
Il sole, in The Wicker Man, non consola mai. Entra dalle finestre, accende i campi, rende leggibili i sorrisi degli abitanti di Summerisle e proprio per questo li rende più minacciosi. Robin Hardy costruisce il suo classico del 1973 come un incubo a cielo aperto: niente castelli gotici, niente temporali, quasi nessuna ombra protettiva. L’orrore nasce dalla piena visibilità, dalla sensazione che tutto sia già stato preparato molto prima dell’arrivo del sergente Neil Howie e che lo spettatore, come lui, stia camminando in un rituale senza capirne ancora la forma.
Questa recensione torna sul film nel periodo più adatto, quello del solstizio e delle feste di mezz’estate, quando il folklore europeo ha spesso collocato falò, erbe protettive, spiriti, fate e passaggi tra mondi. The Wicker Man non è un documentario sul paganesimo, né pretende di esserlo: è un’opera di finzione che usa frammenti di tradizioni, canzoni, superstizioni e iconografie rurali per mettere in scena un conflitto più profondo. Da una parte c’è un uomo che crede nella legge, nella disciplina e in una verità già ordinata; dall’altra una comunità che ha trasformato il proprio ordine in spettacolo, economia, religione e trappola.
Un’indagine che procede come una processione
La premessa è semplice e quasi poliziesca: il sergente Howie, interpretato da Edward Woodward, arriva sull’isola scozzese di Summerisle per indagare sulla scomparsa di una ragazza, Rowan Morrison. Gli abitanti negano, ridono, deviano, rispondono con mezze frasi. La madre sembra fredda, i bambini cantano filastrocche inquietanti, l’oste e sua figlia Willow trasformano ogni conversazione in un gioco di allusioni. Howie raccoglie indizi, ma il film non lavora davvero come un giallo classico; ogni prova non restringe il campo, lo allarga. Ogni porta aperta conduce a una scena più rituale della precedente.
Il grande gesto di Hardy è far coincidere l’indagine con una processione inconsapevole. Howie pensa di avanzare per volontà propria, ma la regia suggerisce continuamente che il percorso sia stato tracciato per lui: l’archivio scolastico, il cimitero, la locanda, la villa di Lord Summerisle, i campi coltivati, fino al corteo finale. L’isola non nasconde il suo sistema; lo esibisce. Eppure lo esibisce con tale serenità da impedire al protagonista di leggerlo come minaccia. La comunità non appare isterica, ma funzionale. È questa compostezza a rendere il film ancora disturbante.
Folk horror alla luce del giorno
Quando si parla di folk horror, The Wicker Man viene spesso citato accanto a Witchfinder General e The Blood on Satan’s Claw, ma il film di Hardy occupa un posto particolare. Non cerca soltanto la paura della campagna arretrata o della superstizione violenta; cerca la vertigine di una cultura chiusa che possiede una logica interna irresistibile. Summerisle è remota, ma non rozza. I suoi abitanti conoscono la messinscena, la musica, la pedagogia, la seduzione. La loro crudeltà non è caos: è amministrazione del sacro.
Il film mette così in crisi una comoda opposizione tra moderno e arcaico. Howie arriva con l’aereo, con l’uniforme, con la morale cristiana e con l’autorità dello Stato. Lord Summerisle, interpretato da Christopher Lee con una calma quasi felina, non appare come un vecchio stregone fuori dal tempo, ma come un aristocratico lucido che ha ereditato e coltivato una mitologia utile alla sopravvivenza dell’isola. Il paganesimo del film è artificiale e insieme sincerissimo: nato da un progetto economico, diventa credenza collettiva, e la credenza collettiva diventa una macchina capace di pretendere sangue.
In The Wicker Man l’orrore passa spesso dagli spazi educativi e comunitari: ciò che sembra folklore diventa metodo.
Musica, corpo e seduzione del rito
Uno degli elementi più audaci resta la musica. Le canzoni composte da Paul Giovanni, eseguite con il gruppo Magnet, non funzionano come semplice accompagnamento, ma come linguaggio dell’isola. I personaggi cantano per insegnare, deridere, sedurre, invocare, normalizzare. La celebre sequenza di Willow non è soltanto tentazione erotica: è un assedio acustico, una prova spirituale e fisica contro un uomo che ha costruito la propria identità sul controllo. La musica non interrompe il racconto; lo dirige.
