Recensione Horror

La chiesa: recensione del gotico italiano sepolto sotto Milano

Recensione di La chiesa, horror gotico del 1989 diretto da Michele Soavi: architettura sacra, possessione, sottosuolo e immaginario italiano.

Pubblicato 9 Agosto 2026 16:37 9 minuti di lettura
La chiesa: recensione del gotico italiano sepolto sotto Milano
RegiaMichele Soavi
Anno1989
Durata100 minuti
MusicaKeith Emerson, Philip Glass e Goblin nelle fonti internazionali; Goblin e Keith Emerson nelle schede italiane

Il primo dettaglio che conta non è il sangue, ma il pavimento: una lastra che sembra sicura, un sigillo inciso nella pietra, un edificio nato per custodire la colpa e invece destinato a riaprirla. La chiesa di Michele Soavi comincia da questa idea materiale, quasi architettonica: sotto la bellezza verticale del gotico esiste un deposito di corpi, e ogni volta che qualcuno confonde la curiosità con il possesso quel deposito torna a respirare. Rivederlo oggi, nel giorno in cui la tradizione documentaria ricorda l’avvio della Torre di Pisa nel 1173, significa ritrovare un tema comune e inquietante: le costruzioni più solenni non cancellano mai del tutto il terreno che le sostiene.

Uscito in Italia nel 1989, diretto da Michele Soavi e scritto da Soavi con Dario Argento e Franco Ferrini, La chiesa è uno degli oggetti più affascinanti e irregolari dell’ultimo gotico horror italiano. Viene spesso ricordato come un film nato nell’orbita produttiva di Argento, inizialmente pensato in relazione alla scia di Dèmoni, ma portato da Soavi verso una forma più solenne, visionaria e meno seriale. La domanda che lo attraversa non è soltanto “che cosa c’è sotto la cattedrale?”, ma “quale prezzo paga una comunità quando costruisce il sacro sopra una rimozione?”. È qui che il titolo di questa recensione trova il suo senso: il gotico italiano sepolto sotto Milano non è una cartolina geografica, ma una vena culturale, produttiva e immaginaria che dal nostro cinema di fine anni Ottanta scende nelle fondamenta d’Europa.

Scheda film: dati, cast e coordinate del rito

Regia: Michele Soavi. Anno: 1989. Durata: 100 minuti. Titolo originale: La chiesa, distribuito anche come The Church. Sceneggiatura: Dario Argento, Franco Ferrini e Michele Soavi, con un soggetto legato anche a Dardano Sacchetti nelle ricostruzioni filmografiche. Produzione: Dario Argento, Mario e Vittorio Cecchi Gori, con A.D.C., Cecchi Gori Group Tiger Cinematografica e Reteitalia. Fotografia: Renato Tafuri. Montaggio: Franco Fraticelli. Scenografia: Massimo Antonello Geleng. Effetti speciali: Renato Agostini e Sergio Stivaletti. Musiche: Keith Emerson, Philip Glass e Goblin nelle fonti internazionali; le schede italiane richiamano soprattutto Goblin e Keith Emerson. Il cast comprende Tomas Arana, Hugh Quarshie, Barbara Cupisti, Feodor Chaliapin Jr., Antonella Vitale, Asia Argento e Giovanni Lombardo Radice.

La trama va raccontata senza svuotarla. Nel Medioevo un gruppo di cavalieri stermina un villaggio accusato di stregoneria, seppellisce i corpi in una fossa comune e fa sorgere sopra quel luogo una cattedrale. Secoli dopo, in Germania, il giovane bibliotecario Ewald entra nella chiesa per catalogarne i testi e si avvicina a un segreto custodito fra manoscritti, catacombe e un sigillo che non dovrebbe essere violato. Quando il meccanismo nascosto nell’edificio si attiva, il luogo sacro smette di essere rifugio e diventa trappola: porte che si chiudono, corpi che cedono, visioni che invadono le navate, desideri che assumono forma demoniaca.

Un gotico di pietra, ferro e sottosuolo

La forza principale di La chiesa è spaziale. Soavi non filma la cattedrale come semplice scenario, ma come organismo dotato di memoria, nervi, aperture, digestioni. Il film fu girato anche nella Chiesa di Mattia a Budapest e in esterni ad Amburgo, con set romani a completare l’apparato produttivo, ma quello che resta non è la riconoscibilità turistica dei luoghi. Resta l’impressione di una cattedrale impossibile, nata dalla fusione di architetture reali e incubo italiano: colonne altissime, vetrate fredde, passaggi sotterranei, saracinesche, griglie, scale e documenti che sembrano scritti per un edificio già condannato.

