Recensione Horror

MaXXXine: recensione del sogno sporco che trasforma la fama in minaccia

Recensione di MaXXXine, horror 2024 di Ti West con Mia Goth: fama, neon, industria dell’immagine e un finale di trilogia imperfetto ma magnetico.

Pubblicato 4 Luglio 2026 10:39 7 minuti di lettura
MaXXXine: recensione del sogno sporco che trasforma la fama in minaccia
RegiaTi West
Anno2024
Durata104 minuti
MusicaTyler Bates

Il primo lampo di MaXXXine non sembra un presagio soprannaturale, ma un riflesso sporco su una porta di Hollywood: qualcuno sta per entrare nel sogno, e il sogno ha già imparato a masticare chi lo desidera troppo. Ti West porta Maxine Minx nel 1985, sotto insegne al neon, videotape, provini, telefoni che squillano male e una Los Angeles dove ogni promessa di fama porta con sé un ricatto. Il film non chiede se Maxine meriti di diventare una star. Chiede che cosa resta di una persona quando il successo diventa l’unico modo per sopravvivere al passato.

Uscito nel 2024, scritto e diretto da Ti West, MaXXXine è il terzo capitolo della trilogia iniziata con X e proseguita con Pearl. Dura 104 minuti, ha musiche di Tyler Bates e riporta Mia Goth nel ruolo di Maxine, circondata da Elizabeth Debicki, Moses Sumney, Michelle Monaghan, Bobby Cannavale, Halsey, Lily Collins, Giancarlo Esposito e Kevin Bacon. Il contesto è quello della Los Angeles degli anni Ottanta, con il panico morale del Night Stalker sullo sfondo e l’industria dell’immagine in primo piano. West non firma il capitolo più spaventoso della trilogia, ma forse il più apertamente ossessionato dal prezzo dello sguardo.

Un finale di trilogia costruito come una strada illuminata male

MaXXXine arriva dopo due film molto diversi tra loro. X era un horror sul desiderio, sul corpo e sull’invidia della giovinezza; Pearl era un melodramma febbrile travestito da incubo rurale, con una fame di riconoscimento quasi infantile e mostruosa. Il terzo capitolo cambia pelle ancora una volta: lascia la fattoria, abbandona il Technicolor malato e si muove dentro un noir slasher urbano, pieno di vicoli, studi, sale montaggio, motel e uffici in cui la fama viene venduta come redenzione.

Questa mutazione è il suo pregio e anche il suo limite. West non ripete la formula, e la cosa va riconosciuta. Il film ha il coraggio di sembrare più dispersivo, più notturno, più vicino a un thriller losangelino che a un horror puro. Però proprio questa libertà rende alcuni passaggi meno taglienti. La trama investigativa procede con una certa meccanica, mentre il sottotesto resta più forte della suspense. Quando MaXXXine funziona, non è perché vogliamo sapere chi sta uccidendo; è perché vediamo Maxine attraversare un mondo in cui tutti, assassini compresi, vogliono usarla come superficie su cui proiettare una fantasia.

Mia Goth e il corpo della sopravvissuta

Mia Goth interpreta Maxine con una durezza quasi minerale. Non cerca simpatia, e il film fa bene a non addolcirla. Maxine ha già visto l’orrore, ha già ucciso, ha già imparato che la vulnerabilità può diventare una trappola. In questo capitolo cammina come una persona convinta che l’unico modo per non essere divorata sia guardare tutti prima che tutti guardino lei. La sua ambizione non è decorativa: è una corazza, una ferita, un sistema di autodifesa.

Il punto più interessante del personaggio sta nella tensione tra trauma e volontà. Maxine non è una vittima innocente che Hollywood corrompe da zero; arriva già segnata, già compromessa, già decisa a trasformare il proprio passato in carburante. Questa scelta evita la moraletta facile sulla fama. Il film non dice semplicemente che desiderare il successo è male. Dice qualcosa di più cupo: in un mondo che consuma i corpi femminili come merce, il desiderio di diventare immagine può sembrare l’unica forma di controllo rimasta.

Los Angeles 1985: neon, videotape e panico morale

La messa in scena è piena di dettagli riconoscibili: insegne al neon, pornografia su nastro, studi cinematografici, club, strade inquiete, motel che sembrano trattenere sudore e paura. West ama l’iconografia degli anni Ottanta e lo mostra senza pudore, ma il film è migliore quando non si limita al feticismo d’epoca. La Los Angeles di MaXXXine non è soltanto una playlist visiva; è una macchina che promette trasformazione e produce sorveglianza. Tutti guardano Maxine: registi, poliziotti, detective privati, giornalisti, assassini, spettatori.

