
La cosa più inquietante di Evil Dead Rise non è il libro rilegato in pelle umana, ma il rumore dell’ascensore quando si blocca tra due piani: un lamento metallico, domestico, quasi amministrativo. Lee Cronin prende una saga nata tra alberi, cantine e motoseghe e la costringe dentro un palazzo di Los Angeles destinato alla demolizione, dove ogni corridoio sembra più stretto del precedente e ogni porta chiusa promette di non proteggere nessuno.
La domanda del film è semplice e feroce: che cosa resta della famiglia quando il male non arriva da fuori, ma indossa la voce della madre? Il quinto capitolo cinematografico di Evil Dead, uscito nel 2023 dopo il passaggio al South by Southwest e distribuito da Warner Bros. Pictures, non tenta di imitare l’ironia muscolare di Sam Raimi né il survival brutale del remake di Fede Álvarez. Cerca invece un orrore verticale, fatto di piani sovrapposti, vicini che bussano, bambini che ascoltano da dietro una porta, tubature che tremano come nervi scoperti.
Dal bosco al condominio: il Necronomicon cambia acustica
Il trasferimento dell’azione dalla capanna al grattacielo popolare è la scelta più fertile del film. In teoria Evil Dead vive di isolamento: una strada impraticabile, un ponte spezzato, un gruppo senza via d’uscita. Cronin conserva quel principio ma lo modernizza. Qui l’isolamento non nasce dalla foresta, bensì da un terremoto, da scale compromesse, da un ascensore trasformato in gabbia, da un palazzo abbastanza abitato da far percepire la vita intorno e abbastanza abbandonato da non offrire soccorso reale.
La regia lavora molto sulla geografia degli spazi. L’appartamento di Ellie non è grande, e proprio per questo ogni stanza diventa una trappola riconoscibile: la cucina con gli utensili troppo vicini alle mani, il bagno come luogo di trasformazione, il pianerottolo come falsa zona neutra. La cantina del palazzo, dove Danny trova i vinili e il volume dei Morti, non ha il fascino archeologico del reperto: sembra piuttosto un deposito dimenticato, uno stomaco edilizio pieno di oggetti che nessuno ha avuto il coraggio di buttare. È lì che il mito della saga entra in un contesto urbano senza perdere potere.
Maternità, possesso e corpo familiare
Il cuore critico del film è Alyssa Sutherland nei panni di Ellie. La sua possessione funziona perché parte da un’immagine riconoscibile e dolorosa: una madre esausta, sola, schiacciata da responsabilità economiche e affettive, con tre figli e un appartamento che sta per sparire. Quando il demone occupa quel corpo, non crea soltanto una minaccia fisica. Corrompe frasi, gesti e intimità che prima erano cura. La voce che dovrebbe rassicurare diventa ricatto; il sorriso materno diventa maschera; l’abbraccio diventa possibilità di contagio.
Lily Sullivan, nei panni di Beth, incarna il contrappeso emotivo: sorella in fuga dalle proprie responsabilità, chiamata a diventare figura adulta nel momento peggiore possibile. Il film non sottilizza sempre con eleganza questo parallelismo tra gravidanza, maternità e paura di ereditare un ruolo, ma quando lo lascia passare attraverso azioni concrete è efficace. Beth non “capisce” la famiglia attraverso un discorso; la capisce quando deve trascinare un corpo, chiudere una porta, scegliere chi proteggere prima, respirare piano per non far crollare i bambini.
Nel film l’orrore più riuscito nasce dagli oggetti domestici: ciò che dovrebbe appartenere alla routine diventa improvvisamente ostile.
Gore artigianale e cattiveria da camera chiusa
Evil Dead Rise è un film generoso nel sangue, ma non si limita a versarlo come marchio di fabbrica. La violenza migliore ha sempre una funzione spaziale. La grattugia non è memorabile solo perché promette dolore, ma perché appartiene a una cucina che fino a pochi minuti prima era un luogo familiare. Il vetro, le forbici, i cavi, la vasca e l’ascensore non sembrano accessori preparati per lo spettatore: sembrano cose già presenti in casa, in attesa che il possesso le rilegga con una grammatica sadica.
Cronin conosce l’eredità slapstick della saga, ma la usa con misura. Ci sono momenti in cui il film sfiora il ghigno nero, soprattutto quando la deadite Ellie parla attraverso frasi troppo dolci per non essere oscene. Eppure l’impianto resta più cupo che farsesco. La macchina da presa non cerca la liberazione comica del disgusto: preferisce far sentire il corpo come qualcosa di fragile, smontabile, tradibile. In questo senso il film è meno inventivo di Raimi, ma più coerente con il suo trauma domestico.
Suono, musica e ritmo: quando il palazzo respira
La colonna sonora di Stephen McKeon sostiene bene questa idea di edificio infetto. Più che accompagnare semplicemente gli shock, lavora su pressioni, basse frequenze, strappi orchestrali e silenzi improvvisi. Il sound design è altrettanto importante: le registrazioni sui vinili, le voci filtrate, il frastuono dell’ascensore, i colpi alla porta e il rumore umido dei corpi costruiscono un ambiente in cui il male sembra passare attraverso le pareti. Non è un caso che alcuni dei momenti migliori siano quelli in cui i personaggi ascoltano prima di vedere.
Il ritmo, nei suoi 96 minuti, è quasi sempre compatto. L’apertura al lago ha un sapore più tradizionale e serve a ricordare la genealogia del franchise, ma il film trova davvero identità quando entra nel condominio. Da lì procede con una struttura chiara: scoperta del libro, contaminazione, assedio familiare, discesa finale nel ventre meccanico del palazzo. Non tutto sorprende; alcune traiettorie dei personaggi secondari sono sacrificabili e il film preferisce l’impatto alla complessità psicologica. Ma la progressione non si sfilaccia mai.
Un rilancio riuscito, anche quando non osa fino in fondo
Il limite principale di Evil Dead Rise è anche il suo patto con il pubblico. Vuole essere riconoscibile come Evil Dead: deve avere il libro, le formule lette ad alta voce, il corpo posseduto che insulta e seduce, l’oggetto contundente, il bagno di sangue conclusivo. A volte questa fedeltà trattiene il film dal diventare qualcosa di davvero anomalo. L’idea del palazzo, della precarietà abitativa e della famiglia sotto sfratto avrebbe potuto spingersi più a fondo, trasformando il condominio in un organismo sociale ancora più spietato.
Resta però un rilancio solido, fisico, cattivo nel modo giusto. Lee Cronin dirige con chiarezza, Alyssa Sutherland lascia un’impronta demoniaca notevole, Lily Sullivan regge la parte emotiva senza addolcire il materiale, e il film trova immagini che restano: l’occhio nello spioncino, i vinili come documento maledetto, l’ascensore che diventa sarcofago verticale, il parcheggio sotterraneo invaso da una pioggia impossibile. Sono dettagli che dimostrano una comprensione precisa della saga: il male non deve solo uccidere, deve ridicolizzare l’idea stessa di rifugio.
Il verdetto è positivo. Evil Dead Rise non è il capitolo più libero né il più rivoluzionario della serie, ma capisce che per far risorgere i Morti bisogna cambiare stanza, non necessariamente cambiare demone. Chiude il Necronomicon in ascensore, lo porta tra vicini, bollette, figli e muri sottili, e ricorda che l’orrore domestico funziona quando la casa smette di essere un luogo e diventa una bocca. Voto: 7,5/10.


