
Se siete arrivati fin qui in cerca della cabina, fermatevi un momento e ascoltate chi il paese lo conosce da prima che diventasse una tappa per curiosi. Io la funivia di Grava Alta l'ho guardiata per dodici inverni, e in dodici inverni ho imparato a non fidarmi mai del silenzio dei cavi quando il vento tace all'improvviso. La stazione di valle è quella costruzione bassa e grigia che vedete oltre il ponte, con le finestre murate e l'insegna sbiadita dal sole e dalla neve.
Da qui parte il cavo che sale fino alla stazione di monte, tra gli abeti, e se alzate lo sguardo nelle giornate limpide potete ancora vedere i piloni dritti come ossa spellate contro il cielo. L'impianto è chiuso da quando ero un ragazzo, ma nessuno in paese ha mai voluto smontarlo del tutto. Dicono che tagliare i cavi porti male, che smuovere quella struttura significhi svegliare qualcosa che da anni resta sospeso a mezz'aria, in attesa di scendere.
Così i piloni sono rimasti, la stazione di monte è rimasta, e soprattutto è rimasta lei: la cabina numero tre, ferma per sempre a un terzo del percorso, come se qualcuno l'avesse fermata lì apposta e si fosse poi dimenticato di farla ripartire. Da lontano sembra un punto scuro appeso al niente, ma chi ci passa vicino con lo sguardo giura di sentire, anche nelle giornate più tranquille, un leggero cigolio metallico che non ha spiegazione.
La storia che vi racconto non la troverete scritta da nessuna parte con date precise, perché qui l'anno esatto dell'incidente si è perso tra le versioni dei vecchi, ognuno con un dettaglio diverso da aggiungere. Si dice che fosse una notte di fine inverno, con una tempesta salita all'improvviso da valle mentre l'ultima corsa della giornata era già a metà cavo, e che nessuno, né a monte né a valle, si fosse accorto in tempo di quanto stava per succedere.
Il vento aveva preso a scuotere la cabina come un ramo secco, e nella centrale di monte il motore aveva ceduto tutto in una volta, con uno schiocco che i pochi rimasti a lavorare quella sera giurano di sentire ancora nelle notti di burrasca. Da quel momento la cabina numero tre restò bloccata a un terzo della salita, sospesa sul vuoto, mentre la tempesta continuava a picchiare sui vetri e sulle lamiere per tutta la notte.
Dentro la cabina numero tre c'erano gli ultimi passeggeri della giornata: qualche sciatore rimasto oltre l'orario, una coppia di paese che tornava a valle, un ragazzo che faceva la spola per lavoro. Nessuno riuscì a farli scendere prima che la tempesta chiudesse ogni via, e la notte passò così, con la cabina sospesa nel buio e nessun soccorso possibile fino all'alba. Il freddo, dicono i vecchi, fu il vero nemico di quella notte, più della paura stessa.
Quando finalmente all'alba gli uomini della stazione di monte riuscirono a raggiungere la cabina lungo il cavo, la trovarono vuota. Non un segno di chi vi fosse salito la sera prima, non un oggetto lasciato, nulla che spiegasse dove fossero finiti. L'inchiesta che seguì non arrivò mai a una versione definitiva, e da allora quella notte è rimasta, per chi la racconta, una domanda senza risposta più che una tragedia con un nome e un perché.
Quell'inverno l'impianto restò fermo, ufficialmente per lavori che non cominciarono mai davvero. Ma è dopo la chiusura che la storia comincia a somigliare a quella che vi sto raccontando adesso: ogni anno, nella notte dell'anniversario, qualcuno a valle giura di vedere le luci della cabina numero tre accendersi da sole, lassù, a metà del cavo dove è rimasta ferma per tutti questi anni, come se qualcosa lì dentro aspettasse solo quella notte per tornare a muoversi.
Quella prima volta che lo vidi con i miei occhi ero da poco arrivato come guardiano, e pensai a un riflesso, a un gioco di luna sul metallo. Ma la luce si mosse. Scese lungo il cavo con la lentezza ostinata di una funivia vera, superò il pilone che segna il punto dell'incidente, e continuò a scendere verso la stazione di valle come se dentro ci fosse ancora qualcuno a manovrarla, con calma, senza fretta, come se avesse tutto il tempo del mondo.
Il guardiano aspetta ancora l'arrivo della cabina numero tre.
