Horror

La stanza senza prese continuava a ronzare

In un appartamento appena ristrutturato, una camera senza impianto elettrico comincia a ronzare solo quando qualcuno dorme nelle vicinanze.

Pubblicato 6 Agosto 2026 20:00 7 minuti di lettura
La stanza senza prese continuava a ronzare

Il ronzio cominciò la sera in cui Matteo tolse l’ultimo telo di plastica dal parquet nuovo. Non era un rumore forte: stava sotto la soglia delle cose che obbligano a chiamare qualcuno, sotto il frigorifero, sotto il traffico distante di via San Donato, sotto il ticchettio nervoso dei tubi appena murati. Eppure, appena entrò nella stanza in fondo al corridoio, quella senza lampadario e senza prese, lo sentì appoggiarsi ai denti come una forchetta dimenticata su un piatto.

L’appartamento era stato ristrutturato da meno di tre settimane. Le pareti sapevano ancora di pittura lavabile, le finestre avevano guarnizioni nuove, i battiscopa erano così bianchi che la sera sembravano tagli di carta. Quella stanza, però, era rimasta diversa dal resto. L’elettricista aveva giurato di non averci portato linee: niente corrugati, niente scatole, niente interruttori. Una camera cieca di impianto, buona al massimo per gli scatoloni o per una scrivania da usare di giorno. Il problema era che ronzava solo quando qualcuno decideva di dormirci vicino.

La camera che non doveva avere corrente

Matteo lo scoprì per caso, la prima notte in cui sua sorella Elisa restò da lui. Avevano cenato su due sgabelli da cantiere, con una pizza mangiata direttamente dal cartone e le posate ancora in una busta del supermercato. Elisa rise del letto montato male, delle maniglie mancanti, del bagno con lo specchio appoggiato a terra. Poi, verso mezzanotte, disse che avrebbe dormito sul materasso gonfiabile nel soggiorno, perché la camera principale odorava troppo di silicone.

Il materasso fu sistemato accanto alla parete confinante con la stanza senza prese. Alle tre e venti, Matteo si svegliò per il suono del campanello, o almeno così credette. Non c’era nessuno alla porta. Nel corridoio trovò Elisa seduta sul materasso, con le ginocchia al petto e la faccia lucida di sudore. Gli disse di non parlare. Gli indicò il muro. Dall’altra parte, nella stanza vuota, il ronzio non era più una linea continua: saliva e scendeva, come se qualcuno stesse regolando un trasformatore molto vecchio.

Matteo accese tutte le luci dell’appartamento. Il rumore non cambiò. Staccò il quadro elettrico generale e rimasero al buio, con il router spento e la caldaia muta, ma nella stanza in fondo il suono continuò. Anzi, sembrò farsi più ordinato. Elisa gli afferrò il polso quando lui appoggiò l’orecchio alla porta chiusa. Nel legno passava una vibrazione minima, regolare, quasi paziente. Non era nel muro: era nell’aria dietro la porta.

Le prove lasciate sul pavimento

La mattina seguente fecero quello che fanno le persone ragionevoli quando la notte ha esagerato: cercarono una spiegazione piccola. Matteo chiamò l’amministratore, che parlò di autoclave, anche se il condominio non aveva autoclave. Un tecnico della fibra suggerì una canalina nascosta, poi ammise che in quella parete non passava niente. Il vicino del piano di sotto, un pensionato con il cane sempre al guinzaglio, disse che prima della ristrutturazione quella stanza era stata usata come ripostiglio per decenni e che il vecchio proprietario ci teneva dentro solo sedie, giornali e un armadio chiuso a chiave.

Matteo comprò un fonometro economico e cominciò ad annotare gli orari su un quaderno a quadretti. Il ronzio compariva tra le due e le quattro, ma non ogni notte. Si presentava quando in casa dormiva qualcuno che non fosse lui, oppure quando lui si addormentava sul divano invece che nel letto. Se restava sveglio davanti alla stanza, niente. Se fingeva di dormire, niente. La prima anomalia misurabile arrivò una domenica pomeriggio: Elisa si era assopita per venti minuti sul divano, e il fonometro, appoggiato al centro della stanza vuota, registrò un picco basso, costante, a cinquanta hertz, come la frequenza della rete elettrica.

Il dettaglio più assurdo non era il numero. Era la polvere. Ogni volta che il suono durava più di qualche minuto, sul pavimento compariva una striscia grigia larga due dita, sempre nello stesso punto, tra la finestra murata e l’angolo nord. Matteo la puliva, e la striscia tornava. Alla quarta volta, si accorse che non era polvere di casa: era polvere nera, untuosa, con un odore metallico che rimaneva sui polpastrelli anche dopo il sapone.

Una persona dorme in una camera buia mentre un bicchiere sul comodino vibra accanto alla parete nuda.Il suono cambia quando qualcuno si addormenta vicino alla stanza vuota.

