
Il 25 luglio 1978 Louise Brown nacque a Oldham e costrinse il mondo a guardare il confine tra miracolo, laboratorio e paura con occhi nuovi. La sua storia appartiene alla medicina, non al mito: Robert Edwards, Patrick Steptoe, Jean Purdy e la loro équipe aprirono una strada reale, documentata, fragile e gigantesca. Ma l’immaginario horror, davanti a ogni nascita che sembra spostare il limite del possibile, fa altro: inventa doppi, corpi preparati, rituali che imitano la scienza e istituzioni che chiamano salvezza ciò che in realtà è controllo. Hellhole, titolo internazionale del polacco Ostatnia wieczerza, vive proprio in questa zona avvelenata.
Diretto da Bartosz M. Kowalski e distribuito da Netflix nel 2022, il film dura 88 minuti e porta le musiche di Carl-Johan Sevedag dentro un monastero che sembra decomporsi da prima dell’inizio. La domanda non è se il male esista, ma chi lo fabbrichi quando gli uomini hanno bisogno di crederci. In una Polonia del 1987 grigia, cattolica, sorvegliata e già piena di ferite politiche, un giovane miliziano si finge sacerdote per indagare sulla sparizione di alcune donne rinchiuse in un istituto per esorcismi. Troverà una comunità religiosa che non cura, non ascolta e non libera: mastica il proprio dogma fino a farlo diventare carne.
Scheda film e coordinate dell’incubo
Hellhole è un horror religioso polacco scritto da Bartosz M. Kowalski con Mirella Zaradkiewicz, interpretato fra gli altri da Piotr Żurawski, Olaf Lubaszenko e Sebastian Stankiewicz. Il titolo originale, Ostatnia wieczerza, significa “Ultima cena”, e non è un dettaglio ornamentale: il film lavora continuamente sull’idea del pasto sacro rovesciato, della comunione trasformata in ingestione, del corpo offerto non per redimere ma per aprire una porta. La fotografia di Cezary Stolecki schiaccia gli ambienti in una tavolozza marrone, verde marcio e nero unto, mentre il montaggio di Jakub Kopeć mantiene una progressione secca, quasi da discesa in un pozzo.
Il protagonista Marek arriva nel monastero con una valigia che contiene più bugie che abiti: una pistola nascosta, una torcia, un’identità sacerdotale costruita per passare inosservato. Il luogo che lo accoglie ha la forma di un rifugio e l’odore di una trappola. Corridoi stretti, refettorio, celle, cappella, dispensa e sotterranei non sono semplici scenografie gotiche; sono reparti di una stessa macchina digestiva. Kowalski non cerca la bellezza solenne del sacro, ma la sua versione umida e burocratica: tovaglie macchiate, piatti serviti in silenzio, sguardi che pesano più delle preghiere, un crocifisso che non consola perché sembra inchiodato lì per sorvegliare.
Il monastero come stomaco del film
La forza più immediata di Hellhole sta nella capacità di rendere fisico il disgusto senza ridurlo a catalogo di shock. Il film parte da un prologo ambientato nel 1957, con un neonato segnato da una cicatrice e un prete pronto a compiere un omicidio in nome di una profezia. Trent’anni dopo, quel gesto mancato torna come destino preparato. L’istituzione religiosa non appare corrotta da un demone esterno: è già pronta, già addestrata, già compromessa. I finti esorcismi, le stanze chiuse, le donne scomparse, le bare vuote e i pasti serviti con cura compongono una catena di segni che lo spettatore capisce prima di volerla davvero capire.
Kowalski usa il monastero come un organismo. Le porte sembrano sfinteri, i corridoi intestini, la cucina un cuore nero che pompa cibo e colpa. Il dettaglio decisivo non è solo la violenza, ma la normalità con cui viene amministrata. I sacerdoti mangiano, discutono, mentono e puniscono come impiegati di una salvezza privatizzata. Quando Marek scopre che il rituale non è una metafora, l’orrore non esplode: si conferma. È questa calma a rendere il film più sgradevole. Hellhole non urla “blasfemia” per provocare; mostra una comunità che ha trasformato la dottrina in procedura, e la procedura in cucina.
