
Nel deserto del Mojave, in The Outwaters, la notte non cade: sembra premere sull’obiettivo finché la videocamera dimentica come si guarda. All’inizio ci sono elementi quasi ordinari, una tenda, una bottiglia d’acqua, un faro che taglia la sabbia, quattro persone arrivate per girare un video musicale. Poi il buio comincia a comportarsi come una materia viva. Non entra nell’inquadratura per farsi riconoscere; la consuma, la restringe, la sporca di suoni, urla e lampi rossi, lasciando allo spettatore il compito più ingrato: capire se sta assistendo a una prova, a una visione o a una rovina registrata troppo da vicino.
Il film di Robbie Banfitch, presentato nel 2022 e distribuito negli Stati Uniti nel 2023, appartiene al found footage ma lavora contro molte abitudini del formato. Dove The Blair Witch Project, arrivato alla distribuzione nazionale statunitense il 30 luglio 1999, aveva trasformato Internet e i materiali promozionali in un dubbio collettivo tra finzione e realtà, The Outwaters sposta la domanda più avanti: cosa resta dell’orrore quando l’immagine non garantisce più orientamento? Il fatto è il film, con i suoi dati verificabili; la testimonianza è la promessa interna delle schede di memoria ritrovate; la leggenda è l’eco di un deserto che sembra inghiottire corpi e senso; l’interpretazione è la sua sfida più estrema, quella di mostrare il limite fisico della visione.
Scheda film: dati essenziali verificati
Titolo originale: The Outwaters. Anno: 2022, con uscita statunitense nel febbraio 2023. Regia, sceneggiatura, produzione, montaggio e fotografia: Robbie Banfitch. Durata: 110 minuti. Musiche: Salem Belladonna. Cast principale: Robbie Banfitch, Angela Basolis, Scott Schamell e Michelle May, con Leslie Ann Banfitch tra le presenze secondarie. Le principali schede internazionali concordano sulla natura indipendente del progetto e sul suo impianto di horror surrealista, mystery e fantascientifico, con una produzione ridotta che rende ancora più decisiva la precisione del suono e della messa in scena.
La premessa è semplice solo in apparenza. Alcuni amici raggiungono una zona remota del Mojave per lavorare a un video musicale; la quotidianità del viaggio, dei dialoghi e delle riprese preparatorie viene interrotta da fenomeni sempre più ostili. Il dispositivo narrativo parla di memory card ritrovate, dunque di frammenti, lacune e montaggio postumo. Ma Banfitch non usa questa cornice per simulare soltanto realismo. La usa per sabotare la fiducia dello spettatore: ogni taglio, ogni zona nera, ogni urlo fuori campo sembra chiedere se l’immagine stia documentando qualcosa o se sia già stata contagiata da ciò che pretende di registrare.
Dal mito di Blair Witch al deserto come macchina percettiva
Il richiamo a The Blair Witch Project non è un vezzo nostalgico. Il film del 1999 aveva codificato una nuova fame di autenticità: videocamere tremanti, volti stanchi, mappe inutili, leggende locali e una campagna web capace di confondere deliberatamente finzione e cronaca. The Outwaters eredita quella lezione, ma la porta in una zona meno comunicativa e più sensoriale. Qui non c’è una strega da inseguire nei boschi del Maryland, né un folklore ordinato in interviste e indizi. C’è un territorio vastissimo che si restringe fino a diventare un buco nero dentro una torcia.
Il Mojave non è un semplice scenario. È una superficie che cancella proporzioni, distanze e sicurezze. Di giorno, la luce sembra promettere leggibilità: rocce, sabbia, montagne, un cielo secco. Di notte, lo stesso spazio diventa un labirinto senza pareti. La regia insiste sul contrasto tra l’ampiezza del paesaggio e la miseria dell’inquadratura amatoriale. Quando il fascio della videocamera illumina pochi centimetri di terra, un ginocchio, una corda, una macchia irriconoscibile o un volto deformato dal panico, l’immensità non sparisce: diventa più spaventosa perché non può essere contenuta.
La videocamera non spiega: ferisce
Molti found footage chiedono allo spettatore di credere all’immagine perché è imperfetta. The Outwaters fa l’opposto: trasforma l’imperfezione in un’aggressione. La camera non è soltanto uno strumento diegetico, ma una ferita aperta. Il suo limite non produce realismo rassicurante, produce impotenza. Ci sono momenti in cui l’inquadratura è quasi cieca, e proprio per questo obbliga a sentire ogni respiro, ogni passo sulla ghiaia, ogni urlo che arriva da una direzione sbagliata. La visione diventa parziale, intermittente, a tratti intollerabile; non perché manchi qualcosa, ma perché il film decide che l’orrore autentico stia nella perdita del quadro.
Questa scelta divide, e deve dividere. Chi cerca una progressione classica, una mitologia spiegata o un mostro consegnato con puntualità potrebbe vivere il secondo movimento come una provocazione. Banfitch invece lavora su una dissoluzione graduale della grammatica cinematografica. Prima stabilisce relazioni, luoghi, abitudini e piccoli oggetti: la tenda, il pickup, l’attrezzatura per le riprese, una canzone, una telefonata, la polvere sulle scarpe. Poi permette al film di perdere le coordinate. Quando arrivano il rosso intermittente, il buio fitto e la sensazione di un corpo non più affidabile, lo spettatore non possiede più un posto sicuro da cui guardare.
