Recensione Horror

Don't Look Now: recensione del lutto che anticipa il futuro

La recensione di Don't Look Now di Nicolas Roeg: Venezia, lutto, montaggio, rosso e premonizione in un classico horror che continua a ferire.

Pubblicato 27 Giugno 2026 20:08 7 minuti di lettura
Don't Look Now: recensione del lutto che anticipa il futuro
RegiaNicolas Roeg
Anno1973
Durata110 minuti
MusicaPino Donaggio

Il rosso, in Don't Look Now, non è mai soltanto un colore. Compare prima come ferita nell'erba, poi come ricordo che non vuole restare al suo posto, infine come richiamo in una Venezia invernale dove l'acqua sembra trattenere ogni rumore. Nicolas Roeg apre il film con una morte infantile e non la usa come semplice trauma iniziale: la monta come un presagio, una forma che si ripeterà, un'immagine già contaminata dal futuro. Da quel momento, guardare diventa pericoloso. Non perché gli occhi mentano, ma perché potrebbero vedere troppo presto.

Uscito nel 1973 e tratto dal racconto di Daphne du Maurier, Don't Look Now, noto in Italia anche come A Venezia... un dicembre rosso shocking, resta uno dei film horror più eleganti e dolorosi mai costruiti sul lutto. Donald Sutherland e Julie Christie interpretano John e Laura Baxter, coppia segnata dalla morte della figlia Christine e trasferita a Venezia, dove lui lavora al restauro di una chiesa. Lì incontrano due sorelle anziane, una delle quali sostiene di avere un contatto medianico con la bambina scomparsa. La premessa potrebbe sembrare quella di un racconto di fantasmi tradizionale; Roeg, invece, la trasforma in un labirinto percettivo in cui dolore, desiderio di credere e paura di sapere diventano quasi indistinguibili.

Un film montato come una premonizione

La grandezza del film nasce prima di tutto dal montaggio. Roeg non organizza il tempo come una linea, ma come una superficie incrinata: presente, memoria e anticipazione si toccano senza chiedere permesso. La celebre sequenza iniziale alterna la bambina con l'impermeabile rosso, John che osserva diapositive in casa, Laura che legge, l'acqua dello stagno, un dettaglio che cambia significato quando è ormai troppo tardi. L'effetto non è un trucco da thriller, ma una dichiarazione di poetica. In questo universo il futuro lascia macchie nel presente, e il passato non smette mai di chiamare.

È per questo che Don't Look Now inquieta ancora. Non procede accumulando spiegazioni, ma associazioni. Un gesto domestico può risuonare con un incidente, una strada veneziana può sembrare il corridoio di un ricordo, una figura lontana può diventare promessa di salvezza o minaccia. Roeg chiede allo spettatore di lavorare come John: collegare frammenti, interpretare segni, inseguire una forma che sembra sempre appena scomparsa dietro l'angolo. Ma il film è crudele, perché suggerisce che la lucidità non basti. Capire un segnale non significa poterlo evitare.

Venezia non come cartolina, ma come trappola d'acqua

La Venezia di Roeg non ha quasi nulla della città turistica. È fredda, spopolata, viscida, attraversata da canali che funzionano come ferite aperte. Le calli strette e i ponti non danno un senso di meraviglia, ma di disorientamento; ogni svolta può riportare altrove o nello stesso punto, come accade nei sogni in cui si cammina senza avanzare. Il restauro della chiesa diventa allora un'immagine perfetta: John prova a ricomporre ciò che è danneggiato, a dare ordine a un corpo architettonico ferito, mentre la sua vita privata resta impossibile da riparare.

Il film sfrutta questa geografia con una precisione quasi tattile. L'acqua non è solo scenario, ma memoria liquida della perdita; il rosso dell'impermeabile non è solo segno visivo, ma una sirena che chiama John verso una possibile reincarnazione del trauma. Anche la serialità degli omicidi che attraversa la città resta laterale, quasi sussurrata, e proprio per questo aumenta il senso di minaccia. Venezia sembra già sapere tutto, ma non lo dice. Lascia che i personaggi ascoltino passi, campane, voci in stanze d'albergo, finché ogni suono acquista la possibilità di un avvertimento.

Interno di una chiesa veneziana in restauro con luce fredda e riflessi rossi sul pavimentoNel film di Roeg il restauro non guarisce: mette in vista le crepe che il lutto non riesce a chiudere.

Il lutto come desiderio di essere ingannati

Laura e John reagiscono alla morte della figlia in modi opposti, ed è qui che il film trova il suo cuore più doloroso. Laura, quando la sensitiva le dice di vedere Christine, sembra ricevere una tregua. Non diventa ingenua, non viene ridotta a vittima di superstizione; cerca soltanto un varco, un modo per pensare che l'assenza non sia definitiva. John, invece, si difende con la razionalità, con il lavoro, con un controllo che appare tanto più fragile quanto più insiste a negare l'irrazionale. La sua eventuale capacità di vedere non lo salva, perché arriva filtrata dalla rimozione: possiede il dono del presagio, ma non la disponibilità ad accettarlo.

