
La prima cosa che resta addosso, in Tarot, non è una profezia ma il rumore secco di una carta girata su un tavolo: carta spessa, bordo consumato, illustrazione che sembra aspettare il volto di chi la guarda. Il film di Spenser Cohen e Anna Halberg parte da un oggetto semplice e molto riconoscibile, un mazzo trovato in una casa affittata per un compleanno, e lo trasforma nel contratto più antico dell’horror popolare: se tocchi ciò che non capisci, qualcosa leggerà te prima che tu riesca a leggerlo.
Distribuito da Sony Pictures Releasing attraverso Screen Gems nel 2024, Tarot dura 92 minuti ed è interpretato, tra gli altri, da Harriet Slater, Adain Bradley, Avantika, Wolfgang Novogratz, Humberly González, Larsen Thompson e Jacob Batalon. La musica è di Joseph Bishara, nome ormai familiare al soprannaturale mainstream per la sua presenza nell’orbita di Insidious e The Conjuring. La domanda critica, però, non riguarda solo l’efficacia dei singoli spaventi: il film riesce davvero a rendere il destino un meccanismo tragico, oppure si limita a usare gli arcani come maschere per una serie ordinata di jump scare?
Un horror Screen Gems costruito su una regola chiara
Tarot appartiene a una linea produttiva molto riconoscibile: horror accessibile, ritmo veloce, gruppo di giovani adulti, minaccia soprannaturale decifrabile, immagini forti ma non troppo estreme. Cohen e Halberg, qui alla regia del loro lungometraggio horror più esposto, non cercano l’ambiguità autoriale a tutti i costi. Mettono subito in campo una regola: non bisogna usare un mazzo di tarocchi altrui, perché ogni lettura apre un varco personale. È una premessa quasi da racconto attorno al fuoco, e funziona proprio perché è facile da capire prima ancora che il film inizi a spiegarsi.
Il gruppo di amici legge le carte con leggerezza, tra bicchieri, telefoni, risate nervose e stanze che sembrano già troppo grandi per essere sicure. Da quel momento la struttura diventa fatalista: a ogni personaggio corrisponde un destino visualizzato in forma di archetipo. Il Matto, l’Eremita, il Mago, l’Impiccato, la Morte e le altre figure non sono più simboli da interpretare, ma istruzioni operative del mondo narrativo. Il punto migliore dell’idea è questo ribaltamento: la carta, di solito ambigua, diventa una sentenza fisica. Il futuro non viene letto; viene eseguito.
Il limite nasce dalla stessa chiarezza. Il film raramente concede alle carte il mistero che promettono. Le usa come etichette, spesso con un’efficienza più da attrazione da luna park che da vero incubo divinatorio. Quando funziona, l’archetipo produce attesa: lo spettatore sa quale figura sta arrivando ma non sa ancora quale forma prenderà. Quando funziona meno, il meccanismo appare troppo visibile, e il destino smette di sembrare una trappola metafisica per diventare una scaletta di eliminazioni.
Atmosfera, casa e creature: il mazzo come oggetto maledetto
La parte più riuscita di Tarot è il rapporto con gli oggetti. Il mazzo non è trattato come un semplice accessorio scenico: ha peso, consistenza, un disegno sporco, quasi inciso, e la sua presenza modifica la qualità della luce attorno al tavolo. Il film capisce che un buon oggetto maledetto deve sembrare già usato da qualcun altro. Non deve arrivare pulito, nuovo, perfetto; deve portare tracce, angoli rovinati, un odore immaginario di cassetto chiuso, cera spenta e polvere.
La casa iniziale, con i suoi corridoi e i suoi ambienti separati, funziona come contenitore rituale. Ci sono scale, porte, cantina, ombre e una disposizione degli spazi che permette al film di isolare i personaggi con facilità. Non è una geografia memorabile come quella dei grandi haunted house movie, ma è abbastanza concreta da far sentire la violazione iniziale. L’errore non accade in un non-luogo: accade in un interno temporaneo, preso in prestito, dove i protagonisti si comportano come se ogni oggetto fosse disponibile. L’orrore nasce anche da questa maleducazione metafisica.
Le creature legate agli arcani sono il vero biglietto da visita visivo del film. Alcune appaiono più riuscite di altre, ma l’intenzione è chiara: ogni carta deve avere una silhouette, una modalità di ingresso, un piccolo cerimoniale. Le figure migliori sono quelle che trasformano un ambiente quotidiano in una scena di persecuzione, usando ascensori, corridoi, scale mobili, luci intermittenti o spazi di passaggio. Il film non inventa un linguaggio nuovo, però sa confezionare momenti di pressione abbastanza solidi per tenere insieme la visione.
Quando il mazzo smette di essere simbolo e diventa prova materiale, Tarot trova la sua immagine più efficace: il destino come traccia lasciata in una stanza sbagliata.
Jump scare e fatalismo: quando il meccanismo diventa gabbia
Tarot è un film che conosce bene il tempo del jump scare. La preparazione è spesso classica: silenzio, dettaglio fuori posto, personaggio che avanza, falsa pausa, colpo sonoro. Joseph Bishara accompagna questa grammatica con una partitura che privilegia tensione, urti, bassi e improvvise aperture abrasive. Non siamo davanti al suo lavoro più sorprendente, ma la musica sostiene bene la promessa commerciale del film: rendere ogni apparizione immediata, riconoscibile, vendibile come piccola scarica di adrenalina.
