
Il primo rumore di Hagazussa non sembra un effetto pensato per spaventare: è il mondo che mastica piano. Il vento entra tra le travi, il latte cade in una ciotola, una capra si muove appena fuori campo e la montagna non concede mai la consolazione di un orizzonte davvero aperto. Lukas Feigelfeld, al suo esordio nel lungometraggio, costruisce il film come una stanza senza pareti: tutto è natura, eppure tutto stringe. La domanda non è se Albrun sia una strega, ma quanto una comunità debba ripetere quella parola prima che una donna finisca per abitarla come una condanna.
Presentato nel 2017 e arrivato poi alla distribuzione tedesca nel 2018, Hagazussa: A Heathen’s Curse è un horror austro-tedesco di 102 minuti scritto e diretto da Lukas Feigelfeld, con Aleksandra Cwen nel ruolo di Albrun, Claudia Martini, Tanja Petrovsky e Celina Peter. Le musiche sono firmate dai MMMD, duo che non accompagna semplicemente le immagini: le scava, le svuota, le trasforma in un ronzio rituale. Il film appartiene al folk horror, ma respira in modo più vicino alla febbre che alla narrazione classica. Chi cerca spiegazioni ordinate rischia di irritarsi; chi accetta di guardare un processo di isolamento, stigma e disfacimento psichico trova una delle opere più coerenti e disturbanti del nuovo horror europeo.
Una montagna che non fa da sfondo
Il paesaggio alpino del Quindicesimo secolo non è decorazione storica. È un sistema morale. La neve, il bosco, la baita, i pascoli e il sentiero verso il villaggio formano una geografia di esclusione: Albrun vive abbastanza vicina agli altri da essere giudicata, ma troppo lontana per ricevere protezione. Feigelfeld evita la cartolina gotica e lavora su superfici povere, sporche, asciutte: lana ruvida, legno annerito, acqua stagnante, fango, pietra, pelle arrossata dal freddo. In questo universo ogni oggetto sembra avere una memoria ostile. Il teschio della madre decorato con fiori, il secchio del latte, il fungo raccolto nel bosco, la candela accesa nella capanna non sono simboli spiegati, ma presenze che cambiano peso a seconda dello stato mentale della protagonista.
La fotografia, spesso composta su immobilità e distanze crudeli, rifiuta il piacere turistico dell’alta quota. La montagna diventa un corpo enorme che osserva senza intervenire. La luce naturale, quando arriva, non salva: rende più visibile la miseria, la solitudine, il biancore di un mondo dove la purezza cristiana dichiarata dalla comunità convive con violenza, superstizione e desiderio di capro espiatorio. È qui che il film trova la sua forza: non mette l’orrore fuori dalla società, ma dentro il modo in cui la società decide chi è contaminato.
Albrun, la maternità e la persecuzione
Albrun non è scritta come eroina né come mostro. È una creatura cresciuta sotto uno sguardo già accusatorio, segnata da un’infanzia in cui la madre malata e i persecutori notturni fondono trauma domestico e minaccia collettiva. Da adulta, con una figlia neonata, porta il latte al villaggio e riceve disprezzo. Il film insiste sui piccoli gesti con cui l’emarginazione diventa quotidiana: una parola detta di lato, un rifiuto commerciale, un contatto fisico imposto, una visita del sacerdote che ha la forma del conforto e la sostanza della sorveglianza. Non c’è bisogno di roghi spettacolari quando il rogo sociale è già acceso.
La maternità, in questo senso, non è rifugio sentimentale. È il punto in cui il film diventa più feroce, perché lega il corpo della protagonista a un dovere impossibile: nutrire, proteggere, restare pura, restare umana, restare leggibile agli occhi di chi la odia. Feigelfeld osserva il latte, il sangue, il desiderio e la vergogna senza addolcirli. Alcune immagini sono difficili da sostenere non per accumulo splatter, ma per la loro intimità disturbata. Hagazussa non usa la maternità come scorciatoia emotiva: la tratta come territorio colonizzato dalla superstizione, dalla povertà e dalla violenza maschile.