Questa dimensione quasi da musical rende il film stranissimo ancora oggi. Invece di rompere la tensione, le canzoni la rendono più intima, perché suggeriscono che ogni gesto sociale sia parte di una liturgia. I bambini imparano la fertilità come una filastrocca, gli adulti recitano maschere animali come ruoli civici, il desiderio viene trasformato in dovere agricolo. Howie è scandalizzato, ma il suo scandalo lo isola sempre di più. Più giudica l’isola, più perde la capacità di capire quanto sia già coinvolto nel suo teatro.
Christopher Lee e il volto gentile del sacrificio
Christopher Lee considerava The Wicker Man uno dei film più importanti della sua carriera, e basta rivedere Lord Summerisle per capire perché. Non c’è eccesso, non c’è vampirismo travestito, non c’è bisogno di alzare la voce. Lee interpreta il potere come disponibilità cortese: ascolta Howie, gli spiega, lo provoca, lo lascia credere libero. È un antagonista che non ha fretta perché possiede già il calendario. Il suo carisma sta nella certezza che la comunità, la stagione e il raccolto parlino dalla sua parte.
Edward Woodward gli offre un contrasto perfetto. Howie può sembrare rigido, moralista, perfino sgradevole, ma il film non lo riduce a caricatura. La sua fede è reale, la sua paura finale è reale, il suo coraggio non è annullato dalla sua cecità. Questo equilibrio è fondamentale: se Howie fosse soltanto un fanatico, il sacrificio perderebbe peso; se Summerisle fosse soltanto un villain, il film diventerebbe un thriller religioso più convenzionale. La forza nasce dal fatto che entrambi sono convinti, entrambi coerenti, entrambi incapaci di immaginare un ponte.
Un finale che brucia perché era già scritto
Il finale di The Wicker Man è tra i più celebri dell’horror britannico, ma continua a funzionare anche quando lo si conosce. Il motivo è semplice: la rivelazione non è un colpo di scena isolato, è la forma definitiva di tutto ciò che abbiamo visto. I travestimenti, le canzoni, le risposte evasive, l’educazione dei bambini, la crisi del raccolto, la figura della vergine sacrificale: ogni dettaglio torna al suo posto con una precisione crudele. L’orrore non esplode, si completa.
La scena conclusiva è anche una delle più potenti rappresentazioni dell’impotenza davanti a una comunità unanime. Howie grida, prega, accusa, tenta di riportare gli abitanti a un ordine morale esterno, ma la folla canta. Il contrasto tra il canto collettivo e il terrore individuale è devastante. Hardy non ha bisogno di mostrare gore: gli bastano il legno, il fuoco, gli animali chiusi nella struttura, il sole che scende e quella serenità corale che trasforma l’omicidio in festa di paese.
Perché resta un classico del solstizio oscuro
A più di cinquant’anni dall’uscita, The Wicker Man resta attuale perché parla del bisogno umano di costruire significato quando la realtà non risponde. Il raccolto fallisce, l’isola cerca una causa, il potere offre una narrazione e la comunità la abbraccia perché è più sopportabile del caso. In questo senso il film supera il folklore pittoresco: mostra come un rito possa diventare tecnologia sociale, come una storia condivisa possa organizzare il desiderio, la paura e la violenza.
Il legame con la mezz’estate è quindi più che decorativo. Nel momento dell’anno in cui la luce sembra vincere, il film trova il suo buio più profondo. Non c’è bisogno di notte quando una comunità intera decide che il sole benedice ciò che sta facendo. Questa è la sua intuizione più terribile: l’orrore non è sempre ciò che si nasconde ai margini, ma ciò che viene celebrato al centro della piazza, davanti a tutti, con il sorriso di chi crede di salvare il mondo.
The Wicker Man merita la sua reputazione di capolavoro folk horror non perché sia “spaventoso” nel senso più immediato, ma perché lascia una febbre lenta. È un film investigativo, musicale, religioso e politico, capace di trasformare un’isola assolata in un labirinto morale. La sua fiamma finale non cancella il mistero: lo illumina abbastanza da farci vedere quanto fosse vicino fin dall’inizio.


