Horror

La radio che riceveva Howland solo di notte

Un radioamatore capta una richiesta di atterraggio datata 1937 e scopre che il segnale arriva dalla stanza accanto, non dall’oceano.

Pubblicato 3 Luglio 2026 10:16 6 minuti di lettura
La radio che riceveva Howland solo di notte

Alle 2:47 la voce chiese pista libera per Howland e Arturo Bellini tolse le cuffie così in fretta che il padiglione destro urtò il tavolo. Non era una voce pulita. Sembrava passata dentro acqua salata, sabbia e anni di elettricità cattiva. Ma le parole erano lì, scandite con una calma quasi professionale: carburante basso, rotta incerta, richiesta di luce a terra. Arturo guardò il ricevitore Hallicrafters, poi il calendario appeso accanto alla finestra. Era il 3 luglio 1979, quarantadue anni e una notte dopo l’ultima estate di Amelia Earhart.

Viveva al secondo piano di una casa stretta a Civitavecchia, sopra un laboratorio di cornici. Faceva il radiotecnico di giorno e il radioamatore di notte, non per cercare fantasmi ma per inseguire distanze: navi mercantili, stazioni meteorologiche, voci spezzate dall’Atlantico. Aveva letto tutto sulla scomparsa del Lockheed Electra: Amelia Earhart e Fred Noonan erano spariti il 2 luglio 1937 vicino a Howland Island durante il giro del mondo; le ricerche avevano riempito documenti, mappe e ipotesi, senza consegnare un relitto definitivo. Arturo non credeva ai miracoli. Credeva alle interferenze, e le interferenze avevano sempre una causa.

Il nominativo che non tornava

La trasmissione durò meno di quaranta secondi. Arturo annotò frequenza, ora, intensità del segnale e parole possibili, poi rimise le cuffie. Il rumore bianco respirava come un animale contro il vetro. A un tratto, in mezzo al fruscio, arrivò una seconda frase: “Non vediamo la nave.” Non era identica alle trascrizioni che conosceva, ma ci somigliava abbastanza da fargli stringere la matita. L’Itasca, la guardia costiera, le comunicazioni confuse: tutto ciò che nei libri sembrava lontano entrò nella stanza con odore di polvere calda.

Quando il segnale morì, Arturo fece quello che avrebbe fatto qualunque tecnico serio. Controllò massa, antenna, valvole, alimentatore. La pioggia non c’entrava: fuori il cielo era asciutto e la città dormiva sotto un’aria immobile. La sua antenna filare correva dal tetto al palazzo di fronte, tesa sopra il vicolo. Se avesse captato una stazione lontana, avrebbe dovuto arrivare con deriva, dissolvenza, rumori coerenti. Invece la voce era entrata di colpo, vicina, come se qualcuno avesse premuto un microfono nella stanza accanto.

La stanza accanto era vuota

Arturo abitava solo. La stanza accanto al laboratorio domestico era la camera di sua madre, morta l’inverno prima, lasciata quasi intatta perché lui non aveva trovato il coraggio di svuotarla. C’erano un armadio con specchio, una sedia impagliata, una radio a valvole non funzionante e una scatola di bottoni. Quando aprì la porta, l’aria era più fredda che nel corridoio. Sul comodino la vecchia radio, scollegata da mesi, mostrava una debole linea arancione dietro la scala parlante. Nessuna spina nella presa. Nessun cavo nascosto.

Si avvicinò con il cacciavite in mano, più per difendersi dall’assurdo che da qualcosa di reale. La radio emise un colpo secco, poi una portante sottile. Arturo riconobbe il ritmo prima ancora delle parole: chiamata, pausa, richiesta. Questa volta non arrivava dalle cuffie. Veniva dal mobile di legno, dalla tela impolverata dell’altoparlante, dal punto esatto in cui sua madre appoggiava la mano quando cercava una stazione musicale. “Howland, rispondete.” La voce non gridava. Sembrava troppo stanca per avere paura.

Microfono radio antico su una sedia in una camera buia con impronte bagnate sul pavimentoLa seconda trasmissione non arrivò dall’antenna sul tetto, ma dalla camera rimasta chiusa.

Le mappe cambiarono posto

Il mattino dopo Arturo portò il ricevitore da un collega, senza raccontare tutto. Disse solo di aver captato una trasmissione anomala. Il collega rise, controllò le valvole e gli parlò di propagazione, armoniche, scherzi di frequenza. Arturo annuì. Non mostrò il nastro registrato, perché sul nastro non si sentiva quasi nulla: solo un soffio e, in fondo, il rumore di una porta che si apriva. Eppure, tornando a casa, trovò le sue mappe spostate. Quella del Pacifico era stesa sul letto di sua madre, con una bruciatura circolare sopra Howland Island.

