Horror

La zattera numero tredici

Una zattera senza segni del tempo riemerge nel Pacifico: dentro, una radio ripete i nomi dei soccorritori e pretende un appello che non deve essere completato.

Pubblicato 30 Luglio 2026 20:05 8 minuti di lettura
La zattera numero tredici

Il primo oggetto che videro non fu la zattera, ma il numero tredici scritto a matita grassa sul bordo di una cassetta stagna. Galleggiava capovolta in una chiazza di nafta sottile, appena fuori dal cono dei riflettori, e urtava a intervalli regolari contro il fianco della motovedetta come se qualcuno, sotto il mare, la spingesse con due dita. Erano le 03:17 del 30 luglio, una notte senza luna, e il Pacifico non aveva onde: solo pieghe lente, nere, così lucide da sembrare pelle.

La squadra di recupero della nave oceanografica San Michele lavorava da sei giorni su un tratto di mare segnato nelle carte militari con coordinate imprecise, a sud-est di Guam. Il diario di missione parlava di un sonar anomalo, di ferraglia dispersa e di un vecchio campo di detriti compatibile con rotte della seconda guerra mondiale. Nessuno, a bordo, nominava la USS Indianapolis senza abbassare la voce. Il fatto storico era noto: silurata poco dopo la mezzanotte del 30 luglio 1945, affondata in pochi minuti, con centinaia di uomini lasciati per giorni nell'acqua prima dei soccorsi. Il lavoro della San Michele non doveva profanare quella memoria. Doveva soltanto mappare, catalogare, riportare a terra ciò che il mare concedeva.

Il recupero senza sale

Quando la zattera emerse per intero, il ponte si fermò. Non era un relitto. Il tessuto cerato non portava strappi, alghe, incrostazioni o il colore smangiato delle cose rimaste ottant'anni in acqua. Le cuciture erano tese. Le cinghie, ancora elastiche. Sul fondo, dentro un velo d'acqua dolce che nessuno seppe spiegare, c'erano una borraccia ammaccata, tre razioni intatte, una matita spezzata e una radio portatile con la manopola bloccata su una frequenza che non risultava assegnata.

La capo missione, Elena Rinaldi, ordinò fotografie da ogni angolo prima di toccarla. Sulla fiancata interna qualcuno aveva inciso tredici tacche, non con coltello ma con un'unghia o con un osso sottile. Accanto, una scritta breve: non rispondere se chiama per nome. Il tecnico audio, Mariani, rise troppo forte, come fanno gli uomini che chiedono al proprio corpo di essere più coraggioso della testa. Disse che una radio immersa avrebbe dovuto essere morta. Poi la prese con i guanti, la posò sul tavolo d'acciaio del laboratorio bagnato e, senza collegarla a nulla, la radio si accese.

Non uscì fruscio. Uscì un respiro. Basso, maschile, vicinissimo al microfono, seguito da colpi d'acqua dati a mano aperta contro qualcosa di vuoto. Elena sentì il ponte vibrare sotto i piedi. Mariani abbassò il volume, ma il suono non diminuì: si spostò negli altoparlanti di bordo, nei citofoni, perfino nelle cuffie staccate appese al gancio. Poi la voce disse il primo nome. “Rinaldi.” Non chiamò capitano, non chiamò dottoressa. Disse il cognome con la pronuncia esatta di suo padre, morto da nove anni.

I nomi nell'ordine sbagliato

Alle 03:42 la radio aveva pronunciato undici cognomi, tutti appartenenti a membri dell'equipaggio presenti sulla nave. Non li lesse in ordine alfabetico, né per grado, né per turno. Li dispose secondo una logica che Elena capì solo quando confrontò i registri: erano i nomi delle persone che avevano toccato, guardato da vicino o fotografato la zattera, nell'esatta sequenza dei loro gesti. Prima lei, poi Mariani, poi Ortiz, il marinaio che aveva legato la cima alla bitta, poi la biologa Chen, che aveva sollevato la borraccia con una pinza. Mancavano due nomi. Quelli di due uomini rimasti sul ponte superiore, lontani dal laboratorio.

Il tredicesimo nome non arrivò subito. Al suo posto la radio trasmise coordinate, ripetute tre volte, e una frase in inglese spezzata dal gorgoglio: still in the water. Ancora in acqua. Il giovane cartografo De Santis fece partire una sovrapposizione con le mappe storiche e impallidì. Le coordinate cadevano vicino alla zona generale dove, secondo archivi e testimonianze, i sopravvissuti della Indianapolis erano rimasti alla deriva. Ma il punto non combaciava con nessuna traccia certa. Era più a est, in una lingua di mare che i rapporti definivano vuota.

Elena vietò qualunque battuta. Disse a tutti che quella non era una seduta spiritica, non era folklore da sala macchine, non era materiale per racconti da bar. Era un apparato sconosciuto, forse un falso, forse un esperimento dimenticato, e il rispetto dovuto ai morti imponeva metodo. Mentre parlava, però, vide l'acqua raccolta nella zattera muoversi contro la gravità: salì lungo il bordo, formando piccole dita trasparenti, e batté dall'interno sulle tacche incise. Tredici colpi. Dopo l'ultimo, la radio pronunciò “Mariani” una seconda volta, ma con una voce infantile.

Il rapporto che non voleva chiudersi

Alle 04:10 iniziarono a compilare il verbale. Ogni frase scritta al computer si modificava dopo qualche secondo. “Oggetto recuperato in superficie” diventava “oggetto restituito”. “Radio non alimentata” diventava “radio ancora affamata”. Mariani staccò il terminale dalla rete, poi dalla corrente. Le parole continuarono ad apparire sullo schermo nero, verdastre e tremolanti, come riflessi di plancton. Chen trovò nella borraccia una polvere bianca che sembrava sale, ma al microscopio rivelò frammenti minuti di smalto dentale.

