
La prima cosa che resta addosso, in The Deliverance, è una porta domestica che non sembra più promettere riparo: dietro c’è una casa dell’Indiana, un tavolo da cucina, una madre che cerca di restare in piedi e un bambino che comincia a guardare il soffitto come se qualcuno lo chiamasse da un piano invisibile. Lee Daniels entra nel caso Ammons non dalla via del gotico elegante, ma da quella più sporca e quotidiana: bollette, alcol, assistenti sociali, rabbia familiare, fede, fame di controllo, corpi che non hanno più un luogo sicuro dove riposare.
Questo 9 settembre porta con sé una ricorrenza cupa, quella dell’assassinio di Ahmad Shah Massoud tramite una telecamera trasformata in bomba: un oggetto di fiducia convertito in minaccia. Il legame con The Deliverance non è politico, e va tenuto con sobrietà. È un legame di atmosfera morale: anche qui ciò che dovrebbe proteggere o testimoniare viene contaminato. La casa non custodisce, la famiglia non basta, la religione non consola sempre, lo sguardo istituzionale non capisce tutto. Il film diventa urgente proprio perché racconta l’orrore come tradimento delle strutture che dovrebbero dare sicurezza.
Scheda film e dati verificati
The Deliverance è un horror soprannaturale statunitense del 2024 diretto da Lee Daniels, scritto da David Coggeshall, Elijah Bynum e dallo stesso Daniels, distribuito da Netflix dopo un passaggio limitato nelle sale americane. La durata indicata dai materiali di riferimento è di 112 minuti. Le musiche sono firmate da Lucas Vidal. Nel cast figurano Andra Day nel ruolo di Ebony Jackson, Glenn Close nel ruolo di Alberta, Aunjanue Ellis-Taylor, Mo’Nique, Caleb McLaughlin, Demi Singleton, Anthony B. Jenkins, Omar Epps, Tasha Smith e Miss Lawrence. Il film dichiara apertamente la propria ispirazione al caso Ammons, una vicenda di presunta infestazione avvenuta a Gary, Indiana, e diventata nota per il coinvolgimento di polizia, servizi sociali e figure religiose.
La premessa è semplice: Ebony Jackson, madre in difficoltà, si trasferisce con i figli e con la madre Alberta in una nuova casa, sperando di rimettere ordine in una vita già piena di fratture. Quasi subito emergono comportamenti inquietanti, incidenti inspiegabili e segnali che spingono il racconto verso la possessione. Ma Daniels non apre con il soprannaturale come spettacolo puro. Lo innesta dentro un melodramma familiare ruvido, dove la violenza economica, il razzismo implicito dello sguardo assistenziale, le dipendenze, la colpa religiosa e il trauma generazionale preparano il terreno prima che il demone abbia davvero bisogno di mostrarsi.
Il caso Ammons tra cronaca, leggenda e adattamento
Il film nasce da un materiale particolarmente delicato perché il caso Ammons non appartiene solo al folklore dell’orrore, ma a una zona ambigua in cui documento pubblico, testimonianza e racconto popolare si sovrappongono. Il fatto verificabile riguarda una famiglia dell’Indiana al centro di segnalazioni insolite, interventi dei servizi sociali, dichiarazioni di testimoni e attenzione mediatica. Le testimonianze parlano di bambini coinvolti in episodi inspiegabili, presenze ostili, fenomeni fisici e pratiche di liberazione spirituale. La leggenda, come spesso accade, ha poi compattato tutto in un’immagine potente: una casa considerata portale infernale.
Daniels prende questa materia e la trasforma in cinema, non in verbale. È una scelta legittima, ma non sempre indolore. Quando il film distingue la sofferenza sociale dalla possessione, funziona: il male non sembra arrivare nel vuoto, ma trovare una famiglia già esposta. Quando invece forza la cronaca verso l’apparato più riconoscibile dell’esorcismo cinematografico, rischia di ridurre la stranezza del caso a un percorso più prevedibile. La parte più interessante resta quella in cui non sappiamo se stiamo guardando una storia di demoni, una storia di abbandono istituzionale o il punto in cui le due cose diventano indistinguibili per chi le vive.
Lee Daniels e l’orrore come melodramma sporco
Lee Daniels non dirige The Deliverance come un regista horror puro, e questa è insieme la forza e il limite del film. La sua macchina da presa è attratta dai volti, dagli scatti emotivi, dalle ferite sociali, dalle umiliazioni che precedono lo spavento. Ebony non è costruita come madre santa o vittima trasparente: beve, esplode, sbaglia tono con i figli, si difende male, porta sulle spalle una stanchezza che il film non prova a rendere graziosa. Andra Day accetta questa ruvidità e dà al personaggio una fisicità nervosa, spesso sgradevole, ma mai astratta.
