
Sotto la Sicilia, dice la leggenda, ci sono tre colonne di pietra che reggono l'isola. Una di queste è piena di crepe, segnata dal tempo, e c'è chi racconta che a consumarla sia il fuoco dell'Etna: è quella colonna — non le altre due — a tenere sveglio chi crede ancora a questa storia. A guardarla da vicino, negli abissi dove nessun pescatore osa scendere, ci fu un uomo. O forse un ragazzo, a seconda di chi la racconta. Il suo nome, nei secoli, è diventato Colapesce.
È una delle leggende più radicate del Sud Italia, tramandata a voce in molte varianti e già messa per iscritto nel XII secolo, e resiste ancora oggi nei racconti che i nonni fanno ai bambini prima di portarli in spiaggia. Ma chi era davvero Colapesce, perché Messina e Catania ne raccontano ciascuna una versione propria, e cosa lo lega per sempre a un imperatore realmente esistito? La risposta è un intreccio di mare, fuoco e sacrificio che vale la pena ricostruire da capo, pezzo dopo pezzo.
Chi era Colapesce, tra Messina e Catania
Le versioni della leggenda non concordano su tutto, e questo è parte del suo fascino: cambia da costa a costa, da pescatore a pescatore. Nella versione più conosciuta, quella messinese, è Nicola, Cola per tutti, figlio di un pescatore, che torna da ogni immersione raccontando le meraviglie viste sul fondo e a volte riportando tesori. A Catania la storia si sposta invece all'ombra dell'Etna: è sotto il vulcano che il re lo manda a guardare, e il fuoco della montagna diventa il suo destino. E nei racconti più antichi c'è perfino chi lo faceva nascere in Puglia.
Quello che ritorna in quasi tutte le varianti è il nome, Nicola: un ragazzo capace di nuotare come un pesce, tanto da guadagnarsi il soprannome che oggi conosciamo — Colapesce, contrazione popolare di Nicola il pesce. Sua madre, secondo alcune versioni, esasperata dalle sue continue immersioni, lo maledice. In certe varianti la maledizione si avvera alla lettera, e il ragazzo diventa pesce lui stesso, con tanto di squame. Fu, in ogni caso, l'inizio di un destino che nessuno, all'epoca, poteva davvero immaginare.
La sfida di Federico II e le tre colonne sotto la Sicilia
La leggenda prende una piega diversa quando entra in scena un re. Nella versione più nota il sovrano che sfida Colapesce è Federico II di Svevia, la stessa figura storica che fu re di Sicilia dal 1198 e imperatore fino alla morte, nel 1250; altri racconti, tra i più antichi, chiamano in causa Guglielmo II o Ruggero II. Colpito dalla fama del ragazzo, il re lo mette alla prova al largo, a bordo di una barca: prima getta in mare una coppa d'oro, e Colapesce la riporta su; poi la sua corona, in un punto più profondo, e il ragazzo riesce di nuovo; infine un anello, gettato in un punto ancora più profondo.
Qui la storia smette di essere un semplice gioco di abilità: Colapesce si immerge e trova ciò che nessuno, prima di lui, aveva mai visto — la Sicilia intera poggia su tre colonne di pietra, e una di queste sta lentamente cedendo, coperta di crepe; in un'altra versione a divorarla è il fuoco dell'Etna. Se quella colonna si spezza, dice la leggenda, l'isola intera sprofonda in mare.
Le colonne sommerse che, nella leggenda, reggono ancora il peso dell'isola.
Le colonne, però, non ci sono sempre. Nei racconti più antichi, messi per iscritto tra il XII e il XIII secolo, Nicola è un nuotatore o un marinaio fuori dal comune, e c'è chi lo fa vivere in mare come un pesce. In uno di quei racconti è il re Ruggero II a costringerlo a scendere negli abissi, dove trova monti, valli e boschi sommersi. In una versione raccolta a Palermo è Messina a poggiare su tre colonne, alcune spezzate, e il re lo manda a esplorare i fondali intorno all'isola. Cambiano i dettagli del viaggio e cambia il re di turno, ma spesso è proprio un sovrano a spingerlo sempre più a fondo.
Il tuffo senza ritorno
Di fronte a ciò che ha visto laggiù, Colapesce prende una decisione che nessuna prova del re aveva previsto: non risale più. Resta lì, sul fondo, a sorreggere con le proprie spalle la colonna che sta per cedere, perché sa che se lui si allontana anche solo per un momento, l'isola sopra di lui non avrà scampo. Non è un incidente, non è una sconfitta: è una scelta, presa in silenzio, in un luogo dove nessuno potrà mai vederla né raccontarla fino in fondo.
Non serve rendere il finale più cupo di quanto già sia: un ragazzo che sparisce sott'acqua per proteggere la propria terra, senza che nessuno lo sappia con certezza, è già abbastanza. Secondo la versione più diffusa sarebbe ancora lì sotto, a reggere l'isola, e ogni cento anni risalirebbe a rivedere la sua amata Sicilia.
Calvino e la leggenda che non muore
Tra chi l'ha messa per iscritto c'è anche Italo Calvino, che nel 1956 trascrisse e rielaborò una versione palermitana di Colapesce dentro le sue Fiabe italiane, il grande lavoro di raccolta e riscrittura del folklore regionale italiano. Non è l'unica fonte della leggenda, che aveva già una lunga tradizione — scritta e orale — prima di lui, ma è probabilmente il testo che l'ha resa familiare a un pubblico che altrimenti non l'avrebbe mai incontrata.
Prima di Calvino, la leggenda aveva già attraversato i confini dell'isola. A Napoli Cola Pesce, o Pesce Nicolò, si rifugia in mare facendosi inghiottire dai pesci più grossi, e poi ne esce tagliando loro il ventre; la storia è arrivata fino a Barcellona e a Maiorca, dove il protagonista, in catalano, si chiama Peix Nicolau. Il ragazzo-pesce, insomma, non è mai appartenuto a una sola costa.
Perché Colapesce si racconta ancora
Oggi Colapesce sopravvive in uno dei candelabri di piazza Università a Catania, ispirato alla versione catanese della leggenda, in canzoni e libri per ragazzi, perfino nel nome del progetto musicale di un cantautore siciliano, ed è diventato una specie di simbolo condiviso: quello di un'isola che, quasi letteralmente, si regge sul sacrificio di chi la ama abbastanza da non chiedere nulla in cambio. Non serve credere alla leggenda in senso letterale per capire perché continui a essere raccontata: parla di una terra vulcanica, fragile, che convive da sempre con il fuoco sotto i piedi, e di qualcuno disposto a restarci sotto pur di tenerla in piedi.
La leggenda ha una storia scritta lunga secoli: nel tempo è stata raccolta e studiata da chi si è occupato di folklore, con varianti che cambiano da Messina a Catania, da Napoli a Maiorca, e che di volta in volta mettono sul trono un re diverso. Da lì, insieme al lavoro di Calvino, la leggenda continua a essere raccontata — cambiando ogni volta il re, la città, l'oggetto da ripescare, ma mai quel nuotatore che sta meglio sott'acqua che sulla terra.
Fonti e approfondimenti
Le pagine di riferimento, per chi vuole approfondire.
- Cola pesce - Wikipedia (it.wikipedia.org)
- Cola Pesce - Wikipedia (en.wikipedia.org)