Fu allora che il ponte di poppa chiamò. Uno dei marinai aveva visto una seconda sagoma a babordo: non un'altra zattera, ma una fila di teste ferme sull'acqua, immobili alla stessa distanza l'una dall'altra. I riflettori le raggiunsero e mostrarono soltanto boe gonfie, vecchie, forse militari, coperte da teloni scuri. Ma quando l'operatore spense per un istante la luce, tutti udirono il coro: nomi, decine di nomi, alcuni italiani, altri americani, altri ridotti a numeri di matricola, pronunciati sottovoce come durante un appello fatto in una camerata sommersa.

Tavolo metallico in una sala navale buia con radio accesa, cartellini bagnati e documenti macchiati di saleLa radio della zattera non trasmetteva un messaggio: sembrava compilare un elenco, correggendo la memoria di chi provava ad archiviarlo.

De Santis cedette per primo. Disse che il numero tredici non indicava la zattera, ma il posto rimasto vuoto in un conteggio. Tredici uomini mai registrati, tredici chiamate mai ricevute, tredici minuti sottratti al tempo ufficiale. Nessuno aveva prove. Avevano solo una radio impossibile e una zattera che non portava traccia del mare. Elena lo rimproverò, ma le tremavano le mani. Nel rapporto storico della Indianapolis c'erano fatti verificabili, testimonianze e controversie; c'era anche una leggenda cresciuta male, nutrita da numeri deformati e racconti sugli squali. Quella notte, sulla San Michele, la leggenda sembrava chiedere di essere distinta dalla storia non per essere smentita, ma per essere lasciata fuori dalla stanza.

Non rispondere

Alle 04:33 la radio chiamò il dodicesimo nome: “Ortiz.” Il marinaio rispose d'istinto “sì”, come davanti a un superiore. La zattera si sgonfiò per un secondo e poi riprese forma, più piena di prima. Ortiz cadde in ginocchio vomitando acqua di mare, litri e litri, benché non ne avesse inghiottita. Tra i fiotti comparvero schegge di legno scuro e una targhetta corrosa con lettere quasi illeggibili. Mariani tentò di spegnere la radio con un martello. Al primo colpo, tutte le luci della nave si spensero.

Nel buio, Elena sentì qualcuno salire la scaletta esterna del laboratorio. Passi lenti, pesanti d'acqua. Una mano bussò al portello: tre colpi, pausa, tre colpi, pausa, sette colpi. Tredici. Dietro il vetro rotondo non c'era un volto, solo una massa d'acqua verticale, mantenuta insieme da una divisa che non apparteneva a nessuna marina contemporanea. La radio disse il suo nome una terza volta, ma stavolta aggiunse il nome di battesimo. “Elena Rinaldi, presente.”

Lei capì allora la funzione dell'avvertimento inciso nella zattera. Non era superstizione: era procedura. Rispondere completava l'appello. Trasformava il vivente in parte dell'equipaggio mancante, aggiungeva un corpo caldo a una lista che il mare non riusciva a consegnare a nessun archivio. Ordinò a tutti di non parlare. Scrisse su un foglio: gettare la radio in acqua. Chen scosse la testa, indicando la zattera: se la radio era una bocca, la zattera era lo stomaco. Non bisognava nutrirla né distruggerla. Bisognava restituirla senza nome.

La firma del mare

La manovra durò quattro minuti. Con le luci d'emergenza e le mani gelate, trascinarono la zattera fino al paranco e la calarono oltre il bordo. Nessuno pronunciò una parola. La radio continuò a chiamare, sempre più piano, pescando tra i nomi dei presenti, poi tra quelli dei loro familiari, poi tra nomi che nessuno riconobbe ma che suonavano come persone attese da troppo tempo. Quando la zattera toccò l'acqua, non affondò. Si allontanò contro corrente, perfettamente dritta, come tirata da una cima invisibile verso il punto indicato dalle coordinate.

All'alba, il laboratorio era asciutto. La cassetta stagna non c'era più, ma sul tavolo d'acciaio restava una riga di sale a forma di rettangolo. Nel computer, il verbale finale era tornato normale, tranne una voce aggiunta in fondo: zattera numero tredici, stato: consegnata. Elena cancellò la riga. Ricomparve. La cancellò ancora. Alla terza volta comparve una nota, senza cursore e senza firma: un nome manca sempre perché qualcuno possa tornare a contare.

Il rapporto ufficiale della San Michele parlò di materiale non identificato recuperato e perduto durante una tempesta improvvisa. Non menzionò la radio, le tacche, Ortiz che per settimane sputò sale dal sonno, né il fatto che Mariani non riuscì più a sentire il proprio cognome senza voltarsi verso l'acqua. Elena conservò soltanto la matita spezzata, trovata nella tasca della giacca il mattino seguente, benché fosse certa di averla lasciata dentro la zattera. Scriveva ancora. Ogni 30 luglio, alle 03:17, tracciava da sola un numero sul primo foglio vicino. Non sempre tredici. A volte dodici. Una volta undici.

Morì molti anni dopo, in una stanza d'ospedale lontana dal mare. Gli infermieri dissero che l'ultima notte chiese di spegnere la radio, anche se nella stanza non ce n'era una. Poi sorrise verso la finestra chiusa e disse, con calma, “non rispondo”. Sul comodino, il mattino seguente, trovarono un foglio asciutto. Sopra c'era una lista di nomi, tutti cancellati tranne uno. In fondo, con una matita grassa, qualcuno aveva aggiunto: zattera numero tredici, appello incompleto.

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VI

Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.