
La prima volta che li videro, i volti anneriti erano fermi dietro la quinta sinistra, dove il capannone conservava ancora l’odore di vernice fresca e cemento bagnato. Nessuno si spaventò subito. A teatro, durante una prova, le figure in penombra sono quasi sempre qualcuno che aspetta il proprio ingresso, un tecnico che controlla un cavo, un amico venuto a curiosare. Quella sera, però, la Compagnia del Vicolo non aveva comparse. Erano in dodici, tutti registrati sul foglio appeso alla porta, tutti già in scena o seduti sulle sedie di plastica davanti al palco.
Il capannone era stato una rimessa per autobus, poi un deposito di stoffe, infine un posto dimenticato dalla città. I ragazzi lo chiamarono Il Globo per scherzo: tetto basso, pareti che tremavano al passaggio dei camion, nessuna vera gloria. Poi arrivarono pedane, luci, un sipario comprato da un cinema chiuso, e il nome rimase. Il 29 giugno provarono le scene più rumorose dell’Enrico VIII: tamburi registrati, fumo teatrale, un lampo di fuoco freddo dentro un braciere scenico.
Il capannone chiamato Il Globo
Marta, che faceva la costumista e sapeva contare le persone meglio di chiunque altro, notò per prima che in fondo alla sala c’erano tre sagome in più. Non stavano dalla parte del pubblico, ma dietro la tela dipinta che simulava una parete di palazzo. Avevano il viso scuro, come sporco di fuliggine, e abiti che non appartenevano a nessuna epoca precisa: maniche larghe, colletti rigidi, scarpe troppo sottili. Pensò a un effetto della luce. Le lampade alogene trasformavano ogni cosa in oro malato, e il fumo del braciere rendeva i bordi incerti.
«Chi sono quelli?» chiese, senza alzare troppo la voce.
Il regista, Giulio, si irritò perché proprio in quel momento il protagonista aveva dimenticato una battuta. Guardò verso la quinta, strinse gli occhi e disse che non c’era nessuno. Ma Marta vide le tre teste voltarsi insieme, lentamente, come se avessero sentito il proprio nome pronunciato da una stanza lontana. Non vide occhi. Solo cavità lucide nel nero della faccia, e una bocca sottile che pareva chiusa da cenere rappresa.
La scena del fuoco finto
Quando ripresero, il braciere scenico non si accese al primo comando. Era un apparecchio innocuo, alimentato da una lampada e da veli arancioni mossi da una ventola. Non produceva calore, eppure sul palco passò una vampata asciutta che fece tossire gli attori. L’odore non era di plastica bruciata. Era paglia, corda, legno vecchio. Giulio fermò la prova. Il fonico controllò le prese. Tutto normale.
Fu allora che una voce, dietro il sipario, pronunciò la battuta prima dell’attore. Non la disse forte. La disse meglio. Aveva un accento duro, antico, e sembrava uscire da una gola riempita di fumo. Il protagonista, offeso, accusò qualcuno di prenderlo in giro. Nessuno rise. Le sagome erano diventate cinque. Stavano in fila, spalla contro spalla, immobili. Ogni volta che una luce li toccava, il nero dei loro volti non schiariva: assorbiva il fascio come stoffa bagnata.
La Compagnia del Vicolo conosceva la storia del Globe solo a grandi linee. Sapevano che il teatro di Shakespeare, a Londra, era bruciato il 29 giugno 1613 durante una rappresentazione dell’Enrico VIII, quando un colpo di cannone scenico incendiò il tetto di paglia. Giulio aveva citato l’episodio in una nota di regia: il teatro come luogo in cui l’artificio diventa più vero della prudenza. Quella sera la frase sembrò una provocazione lasciata a qualcuno che aspettava da secoli.
Sul vetro del camerino restarono impronte scure che nessuno della compagnia riconobbe.
Le comparse senza respiro
La prova ripartì per ostinazione, non per coraggio. Nessuno voleva chiudere la serata ammettendo di aver paura di qualche ombra. Marta, però, restò vicino alla porta del camerino. Da lì vedeva la fila dei volti anneriti riflessa nello specchio scheggiato. Nel riflesso erano più vicini che nella sala. Uno portava una piuma carbonizzata sul cappello; un altro teneva un rotolo di carta con i bordi rossi; il terzo aveva le mani premute sul petto, come chi cerca aria.
Quando il protagonista entrò nella scena del banchetto, tutte le sagome inspirarono insieme. Il suono attraversò il capannone. Non era un respiro vero, perché mancava l’uscita dell’aria. Era solo l’aspirazione, un tirare dentro infinito, affamato, che fece oscillare le fiamme finte nel braciere e strappò un lembo di pittura dalla parete di cartone. Giulio gridò di spegnere tutto. Le luci caddero una dopo l’altra, ma le figure rimasero visibili, illuminate da una brace che non aveva sorgente.
Il nome scritto nella fuliggine
Nel buio, qualcuno bussò dall’interno del sipario. Tre colpi secchi. Poi altri tre. Poi un ritmo più fitto, come pioggia su un tetto leggero. Il fonico scappò verso l’interruttore generale e inciampò in una corda che nessuno aveva steso. Quando riaccese le luci di servizio, il palco era vuoto. I volti anneriti erano spariti. Al loro posto, sulla tela del fondale, c’era una scritta tracciata con dita fuligginose: non chiamate casa ciò che è bruciato prima di voi.
Marta fu l’unica ad avvicinarsi. Toccò la scritta con un fazzoletto. La polvere era fredda, grassa, e lasciava un alone come carbone bagnato. Dietro il fondale trovarono il braciere scenico spento, il cavo scollegato e una piccola bruciatura circolare sul legno della pedana. Non abbastanza per spiegare il fumo. Non abbastanza per chiamare i vigili del fuoco senza sembrare ridicoli. Giulio decise che la prova era finita. Nessuno protestò. Uscirono in strada con le borse ancora aperte e i costumi appesi al braccio, evitando di guardare le finestre alte del capannone.
La replica che non era in cartellone
Il giorno dopo tornarono per prendere il materiale. Il proprietario li aspettava davanti al cancello, pallido e infastidito. Disse che durante la notte qualcuno aveva acceso le luci e fatto rumore fino all’alba: applausi, passi, un colpo sordo come un cannone, poi molte persone che ridevano senza allegria. Giulio giurò che avevano chiuso tutto. La serratura era integra, ma sull’anta di metallo comparivano cinque impronte di mani nere, allineate all’altezza del volto.
Entrarono soltanto Marta e Giulio. Sul palco, le sedie erano disposte in cerchio. Al centro c’era il programma provvisorio della compagnia, aperto sulla nota che citava l’incendio del Globe. Qualcuno aveva cancellato la data del debutto e scritto al suo posto 29 giugno, ogni anno. Sopra il sipario, dove la sera prima non c’era nulla, pendeva una striscia di stoffa scura. Non era bruciata di recente. Aveva l’odore profondo degli oggetti rimasti chiusi troppo a lungo in una casa dopo un incendio.
La Compagnia del Vicolo sciolse il contratto una settimana dopo. Dissero che il capannone aveva problemi elettrici, infiltrazioni, costi troppo alti. Era tutto vero, e non spiegava niente. Marta conservò una fotografia dello specchio del camerino: nel vetro si vede lei, sfocata, con il telefono in mano; dietro di lei, dove avrebbe dovuto esserci il muro, una platea piena di persone dal viso annerito guarda verso il palco. Nessuno applaude. Nessuno respira. Aspettano solo che qualcuno, per amore del teatro o per vanità, pronunci ancora una volta la battuta giusta davanti a un fuoco finto.


