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Canale 47: ultrasuoni, non ascoltare con cuffie

Un canale radio nato per una notte dedicata ai pipistrelli insegna alla bocca ad ascoltare con denti nuovi.

Pubblicato 29 Agosto 2026 13:05 8 minuti di lettura
Canale 47: ultrasuoni, non ascoltare con cuffie

La prima cosa che Giulia trovò dentro la busta non fu il volantino dell’International Bat Night, ma una cartina sottile, color avorio, con il perimetro del vecchio osservatorio ferroviario di San Felice segnato a matita. Sotto la cupola arrugginita qualcuno aveva scritto un numero solo: 47. La grafia era piccola, inclinata verso destra, e puzzava di naftalina come i registri chiusi da anni negli archivi comunali. Il programma ufficiale parlava di passeggiate notturne, rilevatori di ultrasuoni e divulgazione sui pipistrelli; quella cartina, invece, sembrava arrivata da una notte che non voleva essere spiegata.

Giulia lavorava per una radio locale e aveva accettato di curare uno speciale innocuo: bambini con torce rosse, naturalisti pazienti, il ticchettio dei bat detector quando un pipistrello tagliava l’aria sopra gli alberi. Il conflitto cominciò quando Matteo, tecnico audio e collezionista di frequenze morte, le disse che il Canale 47 non era una banda radiofonica, ma una stanza. “Si entra con le cuffie,” spiegò, battendo due dita sulla custodia del registratore. “E se resti abbastanza, qualcosa impara la forma della tua bocca.” Giulia rise solo perché la frase meritava una risata; i denti, però, le si strinsero da soli.

La frequenza sotto la cupola

L’osservatorio non veniva usato dal 1989, quando il traffico merci aveva smesso di passare vicino alla collina e la piccola torre di controllo era stata murata con blocchi grigi. Quella sera il cancello era aperto, legato con una catena nuova. Dentro c’erano un tavolo pieghevole, due sedie, un ricevitore analogico marca Geloso, un rilevatore per ultrasuoni preso in prestito dall’associazione naturalistica e una scatola di cuffie nere, tutte identiche, ancora avvolte nel cellophane. Nessuno degli organizzatori ammise di averle portate.

Alle ventidue e diciassette, quando il primo pipistrello passò sopra il cortile, il detector produsse una scarica secca, quasi allegra. I bambini applaudirono. Il naturalista spiegò che gli ultrasuoni sono uno strumento di orientamento, non un presagio; che i pipistrelli non cercano capelli, non annunciano morti e meritano protezione più che paura. Giulia registrò tutto, diligente. Poi Matteo infilò un jack nel vecchio ricevitore e il fruscio cambiò consistenza. Non era più rumore bianco. Sembrava una lingua strofinata contro vetro bagnato.

Il display artigianale, saldato sopra la manopola, mostrò 47 con due numeri rossi. Giulia abbassò il volume delle casse, ma nelle cuffie appese al tavolo il suono continuò a crescere. Non usciva dagli altoparlanti: vibrava direttamente nella plastica, come se qualcuno stesse sussurrando dall’interno dei padiglioni. Una bambina disse che le facevano prurito i canini. La madre la portò via ridendo, ma Giulia vide la piccola premersi le dita sulle gengive con una serietà da adulta.

Non era musica per orecchie

Matteo volle ascoltare per primo. “Trenta secondi,” disse, più eccitato che spaventato. Si mise le cuffie e chiuse gli occhi. All’inizio non successe nulla: soltanto il ronzio delle zanzare, il mormorio del gruppo, il cielo pieno di movimenti neri e veloci. Poi le sue labbra si aprirono di pochi millimetri. Giulia udì un tic lieve, come quando un’unghia batte contro una tazza. Matteo si tolse le cuffie al ventottesimo secondo e sputò nel palmo della mano un granello bianco. Non era un pezzo di smalto. Era un dente minuscolo, perfetto, con radice lucida.

Lui disse che doveva essere già lì, che magari si era rotto un premolare senza accorgersene. Ma nessuno ha in bocca un dente da latte nuovo, appuntito come quello di un animale notturno. Il naturalista sospese la dimostrazione; gli organizzatori spensero le torce; il pubblico fu accompagnato al parcheggio con la scusa di un guasto elettrico. Giulia rimase perché aveva ancora il registratore acceso e perché certe storie, quando cominciano a mordere, danno l’impressione assurda che fermarsi sia più pericoloso che andare avanti.

Nel nastro, riascoltato senza cuffie, non c’era quasi niente. Un respiro lontano, tre battiti secchi, poi una serie di impulsi troppo rapidi per sembrare umani. Matteo li rallentò sul portatile. A velocità dimezzata diventavano sillabe: non parole intere, ma inviti spezzati. Apri. Cresci. Mordi. Ogni volta che il cursore passava sul picco più alto, la mascella di Giulia rispondeva con una fitta breve, profonda, come se una mano dall’interno stesse tastando l’osso alla ricerca di spazio.

I denti imparavano in silenzio

Trovarono il registro nella cabina dietro la cupola. Era un quaderno da contabilità, copertina nera, pagine gonfie di umidità. Dal 1976 al 1984 qualcuno aveva annotato date, condizioni meteo, specie avvistate e una colonna chiamata “risposta dentale”. I valori erano sobri, quasi medici: formicolio lieve; sanguinamento gengivale; duplicazione incisivo inferiore; perdita volontaria di tre elementi non necessari. Accanto al 29 agosto 1981 una frase usciva dal tono burocratico: Il coro non attraversa l’orecchio. Usa l’orecchio per insegnare alla bocca cosa deve diventare.