Suono, musica e disorientamento fisico
Le musiche di Salem Belladonna e il lavoro sonoro sono il vero sistema nervoso di The Outwaters. L’immagine può sparire, ma il suono continua a incidere. Non si limita a sostenere la paura: la anticipa, la smentisce, la sposta. Un fruscio può sembrare vento, poi carne, poi interferenza. Una voce può apparire troppo vicina o troppo lontana. Il silenzio non è mai vuoto; è una pausa piena di possibilità ostili. In un film così dipendente dal buio, l’orecchio diventa il luogo principale della paranoia.
La partitura non cerca il tema memorabile o la sottolineatura melodica. Lavora per pressione, vibrazione, disagio, come se la colonna sonora provenisse da una fenditura sotto la sabbia. Questo rende il film più vicino a un’esperienza corporea che a un enigma narrativo. Il pubblico non è invitato soltanto a chiedersi cosa stia accadendo, ma a subire il fatto che ogni informazione arrivi corrotta. È qui che il titolo trova il suo senso più cupo: stare “fuori dalle acque”, fuori da ogni fluido ordinatore, significa trovarsi in un luogo dove il corpo non sa più come orientarsi, respirare, ricordare.
Robbie Banfitch e l’indipendenza come
Robbie Banfitch firma quasi tutto, e questa concentrazione di ruoli si sente nel bene e nei rischi. The Outwaters non è un film levigato per piacere a un pubblico ampio. È personale, ostinato, a volte sgraziato in modo deliberato. La sua prima parte può apparire lunga, ma serve a creare una base di normalità fragile: amicizie, affetti, gesti pratici, la leggerezza di un progetto creativo nel nulla. Senza quella preparazione, il collasso successivo sarebbe soltanto rumore. Con quella preparazione, diventa la distruzione di un piccolo mondo documentato mentre smette di essere umano.
Il limite più evidente sta proprio nella radicalità. Alcune immagini si ripetono, alcune zone oscure rischiano di sembrare più opache che misteriose, e la durata di 110 minuti rende la prova meno compatta di quanto sarebbe potuta essere. Ma ridurre il film ai suoi eccessi significherebbe non coglierne l’ambizione. Banfitch vuole portare il found footage oltre la domanda “è vero?” e dentro una domanda più disturbante: cosa succede quando anche una prova audiovisiva non basta a salvare la realtà dalla confusione?
La carne del deserto e il rifiuto della spiegazione
Quando The Outwaters entra nella sua sezione più estrema, la trama smette di essere una catena di cause e diventa una crisi percettiva. Non è un difetto accidentale, ma il centro dell’opera. Il film non offre un manuale del suo orrore, non organizza il soprannaturale in regole comode, non permette di separare facilmente allucinazione, entità, trauma cosmico e collasso mentale. La carne, la sabbia, le stelle, il sangue, gli animali e gli oggetti perdono confine. È un orrore di contaminazione, non di rivelazione.
In questo senso il film dialoga con una tradizione che va oltre il found footage: l’horror cosmico, il cinema sperimentale, certe derive del body horror e il racconto di smarrimento nel paesaggio americano. La differenza è che tutto passa attraverso un dispositivo povero, una camera che non ha la nobiltà dell’immagine perfetta. Il risultato può irritare, ma raramente lascia indifferenti. Nei momenti migliori, The Outwaters fa sentire che la videocamera non sta proteggendo la memoria dei personaggi; sta registrando il modo in cui quella memoria viene divorata.
Verdetto: un’esperienza imperfetta, ma davvero perturbante
Come recensione complessiva, The Outwaters è un film da consigliare con precisione, non con entusiasmo generico. Non è l’horror ideale per chi vuole personaggi spiegati, risposte ordinate e spaventi distribuiti con regolarità. È invece una prova potente per chi accetta un cinema sensoriale, abrasivo, disposto a sacrificare chiarezza e comfort pur di far sentire l’orrore come perdita dell’immagine. La regia di Banfitch ha una coerenza rara; la fotografia amatoriale diventa linguaggio; le musiche di Salem Belladonna lasciano addosso una vibrazione sporca; il Mojave smette di essere paesaggio e diventa organismo.
Il voto è 7,4 su 10: alto per il coraggio e per alcune sequenze che sembrano davvero filmate dal punto di rottura della percezione, meno alto per una struttura che può apparire deliberatamente estenuante e non sempre controllata. Eppure proprio questa irregolarità gli dà identità. A ventisette anni dall’esplosione pubblica di The Blair Witch Project, The Outwaters non prova a ripetere il miracolo virale della finta prova ritrovata. Lo contorce, lo porta nel buio e lo lascia lì, con una videocamera che continua a fissare la sabbia quando ormai non siamo più sicuri che qualcuno, dietro l’obiettivo, sia ancora in grado di vedere.


