Recensione Horror

Incontri ravvicinati del terzo tipo: recensione della luce che chiama dal cielo

Recensione critica del classico di Steven Spielberg: dati filmici verificati, ossessione, cinque note di John Williams e ambiguità della luce che chiama dal cielo.

Pubblicato 27 Luglio 2026 16:30 7 minuti di lettura
Incontri ravvicinati del terzo tipo: recensione della luce che chiama dal cielo
RegiaSteven Spielberg
Anno1977
Durata135 minuti nella versione cinematografica
MusicaJohn Williams

La prima cosa che resta non è l’astronave, ma una sequenza di cinque note: sol, la, fa, fa un’ottava sotto, do. In Incontri ravvicinati del terzo tipo, Steven Spielberg trasforma un motivo musicale elementare in una porta spalancata sul buio, e lo fa con una fiducia quasi infantile nella meraviglia che non cancella mai l’inquietudine. La luce che scende dal cielo promette contatto, ma prima di rassicurare brucia la retina, rovina il sonno, separa le famiglie, occupa la mente come un’immagine impossibile da dimenticare.

Rivederlo oggi per Residuoscuro significa accettare una domanda laterale rispetto alla fantascienza pura: che cosa succede quando l’ignoto non si presenta come mostro, ma come chiamata? Il film del 1977 non è horror in senso stretto, eppure contiene una delle paure più persistenti del fantastico moderno: quella di essere scelti da qualcosa che non si comprende. Roy Neary non fugge soltanto dagli UFO; viene consumato dall’idea che il cielo gli abbia consegnato un messaggio personale. È in quella ossessione, più che nello spettacolo finale, che il film conserva la sua zona oscura.

Dati verificati e contesto produttivo

Titolo originale: Close Encounters of the Third Kind. Anno: 1977. Regia e sceneggiatura: Steven Spielberg. Durata: 135 minuti nella versione cinematografica originale, con successive edizioni rimaneggiate di durata diversa, tra cui la Special Edition e il Director’s Cut. Musiche: John Williams. Cast principale: Richard Dreyfuss, François Truffaut, Teri Garr, Melinda Dillon, Bob Balaban e Cary Guffey. Il titolo riprende la classificazione degli incontri UFO resa popolare dall’astronomo J. Allen Hynek, presente anche come consulente e volto fugace nel finale.

Il contesto storico conta molto. Il film arriva dopo anni in cui il mito UFO statunitense aveva già accumulato avvistamenti, documenti militari, folklore suburbano e paure da Guerra fredda. La risonanza con le ondate sopra Washington del 1952 non va letta come prova di un’origine extraterrestre, ma come atmosfera culturale: radar, comunicati, testimonianze, spiegazioni tecniche e desiderio collettivo di dare forma a luci che sfuggono alla lingua ordinaria. Spielberg intercetta quel deposito di cronaca e leggenda e lo traduce in cinema popolare senza ridurlo a un semplice enigma da risolvere.

La paura della chiamata: Roy Neary e l’ossessione domestica

La parte più disturbante del film non è il cielo, ma la casa. Richard Dreyfuss interpreta Roy Neary come un uomo comune che, dopo l’incontro notturno con luci e calore inspiegabili, smette lentamente di appartenere alla propria vita. La cucina diventa un laboratorio febbrile, il salotto si riempie di terra, creta, piante strappate, oggetti impilati per riprodurre una forma che non sa ancora nominare. Spielberg filma questa deriva con energia quasi comica, ma il risultato è crudele: la meraviglia cosmica entra in famiglia come una forza disgregante.

È qui che Incontri ravvicinati del terzo tipo si avvicina al perturbante. Roy non possiede prove sufficienti per convincere chi gli sta intorno, eppure il suo corpo si comporta come se la prova fosse già impressa sotto la pelle. La montagna del Diavolo appare prima come immagine mentale, poi come disegno, scultura, ossessione fisica. Non è il classico prescelto eroico; è un uomo che perde misura, lavoro, moglie, credibilità. Spielberg non lo condanna apertamente, ma non addolcisce il prezzo della chiamata: guardare verso l’alto significa anche smettere di vedere chi sta accanto.

Lo sguardo verso l’alto: meraviglia, abduzione e ambiguità

Il film è celebre per il suo ottimismo finale, ma la strada che conduce alla rampa luminosa è attraversata da immagini dure. La sequenza della casa di Jillian, con il piccolo Barry attratto da presenze invisibili mentre elettrodomestici, viti, giocattoli e fessure di luce sembrano ribellarsi alla materia, resta una delle scene più inquietanti del cinema spielberghiano. Non c’è sangue, non c’è creatura esibita, e proprio per questo la paura funziona: la minaccia è nel modo in cui la casa smette di garantire confini.