Giulia pensò alla divulgazione sentita un’ora prima: i pipistrelli veri, animali fragili, necessari, perseguitati da secoli di superstizioni sbagliate. Quello nel registro non aveva niente della biologia. Era folklore che usava strumenti scientifici per travestirsi, una leggenda parassita infilata nel linguaggio delle frequenze. Il Canale 47 non apparteneva ai pipistrelli; li imitava perché la paura umana aveva già preparato per loro una maschera comoda. Bastava nominare gli ultrasuoni e tutti avrebbero guardato verso il cielo, non dentro la propria bocca.

Lavandino freddo con cuffie nere, un quaderno di frequenze e piccoli denti bianchi sparsi vicino allo scaricoNel quaderno, ogni ascolto veniva trattato come un esperimento; sul lavandino, invece, sembrava già una confessione.

Matteo non parlava più. Teneva la lingua premuta contro la guancia sinistra. Quando Giulia gli puntò la torcia in bocca, vide una seconda fila di punte dietro gli incisivi, piccole e serrate come il pettine di una chiave. Lui pianse senza rumore. Dal ricevitore, benché scollegato, arrivò una modulazione lenta. Le cuffie sul tavolo si voltarono tutte insieme, padiglioni rivolti verso di loro, e la plastica scricchiolò come cartilagine che cerca una posizione più adatta.

La bocca del canale

La scelta sensata sarebbe stata scappare e lasciare l’osservatorio ai carabinieri, agli esperti, a chiunque avesse guanti e protocolli. Ma il registro conteneva una pagina recente, datata proprio quella notte, con il nome di Giulia scritto prima che lei arrivasse. Accanto non c’era un valore: c’era una domanda. Quanti denti servono a una voce per uscire dal corpo? La frase era così assurda che per un istante la calmò. Poi il suo telefono iniziò a riprodurre lo speciale radiofonico non ancora montato, e la sua voce, dagli altoparlanti, pronunciò: “Ora invitiamo gli ascoltatori a mettere le cuffie.”

Giulia capì allora la funzione del Canale 47. Non voleva un corpo solo. Voleva una trasmissione. Ogni bocca modificata diventava un’antenna più precisa, ogni dente in eccesso una lamina capace di vibrare a una frequenza che nessuna radio avrebbe dovuto contenere. Matteo tentò di spegnere il portatile, ma le sue nuove punte urtarono tra loro e produssero una nota sottile. Fu sufficiente. Dal soffitto cadde polvere; dietro le assi si mossero decine di animali veri, pipistrelli disturbati dal rumore impossibile, e il loro panico riempì la cupola di ali.

Giulia prese il ricevitore e lo spinse giù dalle scale. L’apparecchio si aprì contro il cemento, sputando valvole, fili e un odore di capelli bruciati. Per un secondo il Canale 47 tacque. Poi il suono uscì da Matteo. Non dalla gola: dai denti. Ogni punta vibrava con una luce pallida, e nella bocca spalancata si formò una voce collettiva, educata, quasi radiofonica. “Non ascoltare con le cuffie,” disse. “Ascolta con ciò che crescerà dopo.”

Dopo la messa in onda

La registrazione consegnata alla radio durava dodici minuti e non conteneva la parte finale. Giulia la tagliò con mani ferme, cancellò ogni picco sopra i venti kilohertz e distrusse le cuffie con un martello nel cortile dietro la sede. Matteo fu ricoverato per una crisi odontoiatrica che nessun referto seppe nominare con eleganza. Persero sette denti naturali e ne estrassero undici “anomali”, così li chiamò il chirurgo. Due ricrebbero durante la notte, ma più piccoli, come se qualcosa avesse capito di dover essere paziente.

Lo speciale andò in onda in forma innocua: pipistrelli, conservazione, leggende da correggere, il fascino di una notte dedicata a creature spesso fraintese. Giulia lo chiuse dicendo che la paura nasce anche da ciò che non riusciamo a sentire. Era una frase buona, vera, quasi rassicurante. Nessuno seppe che, durante la diretta, lei teneva un fazzoletto premuto sulle gengive e una bacinella sotto il mixer. Ogni tanto vi cadeva dentro qualcosa con un tintinnio leggero.

Da allora, alla fine di agosto, alcune autoradio nei dintorni di San Felice trovano una frequenza senza nome tra una stazione e l’altra. Non trasmette musica, né messaggi comprensibili. Solo un fruscio breve, seguito da tre colpi asciutti. Chi lo ascolta dagli altoparlanti sente appena fastidio. Chi indossa cuffie, auricolari o caschi da studio riferisce un prurito ai canini e la sensazione che la mandibola abbia ricevuto istruzioni nuove. Giulia non torna più all’osservatorio. Conserva il registro in un contenitore metallico, lontano dal letto, e ogni notte conta i denti prima di dormire.

Il Canale 47 non chiede fede, soltanto vicinanza. Non promette immortalità, potere o rivelazioni segrete. Offre alla bocca un compito che la bocca non ha mai chiesto: diventare strumento, diventare antenna, diventare uscita. Se durante una trasmissione notturna senti un presentatore abbassare la voce e consigliare di indossare le cuffie per “cogliere meglio gli ultrasuoni”, spegni. Non aspettare la prova. Non sorridere per controllare allo specchio. E soprattutto non mordere il silenzio, perché potrebbe morderti con i denti che ti sta già insegnando a crescere.

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VI

Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.