
Il momento più onesto di The Monkey arriva quando una morte assurda dovrebbe farci distogliere lo sguardo e invece strappa quasi una risata, subito seguita da un senso di colpa. Osgood Perkins costruisce il film proprio in quello spazio scomodo: il punto in cui l'orrore non cancella il ridicolo, ma lo usa come un coltellino affilato. C'è un giocattolo maledetto, c'è una famiglia spezzata, ci sono corpi che finiscono in modi talmente elaborati da sembrare scherzi crudeli dell'universo. Ma sotto la superficie da commedia nera pulsa un'idea più cupa: la morte, quando arriva senza logica, ci umilia prima ancora di spaventarci.
Il film, tratto dal racconto di Stephen King, segue due fratelli gemelli, Hal e Bill, segnati da un oggetto d'infanzia che non ha mai smesso davvero di battere il proprio tamburo. Theo James li interpreta in un doppio ruolo che punta meno sulla trasformazione spettacolare e più su una frattura interna: da una parte il tentativo di scappare dalla maledizione, dall'altra la tentazione di darle un senso, o perfino una forma di controllo. È qui che The Monkey trova il suo tono particolare. Non vuole essere soltanto un catalogo di morti inventive, anche se quelle sono parte essenziale del piacere perverso del film. Vuole chiedere che cosa resta di una famiglia quando il lutto diventa una gag ricorrente.
Un giocattolo che non spiega il male, lo accorda
Il piccolo scimmiotto meccanico funziona perché Perkins evita di renderlo troppo eloquente. Non serve una mitologia complicata, non serve un manuale di regole occulto. Il tamburo batte, qualcuno muore, e il mondo prosegue con una naturalezza quasi offensiva. Questa semplicità è una delle scelte più riuscite: l'oggetto non diventa un mostro da combattere, ma un ritmo. Ogni apparizione rimette in moto l'attesa, e l'attesa è già una forma di condanna. Lo spettatore sa che qualcosa accadrà; il film si diverte a farci immaginare come, quando e quanto male.
In questo senso l'adattamento capisce bene una delle ossessioni kinghiane più fertili: l'infanzia non è un rifugio puro, ma il luogo in cui certi traumi imparano il nostro nome. Il giocattolo non spaventa perché è antico o demoniaco; spaventa perché appartiene alla stanza dei bambini, alla memoria domestica, a ciò che dovrebbe essere innocuo. Perkins prende quell'immagine e la asciuga fino a farla diventare un meccanismo di fatalità. Il male non parla molto, non seduce, non fa grandi promesse. Si limita a ricomparire, come una barzelletta raccontata sempre nel momento sbagliato.
La morte come slapstick nero
La parte più divisiva del film è anche la sua identità: The Monkey non tratta la morte con solennità. La deforma, la accelera, la rende improvvisa e spesso grottesca. Le sequenze più sanguinose hanno una precisione da numero comico, con tempi di entrata e uscita che ricordano lo slapstick, solo che al posto della torta in faccia arriva una fatalità splatter. È una scelta
Il film funziona meglio quando mantiene questa ambiguità. Alcune morti sono quasi sketch crudeli, altre lasciano un retrogusto più amaro, soprattutto quando tornano a colpire il legame tra padri, figli e fratelli. La comicità non cancella il lutto: lo sporca. E questa sporcatura è più interessante della semplice escalation splatter. In un horror più convenzionale, ogni cadavere servirebbe ad aumentare la minaccia. Qui, invece, ogni morte ricorda ai personaggi che il mondo non concede nemmeno la dignità di una tragedia ordinata. Si può perdere qualcuno in modo enorme, ridicolo, ingiusto, e dover comunque restare vivi dopo il rumore.
Quando il tamburo resta solo, la gag ha già smesso di far ridere.
Perkins dopo Longlegs: meno gelo, più veleno pop
Chi arriva a The Monkey aspettandosi lo stesso gelo rituale di Longlegs potrebbe restare spiazzato. Qui Osgood Perkins lavora con un'energia più elastica, più cattiva e più apertamente pop. La regia conserva il gusto per gli spazi inquieti e per i silenzi che sembrano durare un mezzo secondo di troppo, ma li attraversa con una vena da commedia macabra. È come se il film rifiutasse di scegliere tra la camera mortuaria e il luna park: li mette nello stesso corridoio e lascia che l'odore di zucchero bruciato si mescoli a quello del sangue.