In questo senso Soavi è più vicino a un cineasta dell’allucinazione che a un artigiano del semplice spavento. La macchina da presa cerca linee verticali, simmetrie malate, campi lunghi in cui le figure umane diventano provvisorie. La cattedrale non aspetta il mostro: è già il mostro, solo più lento. Il dettaglio del sigillo, il manoscritto con le indicazioni, la pietra “con sette occhi”, il sistema ideato dall’architetto per isolare l’edificio se il male dovesse risalire, sono elementi da racconto nero ma anche da thriller architettonico. Il male non irrompe da fuori; è stato inglobato nella struttura, come un errore di calcolo nascosto dentro una fondazione.

Dal progetto Dèmoni alla messa nera d’autore

La storia produttiva pesa, ma non va usata per ridurre il film a curiosità. La chiesa nasce in un territorio vicino alla saga di Dèmoni, poi prende un’altra strada. Là c’era il contagio metropolitano, la sala cinematografica come bocca spalancata, l’assalto pop e punk del mostro. Qui c’è un passo più funebre, una solennità che a tratti rischia l’enfasi ma spesso trova immagini memorabili. Soavi rallenta il caos e lo trasforma in liturgia: il demoniaco non è soltanto aggressione fisica, è il ritorno di ciò che l’istituzione ha consacrato senza purificarlo.

Il risultato è un film meno compatto di Dèmoni, ma più misterioso. Alcuni passaggi narrativi procedono per accumulo visionario più che per logica investigativa; certi personaggi sembrano funzioni simboliche prima ancora che psicologie complete. Eppure questa fragilità è anche parte del fascino. La chiesa non vuole essere un meccanismo perfetto: vuole somigliare a un affresco lesionato, a una leggenda urbana travestita da restauro, a una cronaca sacra che ha perso le proprie note a piè di pagina. Quando funziona, il film produce quella rara sensazione dell’horror italiano migliore: non tutto torna, ma tutto lascia un residuo.

Personaggi intrappolati in un edificio che giudica

Tomas Arana interpreta Ewald con una freddezza ambigua, più efficace quando il personaggio smette di essere guida razionale e diventa vettore del disordine. Hugh Quarshie, nei panni di padre Gus, porta nel film una presenza morale e fisica importante: il suo sacerdote non è un santino, ma un uomo che deve misurare il peso concreto della fede quando l’edificio stesso si trasforma in dispositivo di condanna. Barbara Cupisti dà a Lisa un’energia curiosa e vulnerabile, legata al restauro, alle immagini, alla superficie pittorica che nasconde altro. Feodor Chaliapin Jr. aggiunge al canone ecclesiastico una gravità antica, quasi da custode di un segreto più grande della trama.

Asia Argento, giovanissima, resta impressa perché il film le affida un punto di vista laterale e perturbante: l’infanzia dentro La chiesa non è innocenza decorativa, ma esposizione al contagio delle colpe adulte. Giovanni Lombardo Radice, come spesso accade nella stagione più estrema del nostro cinema di genere, porta una nota di corpo e disagio che basta a spostare l’aria. Nessuno di questi personaggi viene approfondito secondo i criteri del dramma psicologico contemporaneo; vengono piuttosto disposti come figure in una vetrata. Il punto non è conoscerli intimamente, ma vedere come la cattedrale li assorbe, li isola, li costringe a reagire.

Suono, musica e materia dell’incubo

La colonna sonora è una delle chiavi decisive. L’incontro fra Keith Emerson, Philip Glass e Goblin, nelle attribuzioni più citate, produce un paesaggio sonoro in cui il gotico non suona mai davvero antico. C’è una componente liturgica, certo, ma anche una spinta elettronica, un senso di meccanismo e ripetizione che avvicina la possessione alla macchina. Nei momenti migliori, la musica non accompagna la scena: la spinge verso una dimensione sacrale e industriale insieme, come se l’organo della chiesa e il circuito di un sistema di sicurezza parlassero la stessa lingua.