La famosa scena d'amore tra i due, spesso ricordata per la controversia che la accompagnò, è fondamentale proprio perché Roeg la monta insieme ai gesti successivi del vestirsi. Il desiderio non cancella il lutto, però lo interrompe per qualche minuto; il corpo torna presente, quotidiano, quasi goffo, mentre la camera suggerisce una continuità fra intimità e sopravvivenza. Non è una scena scandalosa per ciò che mostra, ma per ciò che osa pensare: dopo una perdita irreparabile, l'amore non diventa puro o solenne. Resta fatto di pelle, abitudini, silenzi, tentativi di rimettere in ordine una stanza.

Rosso, forma e paura del futuro

Come horror, Don't Look Now lavora più sulla forma che sullo spavento immediato. Non mancano il mistero, la minaccia e un finale celebre per la sua crudeltà, ma la tensione vera nasce dalla composizione. Anthony B. Richmond fotografa una città opaca, fatta di grigi, marroni, nebbie e lampi cromatici improvvisi; il rosso diventa così un evento, un'anomalia che buca l'immagine. La musica di Pino Donaggio, al suo primo lavoro per il cinema, alterna malinconia e sospensione, lasciando che il tema infantile porti con sé qualcosa di tenero e, insieme, irrimediabilmente funebre.

La regia di Roeg, già segnata dall'esperienza di montatore e direttore della fotografia, evita la psicologia spiegata. Preferisce mettere il dolore dentro gli oggetti: una diapositiva, un impermeabile, un bicchiere, una scala, una barca funebre che attraversa l'acqua. Il film non dice mai allo spettatore cosa debba credere sulle visioni. Le tratta come eventi emotivi prima ancora che soprannaturali. Che la sensitiva dica la verità o che John stia proiettando il proprio desiderio non è una domanda da risolvere con un verbale; è la ferita stessa del film. Chi perde qualcuno impara a interpretare segni ovunque, anche quando sa che i segni potrebbero non essere lì.

Una recensione del finale, senza ridurlo al colpo di scena

Ridurre Don't Look Now al suo finale sarebbe ingiusto, anche se il finale resta una delle chiusure più memorabili del cinema horror britannico. Funziona non perché ribalti improvvisamente la storia, ma perché rivela che la storia era sempre stata montata in quella direzione. L'immagine rossa inseguita da John non è una soluzione, non è il ritorno simbolico della figlia, non è un premio concesso al dolore. È la prova che il bisogno di credere può diventare vulnerabilità, e che un presagio non compreso è solo un'altra forma di condanna.

Questo è il punto in cui il film diventa davvero spietato. John non muore perché non ha visto; muore perché ha visto male, o troppo tardi, o attraverso il filtro di ciò che voleva disperatamente ritrovare. La premonizione, invece di aprire il futuro, lo chiude. In molti horror il soprannaturale rompe il mondo ordinario; qui sembra emergere direttamente dal lutto, come se la perdita avesse alterato per sempre la grammatica della realtà. Ogni raccordo di montaggio, ogni ripetizione cromatica, ogni apparizione lontana prepara quella consapevolezza: il futuro era già presente, ma nessuno sapeva leggerlo senza distruggersi.

Perché resta un classico dell'orrore adulto

Visto oggi, Don't Look Now conserva una modernità impressionante. Dura circa 110 minuti e non spreca quasi nulla: procede per ellissi, ritorni, false piste emotive, lasciando che il pubblico abiti l'incertezza invece di ricevere una mappa. È un film sul soprannaturale, ma anche sul matrimonio dopo la catastrofe; è un thriller veneziano, ma anche un saggio visivo su come il montaggio possa imitare la memoria traumatica; è un racconto di fantasmi, ma il fantasma più forte resta quello della figlia assente, presente in ogni decisione, in ogni esitazione, in ogni tentativo di respirare ancora.

La recensione di Don't Look Now non può quindi limitarsi a celebrarne l'efficacia atmosferica. Il film è importante perché comprende una cosa rara: il terrore non nasce sempre dall'apparizione di ciò che non esiste, ma dalla possibilità che ciò che abbiamo perduto continui a organizzare il mondo intorno a noi. Roeg prende una coppia ferita, una città piena d'acqua, una figura rossa e un montaggio spezzato, poi li dispone come un destino già avvenuto. Quando l'ultima immagine arriva, non sembra un colpo di scena. Sembra il rumore di una porta che si chiude in una casa dove eravamo entrati fin dall'inizio.

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VI

Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.