Il problema nasce quando il melodramma e l’horror devono fondersi nella stessa temperatura. Daniels sa orchestrare il conflitto madre-figlia, la vergogna pubblica, la scena familiare che brucia di parole dette troppo tardi. È meno preciso quando deve costruire il terrore come progressione formale. Alcuni passaggi soprannaturali hanno immagini forti, ma arrivano con una grammatica più convenzionale: corpi piegati, voci alterate, apparizioni, escalation verso la liberazione religiosa. Il film sembra più libero quando resta nel disagio della cucina, del corridoio, dell’ufficio dei servizi sociali; più obbligato quando deve rispettare l’idea industriale di possessione.
La parte più inquieta del film non nasce dal rito, ma dalla casa che espone ogni frattura familiare prima ancora dell’arrivo del soprannaturale.
Andra Day, Glenn Close e Mo’Nique: tre energie in collisione
Andra Day porta Ebony lontano dall’eroina facile. Il suo lavoro migliore sta nei momenti in cui la donna sembra non avere più riserve: la voce diventa dura, il corpo perde eleganza, lo sguardo alterna difesa e vergogna. Il film le chiede molto, forse troppo, perché Ebony deve incarnare trauma personale, maternità, sospetto sociale e scontro spirituale. Day non risolve sempre ogni passaggio con la stessa misura, ma quando il personaggio resta dentro la rabbia concreta produce le scene più vive.
Glenn Close interpreta Alberta con una scelta vistosa: capelli, unghie, abiti, linguaggio e presenza fisica costruiscono una figura volutamente eccessiva, una madre convertita, malata, invadente, affamata di redenzione e controllo. È una performance che divide, e comprensibilmente. A tratti sembra provenire da un film più barocco, quasi grottesco; altrove dà alla storia un’energia sporca, imprevedibile, capace di impedire al dramma familiare di diventare piatto. Mo’Nique, nel ruolo dell’assistente sociale, porta invece una durezza sorvegliata: il suo personaggio è fondamentale perché rappresenta uno sguardo istituzionale che osserva la famiglia, la giudica, ma non sempre possiede strumenti sufficienti per leggere ciò che eccede il protocollo.
La casa, il suono e il corpo dei bambini
La casa di The Deliverance non è memorabile come architettura gotica, ma funziona come contenitore morale. È uno spazio povero di respiro, dove ogni stanza sembra trattenere una discussione precedente. Il film avrebbe potuto lavorare ancora meglio sulle geografie interne, rendendo più riconoscibile il modo in cui il male occupa progressivamente l’ambiente. Tuttavia alcuni dettagli restano: il letto, la scala, il seminterrato, il soffitto fissato dai bambini, l’aria di una normalità che si è incrinata senza rompersi subito.
Lucas Vidal accompagna questa discesa con una partitura che alterna pressione emotiva e segnali più apertamente horror. Le musiche non reinventano il linguaggio della possessione, ma sostengono il tono ibrido scelto da Daniels: non solo paura, anche colpa, supplica, vergogna, bisogno di assoluzione. Il suono più efficace, però, resta spesso quello legato ai bambini. Quando i corpi dei figli diventano campo di battaglia, il film tocca il suo nervo più doloroso: l’idea che una madre già giudicata dal mondo debba dimostrare la realtà di un male proprio mentre tutti sono pronti a leggere la sua famiglia come problema sociale.
Fede, liberazione e
Il titolo originale insiste sulla liberazione, e il film prende sul serio la dimensione religiosa. Non tratta l’esorcismo solo come set-piece spettacolare: lo lega a una domanda di salvezza, di colpa e di riconciliazione. Questa scelta è coerente con Daniels, autore spesso interessato a personaggi feriti che cercano una forma di dignità dentro ambienti ostili. In The Deliverance, la fede può essere rifugio, arma, teatro, lingua materna e ultima risorsa. Non è mai del tutto neutra.
Il
Verdetto: un esorcismo imperfetto, ma non anonimo
The Deliverance è un film diseguale, più interessante per le sue frizioni che per la precisione del meccanismo horror. Non è il nuovo punto di riferimento del cinema demoniaco, e chi cerca un crescendo di paura chirurgico potrebbe trovarlo pesante, intermittente, persino melodrammatico fino all’eccesso. Ma non è nemmeno un prodotto generico da catalogo streaming. Ha un’identità riconoscibile: sporca il genere con la maternità ferita, con la povertà, con la sorveglianza sociale, con una fede che non consola senza pretendere qualcosa in cambio.
Il verdetto è positivo con riserve: 7/10. Lee Daniels firma una recensione filmica dell’America domestica prima ancora che un esorcismo, e proprio lì il film lascia il segno. Quando guarda Ebony e i suoi figli come persone intrappolate in una rete di giudizi, debiti e paure, The Deliverance possiede una forza disturbante. Quando deve chiudere tutto nel rito, perde parte della sua ambiguità. Resta però un’immagine finale morale, più che spettacolare: una casa in cui il male non entra soltanto perché una porta è aperta, ma perché troppi sistemi di protezione hanno già fallito prima che qualcuno pronunci la parola demone.