Folk horror senza folklore da vetrina
Molto horror contemporaneo usa il folklore come repertorio estetico: maschere, riti, canti, animali, leggende. Hagazussa sceglie una via più scarna e più
Il risultato è un folk horror quasi antispettacolare. Non ci sono spiegoni, genealogie occulte o scene rituali pensate per diventare icona facile. Anche quando l’immaginario si apre al delirio — serpenti, visioni, decomposizione, funghi, acqua putrida — Feigelfeld mantiene un’ambiguità severa: stiamo vedendo il soprannaturale, una psicosi, una leggenda nata dopo il fatto, o tutte queste cose insieme? La risposta più interessante è che il film non separa davvero le categorie. In una vita educata alla persecuzione, anche il mondo naturale finisce per parlare la lingua dell’accusa.
Suono, lentezza e disagio fisico
La lentezza di Hagazussa è una scelta radicale e non sempre accomodante. Il montaggio lascia che le scene respirino oltre la soglia del comodo; i silenzi non preparano soltanto lo spavento, ma costruiscono una pressione continua. Le musiche dei MMMD lavorano su droni, vibrazioni basse e masse sonore che sembrano arrivare dalla roccia più che dagli strumenti. È una colonna sonora che raramente guida l’emozione in modo tradizionale: preferisce contaminare l’aria, come un odore di stalla rimasto addosso ai vestiti.
Questa strategia può dividere. A tratti il film appare quasi ostile allo spettatore, perché rifiuta la progressione narrativa rassicurante e sostituisce la suspense con l’attesa di una degradazione. Ma proprio qui sta la sua identità. Feigelfeld non vuole raccontare “cosa succede dopo” con il passo del thriller; vuole far sentire quanto tempo occorra perché una persona si spezzi quando nessuna istituzione, nessun vicino e nessuna fede le riconoscono piena umanità. Il disagio nasce dalla durata dei gesti: mungere, camminare, fissare, ascoltare, respirare nella stanza buia.
Un esordio vicino a The Witch, ma più malato
Il paragone con The Witch di Robert Eggers è inevitabile, ma va maneggiato con cautela. Entrambi i film guardano alla stregoneria come incubo comunitario e familiare, entrambi cercano una verosimiglianza storica sporca, entrambi sanno che il terrore più efficace nasce dal controllo dei corpi. Però Hagazussa è meno narrativo, meno teologico, più allucinato. Dove Eggers costruisce una tragedia puritana con traiettoria quasi classica, Feigelfeld procede per erosione. Non conduce Albrun verso una scelta liberatoria o demoniaca: la lascia sprofondare in un paesaggio che ha già deciso per lei.
Questa differenza rende il film meno immediato e, per certi versi, più crudele. Non c’è catarsi, non c’è eleganza consolatoria dell’orrore. Anche i momenti più estremi non sembrano “colpi di scena”, ma conseguenze sporche di un lungo abbandono. Aleksandra Cwen sostiene il film con una fisicità trattenuta, fatta di sguardi bassi, movimenti rigidi, improvvise fratture emotive. La sua Albrun non chiede comprensione in modo esplicito; la pretende attraverso la devastazione che il film ci obbliga a guardare.
Verdetto
Hagazussa è un horror di montagna, di latte avvelenato, di teschi custoditi in casa e di preghiere che suonano come sentenze. Non è un film perfetto per ogni pubblico: la lentezza può respingere, alcune immagini cercano deliberatamente un disgusto morale prima ancora che visivo, e l’ambiguità non offre il piacere di una soluzione. Ma la coerenza della visione è rara. Feigelfeld firma un esordio cupo, controllato, fisicamente sgradevole nel senso migliore del termine: un’opera in cui il sospetto non è solo tema, ma clima, materia, destino.
Il suo valore sta nel rifiuto di trasformare la strega in una figura comoda. Albrun non è icona empowerment, non è villain folklorica, non è martire santificata. È il punto in cui violenza sociale, trauma, superstizione e isolamento diventano indistinguibili. Quando la montagna sembra finalmente aprirsi, non libera nessuno: illumina soltanto ciò che è rimasto. Per questo Hagazussa resta addosso come un odore acre dopo la visione. Non spaventa con la promessa di un male nascosto nel bosco; spaventa perché mostra quanto facilmente il bosco possa nascere nello sguardo degli altri.