Il sonno cambiava il rumore

Da quel momento la curiosità smise di essere curiosità. Matteo spostò il divano, mise il materasso in cucina, chiuse la stanza con una sedia sotto la maniglia. Ma il ronzio non aveva bisogno che la porta si aprisse. Passava attraverso il corridoio come un filo teso. Una notte, mentre dormiva seduto con la televisione accesa e il telecomando in mano, si svegliò senza riuscire a muovere le gambe. Lo schermo mostrava la schermata blu dell’ingresso HDMI, e dentro quel blu il suono sembrava avere una forma: brevi pulsazioni, pause, un aumento secco, poi una caduta lunga.

Il mattino dopo trovò sul telefono una registrazione di undici minuti che non ricordava di aver avviato. Si sentiva lui respirare pesantemente. Si sentiva il ronzio. Poi, a metà file, c’era un colpo sordo, come una sedia trascinata sul pavimento della stanza vuota. Matteo ascoltò il punto dieci volte. Alla undicesima notò una cosa che gli fece venire nausea: subito prima del colpo, il suo respiro nella registrazione si interrompeva. Non rallentava. Non cambiava ritmo. Si fermava per ventidue secondi.

Fu allora che cercò davvero il passato dell’appartamento. Non trovò morti, delitti o fotografie ingiallite. Trovò una pratica edilizia incompleta, una planimetria del 1974 e una nota scritta a mano sul retro di una ricevuta: “stanza piccola, vecchia derivazione da eliminare”. La derivazione non era segnata da nessuna parte. L’elettricista, richiamato con urgenza, aprì due tracce nel muro e non trovò cavi. Solo, dietro l’intonaco nuovo, una chiazza ovale di mattoni scuriti, come se per anni qualcuno avesse appoggiato lì qualcosa di caldo.

Quello che rimase nella parete

La sera del 6 agosto, una data che Matteo ricordò soltanto dopo, il ronzio arrivò prima del buio. Era un suono più pieno, quasi acquatico, e faceva vibrare i bicchieri nello scolapiatti. Elisa era tornata per convincerlo a lasciare la casa qualche giorno. Lui aveva già preparato uno zaino, ma prima volle entrare nella stanza con il telefono in mano e la torcia accesa. La stanza era vuota. Il parquet, però, presentava una bruciatura sottile nella striscia dove compariva la polvere nera: due linee parallele, interrotte da piccoli segni trasversali, come l’impronta di qualcosa che aveva scaricato corrente a terra.

Elisa gli urlò di uscire. Matteo fece un passo indietro, poi vide la parete gonfiarsi appena. Non si aprì, non si crepò. Si tese come pelle sopra un respiro trattenuto. Il ronzio cambiò di colpo e assunse un ritmo umano, non perché somigliasse a una voce, ma perché sembrava aspettare le reazioni del corpo: accelerava quando Matteo inspirava, calava quando lui si fermava, cresceva quando Elisa piangeva nel corridoio. In quel momento capì che la stanza non stava emettendo un rumore. Lo stava prendendo in prestito da loro.

Quando spensero il quadro elettrico, il buio fu immediato. Il ronzio no. Continuò a vibrare nella stanza senza prese, più basso, più affamato, e per qualche secondo Matteo sentì l’odore di stoffa bruciata, capelli umidi e ferro. Poi la sedia messa sotto la maniglia cadde da sola, verso l’interno. La porta si aprì di cinque centimetri. Nel taglio nero non apparve nessuno. Si vide solo il parquet nuovo, la striscia di polvere e, al centro, un piccolo foro tondo che prima non c’era.

Lasciarono l’appartamento quella notte. Matteo dormì tre giorni da Elisa e fece disdire il contratto senza discutere la caparra. L’agenzia lo richiamò due settimane dopo per chiedere se avesse dimenticato una sveglia, un apparecchio, qualcosa che potesse fare rumore. Il nuovo inquilino, dissero, lamentava un ronzio nella camera in fondo, soprattutto quando il figlio piccolo si addormentava sul divano. Matteo rispose che in quella stanza non c’erano prese. Dall’altra parte della linea ci fu un silenzio breve, poi l’impiegata disse che lo sapevano già.

Prima di buttare il quaderno con gli orari, Matteo riascoltò l’ultima registrazione. Non cercava più prove. Voleva solo convincersi che la fuga fosse stata una decisione adulta, non una resa. Il file durava quattro minuti. Per tre minuti e mezzo c’erano il ronzio, i passi, la voce di Elisa. Negli ultimi trenta secondi, dopo la porta socchiusa, il suono diventava quasi morbido. Sembrava allontanarsi. Sembrava spegnersi. Poi, proprio alla fine, prima del clic, una voce bassissima, forse sua, forse no, pronunciava una frase che non aveva detto: “Adesso respira tu”.

VI

Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.