Chi ha assistito più volte a quella corsa racconta sempre gli stessi dettagli, pur non essendosi mai messi d'accordo tra loro: la cabina arriva vuota, le porte non si aprono, e per qualche istante, prima che le luci si spengano da sole, si sente un mormorio basso, indistinto, che sembra uscire dall'interno del vetro appannato. Nessuno è mai riuscito a capire cosa dicano quelle voci, se dicano qualcosa. C'è solo quel mormorio, e poi il buio che torna a inghiottire tutto.
I ragazzi del paese, negli anni, hanno sempre trovato il modo di trasformare la paura in una sfida da raccontare al bar il giorno dopo. Ogni tanto qualcuno annuncia che quella notte salirà fino alla stazione di monte per aspettare la cabina da vicino, invece di guardarla da valle come fanno tutti gli altri. Pochi lo fanno davvero, perché il sentiero al buio non perdona i passi incerti, e chi lo fa torna sempre più silenzioso di come è partito, con lo sguardo di chi ha visto qualcosa che preferirebbe dimenticare.
Uno di loro, qualche anno fa, salì da solo portando soltanto una torcia e la sicurezza di chi non crede alle storie dei vecchi. Tornò all'alba senza la torcia e senza quella sicurezza. Disse soltanto di aver visto la cabina fermarsi proprio davanti a lui, per un istante, con le porte chiuse e qualcosa dietro il vetro che sembrava muoversi come per guardarlo, con la testa piegata da un lato, come chi cerca di riconoscere un volto nel buio. Non ha più voluto salire lassù, e non ha mai voluto raccontare altro, nemmeno a chi glielo ha chiesto più volte.
In paese, con gli anni, sono nate piccole abitudini che nessuno chiama davvero superstizioni, anche se lo sono. La notte dell'anniversario le famiglie che abitano più vicine alla stazione di valle lasciano una luce accesa alla finestra rivolta verso il monte, e nessuno, per nessun motivo, si affaccia a guardare la cabina mentre scende. Guardarla arrivare, dicono i più anziani, significa restare in qualche modo legati a quella corsa, farne parte senza avervi mai preso posto, come se bastasse un solo sguardo per essere aggiunti alla lista dei passeggeri.
Negli ultimi anni sono arrivati anche i curiosi da fuori, quelli che leggono la storia su qualche pagina internet e salgono con la macchina fotografica pronta, convinti di portarsi a casa uno scatto della cabina illuminata. Li accompagno volentieri fino al belvedere sopra il paese, il punto più lontano da cui si può guardare senza restare davvero coinvolti, e da lì aspettiamo insieme, in silenzio, che le luci si accendano o che la notte passi senza nulla da vedere. Non tutti gli anni la cabina si muove, ma quando lo fa, nessuno di loro torna a casa con la voglia di scherzarci sopra.
Racconto questa storia ogni anno ai nuovi arrivati non per spaventarvi e basta, ma perché chi vive quassù sente il bisogno di tramandarla, come si tramanda il rispetto per la montagna d'inverno. Ci sono luoghi che chiedono solo di essere lasciati in pace, e la stazione di monte è uno di questi: il sentiero che vi porta è ancora percorribile, ma vi sconsiglio di seguirlo dopo il tramonto, in qualunque periodo dell'anno, perché il buio lassù non è mai stato uguale a quello che conoscete a valle.
L'anno scorso, per la tredicesima volta da quando faccio il guardiano, mi sono trovato alla finestra della vecchia stazione di valle proprio mentre le luci della cabina numero tre si accendevano lassù. Ho contato i secondi della discesa come faccio sempre, aspettandomi di sentire quel mormorio arrivare insieme al metallo. Quella volta, per la prima volta, mi è sembrato di distinguere, tra le voci confuse, qualcosa che somigliava a un nome, pronunciato piano, come si chiama qualcuno che si conosce bene. Non l'ho detto a nessuno in paese, e non lo dirò nemmeno a voi, perché certe cose è meglio portarsele addosso da soli.
Tra poche settimane torna quella notte. Se decidete di restare fino ad allora, fatelo pure, il paese è tranquillo e la vista sulla valle merita la salita anche solo per il giorno. Ma quando arriva la sera dell'anniversario, restate a valle, spegnete le luci rivolte al monte tranne una, e se sentite i cavi muoversi lassù nel buio, non alzate lo sguardo. Ascoltate soltanto, e lasciate che la cabina numero tre finisca, ancora una volta, la sua ultima corsa, come ha fatto ogni anno da quando qualcuno ha smesso di aspettarla a monte.


