzare verso il bordo della carta. Ewan dice che ogni anno, il quattro agosto, la figura è un poco più grande. Non invita nessuno a controllare. Ha imparato che alcune cose non esistono nel paesaggio finché qualcuno non decide di fotografarle.

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VI

Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.