Questa scelta non è sempre perfettamente bilanciata. In alcuni passaggi la struttura a episodi della maledizione rischia di diventare prevedibile: il giocattolo appare, la tensione sale, l'incidente esplode. Però Perkins compensa con un tono personale, meno interessato alla sorpresa pura che alla sensazione di inevitabilità. Il film non cerca di convincerci che la prossima morte sia impossibile da immaginare; cerca di farci desiderare e temere, nello stesso istante, il modo in cui arriverà. È un rapporto quasi colpevole con lo spettacolo, e proprio per questo coerente con il tema.
Una famiglia che eredita una condanna
Sotto la macchina delle gag mortali, il cuore del film resta familiare. Hal non fugge soltanto dal giocattolo: fugge dall'idea che amare qualcuno significhi offrirlo al caso. Il rapporto con il figlio introduce una nota più vulnerabile, perché sposta la maledizione dal passato al futuro. Non si tratta più di sopravvivere a un'infanzia rovinata, ma di decidere se sia possibile proteggere qualcuno quando il pericolo non segue una morale. La paura vera, allora, non è che il monkey uccida ancora. È che ogni legame diventi un bersaglio solo perché esiste.
Theo James regge bene questa doppia temperatura, alternando stanchezza, rabbia e un fatalismo che non diventa mai del tutto eroico. Attorno a lui, il cast contribuisce a dare al film una concretezza emotiva anche quando il tono vira verso l'assurdo. Tatiana Maslany porta un'ombra di ferita domestica che resta anche quando la sceneggiatura corre altrove; Elijah Wood, Christian Convery, Colin O'Brien, Rohan Campbell e Sarah Levy abitano un mondo in cui ogni presenza sembra potenzialmente destinata a diventare parte di una battuta sanguinosa. La crudeltà del film sta anche qui: nessuno appare davvero al sicuro, ma non tutti hanno il tempo di diventare memorabili prima che il tamburo ricominci.
Il suono della fatalità
La musica di Edo Van Breemen accompagna il film senza trasformarlo in una giostra chiassosa. La partitura lascia spazio ai rumori secchi, agli scarti improvvisi, a quella qualità meccanica che rende il giocattolo più inquietante di qualunque spiegazione. Il tamburo è un segnale, ma anche una presa in giro: riduce il destino a un ritmo infantile, semplice, quasi stupido. È un'idea sonora efficace perché toglie grandezza alla morte. Non c'è un coro infernale, non c'è una sentenza cosmica. C'è un suono piccolo, ripetuto, e poi il caos.
Con i suoi 98 minuti, The Monkey ha una durata giusta per non consumare del tutto il proprio meccanismo. Non ogni svolta colpisce allo stesso modo, e qualche personaggio resta più funzione che ferita, ma il film mantiene una compattezza preziosa. La violenza non pesa sempre per profondità emotiva; a volte pesa per ritmo, per invenzione, per sfrontatezza. È un horror che accetta di essere sporco, irregolare, persino antipatico quando serve. E in un panorama dove molti film di genere cercano prestigio attenuando la propria natura pulp, questa mancanza di eleganza controllata diventa quasi un pregio.
Un orrore buffo, crudele e più triste di quanto sembri
La recensione di The Monkey passa quindi da una contraddizione: il film diverte proprio mentre racconta l'impossibilità di addomesticare il lutto. Le sue morti possono far sorridere, ma il sorriso resta impigliato perché ogni gag porta con sé una domanda sgradevole. Se il mondo può strapparci qualcuno senza ragione, che cosa ce ne facciamo della ragione dopo? Perkins non offre una risposta consolatoria. Preferisce osservare personaggi che provano a vivere con una superstizione trasformata in biografia, con un oggetto che continua a ricordare loro quanto poco controllo abbiano davvero.
Non è il film più spaventoso dell'anno, né il più elegante della carriera di Perkins, ma è uno dei più coerenti nel suo sadismo giocoso. The Monkey prende Stephen King, lo filtra attraverso una sensibilità da commedia nera e costruisce un horror dove la morte non bussa: entra inciampando, fa rumore, lascia sangue sul pavimento e pretende che qualcuno rida nel momento esatto in cui vorrebbe piangere. Alla fine resta l'immagine di quel giocattolo immobile, piccolo e ridicolo, capace però di far sembrare l'intero universo una trappola a molla. Il tamburo tace, ma solo perché sta scegliendo il prossimo tempo.