Quando il film scende sotto il monastero, la fede non sparisce: resta come arredamento di una fame più antica.
Rituale, politica e disgusto
L’ambientazione nel 1987 non è un semplice fondale d’epoca. La Polonia evocata dal film porta l’ombra del controllo statale, della diffidenza verso le istituzioni e della memoria recente dell’assassinio di Jerzy Popiełuszko, richiamato nella trama come ferita che rende delicato l’intervento della milizia negli affari ecclesiastici. Hellhole non diventa un saggio storico, ma sfrutta quella tensione per sporcare ogni autorità. Il potere civile manda Marek sotto copertura; il potere religioso costruisce una fabbrica di false possessioni; la verità resta schiacciata tra apparati che preferiscono usare i corpi invece di salvarli.
Qui il legame con le ansie nate intorno al corpo “prodotto” è solo interpretativo, non fattuale: Louise Brown fu il risultato di una conquista medica e di una vicenda umana documentata, mentre Hellhole appartiene alla leggenda nera del corpo eletto, preparato, manipolato per diventare altro. Il film non parla di fecondazione assistita, ma intercetta una paura culturale più ampia: l’idea che qualcuno, in una stanza chiusa, possa decidere che una nascita non appartenga alla persona nata, bensì a un progetto. Il suo “prescelto” non è un individuo; è materia rituale, corpo da attendere, nutrire, rompere e consegnare.
Regia e suono: l’apocalisse sottovoce
Dal punto di vista registico, Kowalski è più efficace quando trattiene. I momenti di maggiore tensione nascono da gesti piccoli: un armadio che gorgoglia nel buio, una croce che si muove, il cucchiaio che affonda in una zuppa sospetta, il rumore molle di una stanza dove qualcosa è stato pulito troppo in fretta. Le musiche di Carl-Johan Sevedag non cercano un tema memorabile da ricordare fuori dal film; lavorano come pressione atmosferica, con risonanze basse e fredde che sembrano venire dalla pietra stessa. L’effetto complessivo è quello di un luogo dove il silenzio ha fermentato per decenni.
Non tutto funziona con la stessa precisione. Quando Hellhole accelera verso l’apocalisse esplicita, perde una parte della sua ambiguità più malata. L’arrivo del sovrannaturale pienamente dichiarato è coerente con la traiettoria, ma meno inquietante della fase in cui il film lascia dubitare se stiamo vedendo una frode religiosa, una setta cannibale o una profezia autentica. Alcuni passaggi finali hanno un gusto volutamente grottesco che può dividere: per qualcuno sarà catarsi nera, per altri un eccesso che semplifica. La compattezza degli 88 minuti, però, impedisce al film di consumarsi nella propria mitologia.
Un horror religioso che non chiede assoluzioni
La cosa più interessante è che Hellhole non costruisce il male come incidente. Non c’è un solo oggetto maledetto da distruggere, non c’è un prete buono incaricato di ristabilire l’ordine, non c’è una spiegazione rassicurante che separi nettamente fede e mostruosità. Il film immagina un’istituzione chiusa che ha imparato a usare il linguaggio del sacro per coprire la fame di potere. L’esorcismo, qui, è spettacolo e contabilità: serve a ricevere attenzione, denaro, obbedienza, vittime. La possessione diventa una messinscena utile finché non arriva qualcosa di peggiore della menzogna, cioè una menzogna che finisce per evocare ciò che dichiarava soltanto di imitare.
Il verdetto è solido, con riserva. Hellhole non ha la finezza psicologica dei migliori horror religiosi contemporanei e non sempre i suoi personaggi superano la funzione simbolica che devono incarnare. Ma possiede un’identità visiva riconoscibile, una cattiveria coerente e un uso del disgusto meno gratuito di quanto sembri. Bartosz M. Kowalski firma un film breve, cupo, sgradevole nel senso giusto: un racconto in cui il miracolo è stato sequestrato, la liturgia è diventata macello e il monastero non protegge dal male perché lo ha allevato al proprio interno. Voto: 7,5. Non illumina l’abisso; lo apparecchia.