Jillian, interpretata da Melinda Dillon, dà al film una ferita emotiva diversa da quella di Roy. Per lei il contatto non è visione privata ma perdita: il figlio scompare, sottratto da una forza che il racconto finirà per presentare come benevola, ma che durante l’azione agisce con la violenza dell’invasione. Questa ambiguità è fondamentale. Spielberg vuole credere all’incontro come apertura, ma non può evitare che la scena dell’abduzione assomigli a un incubo materno. Il risultato è un equilibrio raro: la luce extraterrestre chiama, incanta, cura forse, ma prima invade.

Suono come linguaggio: John Williams e le cinque note

John Williams non accompagna semplicemente il film: ne costruisce la grammatica segreta. Le cinque note diventano il punto in cui scienza, rito e gioco infantile si toccano. In un cinema spesso dominato da parole, ordini militari e spiegazioni, Spielberg immagina che il primo vero scambio con l’alterità passi da un intervallo musicale. Non una frase, non un codice verbale complesso, ma un richiamo ripetuto, modulato, restituito come se l’universo potesse rispondere con una melodia minima.

Questa scelta ha qualcosa di profondamente inquietante. Se il linguaggio è musica, allora l’umano deve rinunciare per un momento al proprio dominio razionale. Gli scienziati guidati da Claude Lacombe, interpretato da François Truffaut, preparano il contatto con disciplina e tecnologia, ma quando l’enorme nave madre appare sopra la Devil’s Tower, il film diventa quasi liturgico. Luci, toni, colori e gesti sostituiscono la spiegazione. La scena può commuovere, ma conserva una sproporzione minacciosa: davanti a quella massa luminosa, l’uomo non capisce, risponde.

Regia e immagini: il quotidiano davanti all’impossibile

Spielberg dirige il meraviglioso partendo dal dettaglio materiale. I camion elettrici, i passaggi a livello, la polvere delle strade, le mappe, i modellini, il purè di patate, le maschere antigas usate per ingannare la popolazione: ogni elemento quotidiano serve a rendere più credibile l’irruzione dell’impossibile. La regia non ha ancora la patina monumentale di certi Spielberg successivi; possiede una fame visiva più ruvida, capace di far convivere suburbio, procedura militare e fiaba cosmica.

La Devil’s Tower, fotografata come un altare naturale, è il centro simbolico del film. Non è soltanto una destinazione geografica, ma la forma che perseguita i personaggi prima di diventare luogo. Questa progressione visiva è potentissima: un’immagine mentale si fa oggetto domestico, poi paesaggio reale, infine soglia. Il cinema di Spielberg lavora spesso sul volto che guarda; qui quel volto è rivolto verso un cielo che non è più sfondo, ma interlocutore. La paura nasce dal fatto che lo sguardo trova davvero qualcosa.

Lettura critica: un cult luminoso con un cuore oscuro

Il fascino duraturo di Incontri ravvicinati del terzo tipo sta nel suo rifiuto della paranoia come unica risposta. Molto cinema UFO costruisce l’ignoto come minaccia militare, cospirazione o predazione. Spielberg sceglie un’altra via: immagina che l’incontro possa essere comunicazione, restituzione, perfino grazia. Ma questa speranza non è gratuita, perché passa attraverso panico, menzogne istituzionali, isolamento psicologico e corpi strappati alla normalità. Il film è luminoso proprio perché conosce il buio che deve attraversare.

Dal punto di vista horror, la sua forza non è spaventare con continuità, bensì introdurre nel quotidiano una pressione spirituale ingestibile. Roy costruisce montagne in salotto come un posseduto; Jillian ascolta la casa aprirsi a presenze invisibili; il governo organizza una falsa emergenza per svuotare un’area; gli scienziati preparano un rito tecnologico davanti a una montagna sacra. Sono immagini che appartengono alla fantascienza, ma respirano come superstizioni moderne. La recensione critica non può ignorare questa qualità: il film rende l’ignoto desiderabile senza renderlo innocuo.

Verdetto: quando la luce non consola del tutto

Il giudizio resta altissimo. Incontri ravvicinati del terzo tipo è uno dei grandi film americani sull’attrazione per l’incomprensibile, meno compatto di altri classici spielberghiani ma forse più vulnerabile, più febbrile, più strano. La sua durata originale di 135 minuti gli permette di procedere per accumulo: avvistamento, ossessione, convergenza, rivelazione. Non tutto è perfettamente equilibrato, soprattutto nel modo in cui la fuga di Roy dalla famiglia viene assorbita dall’estasi finale, ma proprio quella frattura rende il film più interessante e meno pacificato.

Come classico da rivedere oggi, merita un voto molto alto: 9 su 10, con la consapevolezza che non appartiene all’horror puro ma a una zona di confine essenziale per chi ama il perturbante. Spielberg guarda il cielo e trova una promessa; Residuoscuro guarda la stessa luce e vede anche il costo umano di quella promessa. Le cinque note restano nella memoria perché sembrano semplici, quasi infantili. Poi, quando il buio della sala ritorna, ci si accorge che non erano una risposta. Erano una porta.

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Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.