Recensione Horror

Shocker: recensione dell’assassino che viaggia nella corrente

Recensione critica di Shocker, cult horror del 1989 scritto e diretto da Wes Craven, tra televisione, corrente domestica e Horace Pinker.

Pubblicato 6 Agosto 2026 16:30 7 minuti di lettura
Shocker: recensione dell’assassino che viaggia nella corrente
RegiaWes Craven
Anno1989
Durata109 minuti
MusicaWilliam Goldstein

Il ronzio non arriva da una cripta, ma da un televisore acceso troppo a lungo. In Shocker, Wes Craven prende la corrente domestica — prese, cavi, interruttori, tubi catodici, telecomandi — e la trasforma in un corridoio per il male. È un’idea sfrontata, quasi pop, ma non casuale: nel 1989 l’orrore entra nelle case attraverso lo schermo, e Horace Pinker non ha bisogno di bussare quando può viaggiare dentro ciò che la famiglia tiene acceso in salotto.

La domanda che rende interessante questa rilettura non è se Shocker sia un classico compatto come A Nightmare on Elm Street. Non lo è, e non finge di esserlo. Il punto è capire perché questo film irregolare, rumoroso e a tratti scomposto conservi una carica così riconoscibile nel cinema di Craven: la paura che il quotidiano sia già cablato per ospitare l’incubo. L’assassino non vive più soltanto nel vicolo o nella cantina; passa dalla sedia elettrica al tubo catodico, dalla cronaca nera alla pubblicità, dal dolore privato alla programmazione televisiva.

Scheda film: dati verificati e contesto

Titolo originale: Shocker. Anno: 1989. Regia e sceneggiatura: Wes Craven. Produzione: Alive Films e Carolco Pictures; distribuzione Universal Pictures negli Stati Uniti. Durata: 109 minuti secondo il sito ufficiale di Wes Craven, 110 minuti nel catalogo AFI. Musiche originali: William Goldstein, con un impianto sonoro affiancato da brani hard rock e heavy metal molto marcati per l’epoca. Nel cast figurano Michael Murphy, Peter Berg, Cami Cooper e soprattutto Mitch Pileggi nel ruolo di Horace Pinker, il riparatore televisivo e serial killer che il film spinge oltre la morte fisica.

La trama essenziale è questa: Jonathan Parker, giovane atleta con strani sogni premonitori, aiuta la polizia a individuare Pinker dopo una catena di omicidi brutali che colpisce anche la sua famiglia adottiva. Condannato alla sedia elettrica, Pinker stringe un patto oscuro e sopravvive in forma energetica, usando la corrente e gli schermi per continuare la sua vendetta. Craven lavora su una premessa volutamente eccessiva, ma sotto la superficie da horror elettrico c’è una riflessione coerente sulla spettacolarizzazione della violenza e sul potere ipnotico della televisione.

Horace Pinker, il mostro con l’odore dell’officina

Horace Pinker funziona perché non nasce come demone elegante. Prima di diventare energia pura, è un uomo sporco di lavoro, rancore e ferocia: un riparatore televisivo con una zoppia pronunciata, un’officina degradata, attrezzi sparsi e una rabbia che sembra accumulata nel corpo come elettricità statica. Mitch Pileggi gli dà una fisicità aggressiva, meno carismatica in senso classico rispetto a Freddy Krueger ma più pesante, quasi da bruto industriale. Pinker non seduce: invade, interrompe, contamina.

Il rischio, evidente, è che il personaggio sembri costruito per diventare una nuova icona seriale. Craven lo carica di battute, ghigni e poteri, spingendolo verso un terreno che il pubblico associa inevitabilmente a Freddy. Ma Shocker è più interessante quando resiste a questa somiglianza e lascia emergere Pinker come sintomo del suo tempo: non il mostro del sogno adolescenziale, bensì il killer che capisce la casa attraverso i suoi apparecchi. Il suo regno non è il sonno, ma la presa nel muro.

La sedia elettrica e il mito del progresso

Il record editoriale dello slot richiama un fatto storico preciso: il 6 agosto 1890 William Kemmler fu la prima persona giustiziata con la sedia elettrica nel carcere di Auburn. Le cronache dell’epoca descrissero un’esecuzione lunga e traumatica, lontana dalla promessa di una morte rapida e “moderna”. Shocker non racconta Kemmler e non trasforma quella vittima reale in leggenda soprannaturale; usa però lo stesso immaginario elettrico per mettere in crisi un’idea di progresso pulito, tecnico, quasi amministrativo.

Nel film, la sedia elettrica dovrebbe chiudere la storia di Pinker con l’autorità della legge e della tecnologia. Accade l’opposto: la macchina non cancella la violenza, la ridistribuisce. La corrente che dovrebbe punire diventa mezzo di ritorno, canale, possessione. È qui che Craven trova una delle sue intuizioni più forti: l’istituzione crede di controllare l’energia, ma l’energia appartiene già a un circuito più vasto, fatto di case, media, desiderio di spettacolo e paura collettiva. La morte di Stato, ripresa e raccontata come evento, si confonde con l’intrattenimento nero.