Il riferimento al Night Stalker aggiunge una pressione reale e riconoscibile, ma resta soprattutto una cornice emotiva: la città sembra convinta che il male circoli ovunque, e questa convinzione permette ad altri mali più ordinari di mimetizzarsi. L’orrore non è solo il serial killer, non è solo il sangue. È la disponibilità collettiva a trasformare ogni donna ambiziosa in colpa ambulante, ogni corpo esposto in prova d’accusa, ogni desiderio di emancipazione in peccato da punire.

Regia e ritmo: più atmosfera che lama

Ti West dirige con controllo, gusto e una certa freddezza deliberata. Ci sono split di genere, pulsazioni da giallo, improvvisi scoppi di violenza, una fotografia che alterna nero lucido e colori artificiali. Alcune sequenze sono costruite con ottimo senso dello spazio, soprattutto quando Maxine deve negoziare tra fuga, posa e minaccia. Il film sa come far pesare un corridoio, un cancello, un set notturno, una faccia che sorride troppo. Sa anche quando lasciare che la musica e il rumore della città facciano il lavoro sporco.

Il problema è che non sempre la tensione narrativa regge la ricchezza dell’atmosfera. Rispetto alla compattezza crudele di X e alla febbre emotiva di Pearl, MaXXXine appare più elegante che necessario in alcuni snodi. Le vittime laterali, l’indagine e certe rivelazioni non hanno sempre la forza disturbante che il film promette. La regia resta affascinante, ma a tratti sembra più interessata a evocare un immaginario che a stringere davvero il cappio.

Suono, musica e industria dell’incubo

Le musiche di Tyler Bates lavorano su una linea coerente con l’identità del film: sintetizzatori, pressione urbana, un’energia da thriller notturno che non cerca il tema gotico ma la vibrazione sporca del periodo. Il suono di MaXXXine è importante perché il film parla di immagini, ma vive anche di rumori: telefoni, passi, traffico, televisori, nastri, voci che sembrano uscire da stanze dove qualcuno sta già montando la versione più vendibile della verità.

In questo senso il film è più acuto quando racconta l’orrore come post-produzione morale. Maxine viene continuamente riscritta dagli altri: final girl, attrice porno, sospettata, peccatrice, promessa del cinema, mostro, sopravvissuta. Ogni etichetta è una gabbia con una luce diversa. West capisce che Hollywood non uccide soltanto i sogni falliti; può rendere mostruosi anche quelli realizzati, perché chiede sempre a qualcuno di diventare prodotto prima di diventare persona.

Corridoio buio di videoteca anni Ottanta con guanto nero sul pavimentoNel film l’immaginario degli anni Ottanta non è nostalgia: è un archivio di desideri, colpe e sguardi pronti a riaprirsi.

Il discorso sulla fama è più forte del mistero

La parte investigativa di MaXXXine resta funzionale, ma non memorabile. Il film accumula minacce, pedinamenti e cadaveri con mestiere, senza però trovare sempre la stessa energia emotiva dei capitoli precedenti. La rivelazione finale chiude il cerchio tematico più che sorprendere davvero. Chi cerca uno slasher teso, affilato, spietato scena dopo scena potrebbe uscire con una sensazione di promessa non del tutto mantenuta.

Eppure sarebbe ingiusto ridurre il film a questo limite. MaXXXine ha una chiarezza critica che lo distingue da molti horror recenti nostalgici degli anni Ottanta. Non usa il periodo solo come costume, ma come ambiente morale: l’industria dell’intrattenimento, il conservatorismo punitivo, la pornografia, il cinema di serie B, il true crime prima del suo nome contemporaneo, la paura urbana, il culto della celebrità. Tutto converge su Maxine, che non vuole essere salvata né punita. Vuole arrivare in cima abbastanza viva da decidere come guardare indietro.

Verdetto

MaXXXine è un capitolo imperfetto ma affascinante, più riuscito come ritratto di un’ambizione contaminata che come macchina del terrore. Ti West chiude la trilogia con un film di superfici brillanti e ombre morali, meno feroce di quanto potrebbe essere, ma attraversato da un’idea potente: la fama non cancella l’orrore, lo illumina meglio. Mia Goth resta il centro magnetico dell’operazione, capace di rendere Maxine insieme vulnerabile e respingente, vittima e minaccia, prodotto e autrice della propria leggenda.

Il voto nasce da questa ambivalenza. Non è il vertice della trilogia e non sempre il thriller mantiene la pressione promessa. Ma quando la notte di Los Angeles si chiude attorno a Maxine, quando un provino sembra una seduta spiritica e un set cinematografico assomiglia a una scena del crimine in attesa, il film trova la sua immagine più precisa: una donna davanti alla porta del successo, con le mani ancora sporche, decisa a entrare comunque.

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Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.