Da quel giorno la trasmissione tornò solo di notte. Mai prima delle 2:47, mai dopo le 3:16. Ogni volta un frammento diverso: un numero, un riferimento alla luce, una correzione di rotta. Arturo provò a rispondere usando il trasmettitore, ma la sua voce rimbalzava nel rumore come una moneta dentro un pozzo. La radio della stanza accanto, invece, sembrava ascoltarlo. Quando lui chiedeva chi fosse, la scala parlante si illuminava appena sulla scritta “Oceania”. Quando domandava dove si trovassero, dalla camera arrivava un odore di benzina dolciastra e alghe marcite.

Una rotta dentro casa

Al quinto ascolto comparvero le impronte. Partivano dalla soglia della camera e attraversavano il corridoio fino al tavolo del laboratorio: non passi completi, ma mezze suole bagnate, strette, con granelli chiari attaccati al legno. Arturo raccolse un campione in una busta. Al mattino era diventato sale. Quella notte smise di trattare il caso come un guasto e cominciò a temere che non fosse una trasmissione dal 1937, ma una stanza della sua casa trasformata nel punto finale di una richiesta mai ricevuta.

La paura vera arrivò quando la voce pronunciò il suo nome. Non “Arturo”, come avrebbe fatto una persona vicina, ma “Bellini”, asciutto, burocratico, come un nominativo da confermare. Lui rimase seduto davanti al ricevitore con la mano sul tasto telegrafico. Nella camera di sua madre qualcosa trascinò la sedia impagliata di pochi centimetri. “Vedo una luce,” disse la voce. Arturo guardò il corridoio e capì che parlava della lampada verde sul suo tavolo, non di un faro nell’oceano.

Provò a spegnerla. La stanza precipitò nel buio, ma il segnale aumentò. La vecchia radio si accese da sola, più forte di ogni notte precedente, e la voce perse per la prima volta la sua calma. Chiese coordinate, poi acqua, poi silenzio. Arturo sentì dietro di sé un rumore di passi sulla sabbia, anche se il pavimento era asciutto. Nel buio, la scala del ricevitore formò una linea luminosa che non apparteneva a nessuna banda conosciuta: una pista sottile, sospesa tra il tavolo e la porta.

L’ultimo ascolto

All’alba Arturo prese una decisione semplice e vigliacca: avrebbe portato via la radio di sua madre. La avvolse in una coperta e la caricò in macchina. Non arrivò oltre il porto. Ogni volta che superava la curva davanti ai cantieri, l’autoradio si riempiva di statico e una voce femminile chiedeva carburante con una pazienza sempre più sottile. Alla terza volta tornò indietro. Rimettendo la radio sul comodino, vide nello specchio dell’armadio il riflesso di una donna con giacca chiara e capelli schiacciati dal sudore. Non era nella stanza. Era soltanto nel vetro, voltata verso una finestra che dava sull’oceano.

Arturo non raccontò mai l’episodio ai club di radioamatori. Conservò i quaderni, i nastri quasi muti e la busta di sale in una scatola metallica. Sopra scrisse: “Interferenza domestica, origine non dimostrata.” Continuò a leggere documenti e archivi, distinguendo ciò che era storia da ciò che era fame di mistero. Sapeva che la scomparsa di Earhart era fatta di fatti precisi e di un vuoto enorme intorno. Ma ogni 2 luglio, poco prima delle tre, accendeva la lampada verde e lasciava aperta la porta della camera.

L’ultima registrazione porta la data del 1986. Si sente Arturo respirare, poi il fruscio, poi una frase quasi cancellata: “La pista è troppo corta.” Seguono sette secondi di silenzio. Infine una seconda voce, maschile, forse Noonan o forse soltanto il legno della casa che si assesta, sussurra una coordinata impossibile: non latitudine, non longitudine, ma il numero civico di Arturo. Da allora l’appartamento è stato venduto due volte. I nuovi proprietari dicono che la radio non c’è più. Eppure, nelle notti calde di luglio, la parete della camera accanto emette una luce arancione, sottile come una linea d’atterraggio, e qualcuno chiede ancora a Howland di rispondere.

Leggi anche

VI

Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.