Televisione, satira e possessione domestica

La parte più viva di Shocker è la sua ossessione televisiva. Craven non usa lo schermo soltanto come porta soprannaturale: lo tratta come ambiente mentale. Telegiornali, programmi, immagini pubblicitarie e frammenti di sport diventano superfici attraversabili, quasi stanze comunicanti di una casa elettronica. Quando Pinker passa da un corpo all’altro e da un canale all’altro, il film smette di essere solo slasher e diventa una satira nervosa sulla violenza come flusso continuo.

La scelta è meno elegante che profetica. Oggi alcune sequenze possono sembrare ingenue negli effetti, ma l’idea che il male si muova attraverso il consumo di immagini conserva una forza sorprendente. Il televisore non è un oggetto neutro: illumina le facce, detta il ritmo della stanza, porta il mondo dentro il salotto e rende familiare ciò che dovrebbe restare intollerabile. In questo senso Shocker parla anche della cronaca nera come intrattenimento, della soglia sempre più sottile tra notizia, trauma e spettacolo.

Jonathan Parker e il problema dell’eroe

Peter Berg interpreta Jonathan con un’energia da protagonista sportivo anni Ottanta: giubbotto, campo da football, rapporto con il padre adottivo, fidanzata idealizzata, dolore che diventa missione. È la parte più convenzionale del film e, insieme, quella che mostra i suoi limiti. Jonathan non ha la complessità di Nancy Thompson né la qualità disturbante dei personaggi più riusciti di Craven; spesso esiste per reagire al caos, inseguire Pinker e tenere insieme una trama che corre più veloce della sua psicologia.

Eppure il suo legame onirico con l’assassino introduce una tensione interessante. Jonathan non è solo un testimone: è un ricevitore. Vede, capta, viene attraversato. Prima ancora che Pinker entri davvero nei circuiti elettrici, il film suggerisce che la violenza abbia già trovato una frequenza umana. I sogni non sono qui il regno plastico di Freddy, ma un sistema d’allarme difettoso, un segnale disturbato che arriva quando il danno è già vicino. È un’idea efficace, anche se non sempre sviluppata con la precisione che meriterebbe.

Immagini, suono e corpo elettrico

Visivamente, Shocker alterna momenti molto suggestivi a cadute più vistose. L’officina di Pinker, gli interni domestici attraversati dal bagliore blu, la sedia elettrica, i cavi, le scintille e i televisori producono un immaginario materiale forte: si sente quasi l’odore di plastica scaldata, polvere sui circuiti, metallo bruciato. Quando il film resta vicino a questi oggetti, la sua paura è concreta. Non abbiamo davanti un fulmine astratto, ma una tecnologia di tutti i giorni che improvvisamente non obbedisce più.

La musica di William Goldstein sostiene il lato soprannaturale con un gusto pienamente tardo anni Ottanta, mentre la componente rock accentua l’aggressività commerciale del progetto. Non tutto si amalgama: alcune soluzioni spingono il film verso il videoclip, altre verso il thriller paranormale, altre ancora verso la farsa nera. Ma questa discontinuità è anche parte del suo fascino. Shocker non è levigato; crepita. Ha il ritmo di un apparecchio sintonizzato male, con interferenze, improvvisi picchi di volume e immagini che sembrano voler uscire dal vetro.

Il posto di Shocker nel cinema di Craven

Dentro la filmografia di Wes Craven, Shocker appare come un ponte imperfetto. Arriva dopo l’esplosione culturale di Freddy e prima della piena autocoscienza metacinematografica di Wes Craven’s New Nightmare e Scream. Contiene già il sospetto che l’orrore moderno non possa più ignorare i media che lo diffondono. Contiene anche la tentazione, meno riuscita, di costruire un nuovo villain franchising con regole elastiche e battute memorabili. Il film resta in mezzo: troppo strano per essere solo prodotto industriale, troppo impaziente per diventare opera compiuta.

La sua irregolarità, però, non va liquidata come semplice difetto. Craven ragiona spesso meglio quando mette in crisi le forme popolari dall’interno, e qui lo fa con una miscela di slasher, horror soprannaturale, satira televisiva e melodramma familiare. Non tutte le parti hanno lo stesso peso, ma l’insieme conserva una personalità riconoscibile. Anche quando sbanda, Shocker non sembra anonimo. Ogni eccesso porta la firma di un regista interessato a capire come le paure cambino supporto: dal sogno al video, dal coltello alla corrente, dal mostro alla trasmissione.

Verdetto: un cult imperfetto, ma ancora acceso

Shocker merita 7,2 su 10. Non è il Craven più elegante né il più chirurgico, e paga una certa ansia di trasformare Pinker in icona replicabile. Alcune svolte corrono troppo, alcune interpretazioni restano funzionali, alcuni effetti hanno perso parte della loro forza immediata. Ma il film possiede un nucleo potente: l’idea che la violenza non finisca con la punizione, perché può rientrare in casa sotto forma di segnale, immagine, rumore elettrico, abitudine domestica.

Rivisto oggi, il suo valore sta proprio in quella corrente instabile. La sedia elettrica non chiude il circuito, lo apre; il televisore non mostra soltanto l’orrore, lo conduce; la casa non protegge, amplifica. Craven firma un’opera spigolosa e commerciale, ma attraversata da intuizioni sincere sul rapporto tra paura, tecnologia e spettacolo. Shocker non è un capolavoro nascosto: è un apparecchio difettoso che continua a lampeggiare nel buio, e proprio per questo vale ancora la pena restare davanti allo schermo.

Leggi anche

VI

Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.