Soavi usa il suono per rendere fisica la prigionia. Le porte che si chiudono, i rintocchi, i passi che rimbalzano sulle navate, il silenzio dei sotterranei e l’irruzione improvvisa delle visioni compongono una grammatica della costrizione. Non è un horror che vive soltanto di shock, anche se gli effetti di Sergio Stivaletti portano materia, deformazione e carne dove serve. È soprattutto un film di pressione crescente: il pubblico sente che l’edificio sta completando un disegno, e che i personaggi arrivano sempre un attimo dopo la comprensione.

Architettura, colpa e immaginario italiano

Il legame con l’avvio della Torre di Pisa può sembrare esterno, ma illumina bene il film. La Torre è diventata meraviglia anche attraverso un difetto del terreno; La chiesa immagina invece un edificio il cui difetto è morale, non statico. Le fondamenta non cedono: ricordano. Il massacro medievale non è un prologo spettacolare da dimenticare dopo dieci minuti, ma la ferita che dà forma a tutto il resto. Il fatto narrativo è chiaro; la testimonianza interna sono i documenti, le pietre, le iscrizioni; la leggenda è la trasformazione di quelle tracce in maledizione; l’interpretazione riguarda il modo in cui ogni istituzione prova a rendere presentabile la violenza da cui nasce.

Questa è la parte più ricca del film. Il gotico di Soavi non guarda soltanto castelli e cripte: guarda la storia come deposito di rimozioni. L’edificio sacro, anziché redimere il luogo, diventa coperchio. Milano, Budapest, Amburgo, Roma: le geografie produttive e immaginarie si sovrappongono in un’Europa notturna dove il passato non è mai davvero passato. Per questo La chiesa appartiene al gotico italiano anche quando sembra spostarsi altrove. Porta con sé il nostro gusto per l’architettura come labirinto, per la bellezza come minaccia, per il peccato che non resta metafora ma diventa muro, porta, cripta, affresco.

Limiti, eccessi e immagini che restano

Non è un film perfetto. La narrazione può apparire discontinua, alcuni raccordi emotivi sono bruschi, e la costruzione dei personaggi secondari sacrifica spesso la credibilità quotidiana all’effetto visionario. Chi cerca un racconto serrato, con cause e conseguenze sempre limpide, può trovarsi davanti a un’opera più suggestiva che solida. Anche alcuni eccessi simbolici tradiscono l’ambizione di un horror che vuole essere grande affresco e, ogni tanto, inciampa nella propria solennità.

Ma proprio questi rischi lo rendono più interessante di molti prodotti ordinati. La chiesa ha immagini che rimangono: la cavità sotto la pietra, il sistema che sigilla il luogo sacro, la verticalità fredda della navata, il contrasto fra restauro artistico e decomposizione morale, la sensazione che ogni superficie bella nasconda un documento terribile. Soavi non addomestica il genere; lo porta in un territorio febbrile, a metà fra fumetto nero, liturgia, cinema d’autore e incubo da videoteca. È un film che vive di atmosfera, e l’atmosfera qui non è decorazione: è il vero racconto.

Verdetto

La chiesa merita di essere rivisto come un passaggio fondamentale dell’horror italiano tardo anni Ottanta: imperfetto, ambizioso, cupo, più interessato alla potenza delle forme che alla pulizia del congegno. Michele Soavi prende un materiale che avrebbe potuto restare sequel mascherato e lo trasforma in una cattedrale malata, dove la possessione è meno importante della fondazione, e il demone conta meno del gesto umano che ha provato a murarlo sotto un altare. Renato Tafuri, Massimo Antonello Geleng, Franco Fraticelli, Sergio Stivaletti e il fronte musicale costruiscono intorno alla regia un oggetto sensoriale riconoscibile, ancora oggi capace di respirare buio.

Il voto è 8/10. Non ha la compattezza brutale di altri cult argentiani, né la perfezione febbrile dei grandi classici del gotico precedente, ma possiede qualcosa di più raro: la sensazione di un edificio che pensa, ricorda e giudica. La chiesa resta un horror sul sottosuolo della bellezza, sul peccato murato nelle fondamenta, sulla paura che ogni costruzione umana porti dentro di sé la propria inclinazione. Quando finisce, non lascia soltanto demoni e visioni; lascia l’idea che il pavimento sotto i piedi sia una pagina chiusa troppo in fretta.

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Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.