Il problema è che il fatalismo richiede più del colpo improvviso. Se il destino è già scritto, lo spavento non dovrebbe nascere soltanto dall’imprevisto, ma dall’impossibilità di deviare il percorso. Il film lo capisce a tratti, soprattutto quando i personaggi provano a razionalizzare la sequenza delle morti e si rendono conto che la lettura iniziale non era un gioco ma una mappa. In quei momenti Tarot funziona come una versione giovane e soprannaturale della logica di Final Destination: non conta se credi alla regola, perché la regola ha già creduto in te.
La sceneggiatura, tuttavia, tende a semplificare psicologie e relazioni. I personaggi hanno tratti utili al funzionamento della macchina, ma raramente abbastanza profondità da far pesare davvero ogni perdita. Harriet Slater porta alla protagonista Haley una fragilità leggibile e una quota di senso di colpa; Jacob Batalon dà al gruppo una vena comica controllata; Avantika e Adain Bradley mantengono energia. Ma il film resta più interessato alla prossima carta che alla ferita lasciata da quella precedente. È una scelta coerente con il suo passo, meno con la promessa tragica del destino.
Fonti filmiche e identità produttiva
I dati essenziali sono confermati dalle schede pubbliche e dai materiali di distribuzione: Tarot è un horror soprannaturale statunitense del 2024, diretto da Spenser Cohen e Anna Halberg, distribuito negli Stati Uniti da Sony Pictures Releasing, con marchio Screen Gems, e accreditato con una durata di 92 minuti. La colonna sonora originale è firmata da Joseph Bishara; il film è associato anche al titolo di lavorazione e alla matrice narrativa di Horrorscope, romanzo di Nicholas Adams del 1992 citato nelle schede di riferimento.
Questa identità produttiva spiega molto del risultato. Tarot non vuole essere un horror occulto esoterico nel senso più rigoroso del termine. Non indaga davvero la storia dei tarocchi, non apre un discorso complesso sulla divinazione, non pretende di distinguere tradizione, superstizione e psicologia simbolica. Usa l’immaginario degli arcani come catalogo di mostri e come sistema narrativo a prova di pubblico largo. È una scelta legittima, purché la si giudichi per quello che è: un horror da sala, pensato per essere chiaro, rapido, alternato tra paura e intrattenimento.
La locandina ufficiale verticale, separata dalla cover editoriale di questa recensione, dichiara bene quel patto: volto, carte, destino, minaccia. È un poster efficace perché comprime il film in un’immagine immediata, ma anche rivelatore del suo limite. L’idea più inquietante di Tarot non è vedere una faccia minacciosa accanto a un mazzo; è immaginare che ogni carta possa modificare la stanza in cui ci troviamo, decidere il suono che sentiremo dopo, scegliere il punto esatto in cui una luce si spegnerà. Il film raggiunge questa sensazione solo a intermittenza.
Il destino come oggetto manipolabile
La recensione di Tarot deve passare da una constatazione: il film ha un’idea più forte della sua esecuzione drammatica. L’oggetto manipolabile, il mazzo, è perfetto per parlare di destino perché mette insieme gesto e condanna. Qualcuno mescola, qualcuno pesca, qualcuno interpreta; poi il film toglie ai personaggi proprio la parte interpretativa. Non resta margine simbolico, non resta libertà ermeneutica. La carta è già una scena, e quella scena vuole compiersi.
Questa intuizione avrebbe potuto generare un horror più crudele e più malinconico. Gli arcani, nel loro uso culturale più diffuso, promettono possibilità: non solo morte, ma passaggi, crisi, trasformazioni, rovesciamenti. Tarot preferisce ridurre quasi tutto a minaccia letterale. È efficace, ma impoverisce la materia. Il Mago, l’Eremita o il Matto diventano soprattutto mostri di turno, mentre avrebbero potuto incarnare paure più intime: manipolazione, isolamento, impulsività, autoinganno. Il film accenna a queste direzioni e poi torna alla corsa.
Resta comunque un piacere di superficie non trascurabile. Le scene migliori hanno ritmo, alcune apparizioni possiedono una fisicità inquietante, e l’idea di una lettura che segue i protagonisti fuori dalla casa produce un senso di contaminazione utile. Il male non resta nel luogo del peccato iniziale; viaggia, si adatta, aspetta. In un genere pieno di oggetti maledetti, il mazzo funziona perché è portatile e personale insieme: sta in una scatola, ma pretende di conoscere il carattere di chi lo apre.
Verdetto
Tarot non è il grande horror sugli arcani che il suo soggetto avrebbe potuto generare, ma è un prodotto più solido di quanto una lettura distratta potrebbe concedergli. Ha un concept immediato, alcune creature efficaci, un buon uso dell’oggetto maledetto e una struttura fatalista capace di sostenere 92 minuti senza crollare. Dove perde forza è nella scrittura dei personaggi e nella tendenza a sostituire il mistero con la meccanica dello spavento.
Il voto ideale sta a metà tra indulgenza e severità: Tarot merita attenzione come horror commerciale ben confezionato, non come opera destinata a ridefinire il soprannaturale contemporaneo. Quando una carta cade sul tavolo e la stanza sembra trattenere il respiro, il film lascia intravedere un incubo più profondo: non la paura di morire, ma quella di scoprire che qualcuno ha già trasformato il nostro futuro in una sequenza di immagini. Poi, spesso, preferisce far saltare il pubblico sulla poltrona. Non sempre basta; ma quando il mazzo gira dalla parte giusta, la trappola scatta.


