Creepypasta

Cartella declassificata 19-06

Una busta senza mittente contiene fotografie impossibili di una casa che sembra conoscere il suo prossimo occupante.

Pubblicato 20 Giugno 2026 16:00 6 minuti di lettura
Cartella declassificata 19-06

La busta arrivò senza francobollo, infilata a metà nella cassetta della posta come se qualcuno avesse cambiato idea all’ultimo secondo. Era una mattina calda di giugno, una di quelle in cui il portone del condominio rimane aperto troppo a lungo e l’androne odora di pietra bagnata, detersivo e polvere vecchia. Sulla carta gialla, battuto a macchina, c’era soltanto un codice: 19-06. Sotto, in matita, una frase che sembrava scritta da una mano stanca: “Non aprirla in casa tua”.

Naturalmente la aprii in cucina. Le leggende non cominciano mai con un gesto prudente. Dentro c’erano sette fotografie in bianco e nero, una graffetta arrugginita e tre pagine con il timbro DECLASSIFICATO, sfocato come se fosse stato fotocopiato troppe volte. Il fascicolo non parlava di esperimenti, spie o cadaveri nascosti. Parlava del mio appartamento. Non della via, non del palazzo: proprio delle stanze in cui vivevo, fotografate da angolazioni impossibili, con date che precedevano di anni il mio trasloco.

La prima fotografia era già sbagliata

Nella prima immagine si vedeva il corridoio. La luce veniva dalla finestra della camera, ma la porta della camera, nella foto, non esisteva: al suo posto c’era un muro liscio, percorso da una crepa verticale. Sul retro qualcuno aveva scritto “Interno A, osservazione preliminare”. Non era una calligrafia elegante. Le lettere sembravano scavate, come se la penna avesse insistito troppo sulla carta.

Guardai il corridoio reale, quello davanti a me. La porta era lì. La crepa no. Eppure, più fissavo la fotografia, più mi sembrava che il muro ritratto fosse quello giusto e che fosse la mia casa, nel presente, a essersi permessa una modifica non autorizzata. Questa fu la prima cosa che mi spaventò davvero: non l’idea di essere stato osservato, ma il sospetto che qualcuno avesse conservato una versione più corretta del luogo in cui abitavo.

Il fascicolo conosceva oggetti che non avevo ancora comprato

La seconda pagina conteneva un elenco numerato. “Sedia verde: non spostare. Specchio ovale: coprire dopo le 23.15. Mensola nord: rimuovere fotografie di famiglia prima del sopralluogo”. La sedia verde era arrivata in casa due settimane prima, presa a un mercatino senza pensarci troppo. Lo specchio ovale era appeso in bagno dal mese precedente. Ma la mensola nord non esisteva ancora. L’avevo ordinata online e sarebbe arrivata il giorno dopo.

Provai a ridere, perché il cervello cerca sempre una via d’uscita dignitosa. Magari qualcuno aveva trovato informazioni su di me. Magari la busta era uno scherzo elaborato. Però nessuno sapeva della mensola: non l’avevo fotografata, non l’avevo raccontata, non l’avevo ancora ricevuta. E nell’ultima riga dell’elenco c’era un dettaglio che mi fece posare il foglio sul tavolo come se scottasse: “Il soggetto leggerà queste note in cucina, ore 09.42, mano sinistra sul bordo del tavolo”. Guardai l’orologio. Erano le 09.42. La mia mano sinistra era esattamente lì.

Le foto scattate dall’armadio

La terza fotografia mostrava il soggiorno. L’inquadratura partiva dal basso, dietro le ante socchiuse dell’armadio a muro, e attraversava la stanza fino al divano. Sul divano c’ero io, addormentato. Non ricordavo quella notte, ma indossavo la maglietta grigia che avevo usato la sera prima. La cosa peggiore non era vedermi dormire. La cosa peggiore era che la fotografia aveva un margine nero, una specie di alone a forma di dita, come se qualcuno avesse tenuto l’obiettivo troppo vicino a una mano.

Aprii l’armadio. Dentro c’erano giacche, scatole, un ombrello rotto. Nessun foro, nessuna telecamera, nessun segno di manomissione. Tuttavia, sul ripiano più alto, trovai un granello di polvere diverso dagli altri: una scheggia di carta fotografica, piccola come un’unghia, con un bordo lucido. Quando la toccai, si attaccò al polpastrello. L’immagine stampata su quel frammento era quasi invisibile, ma bastava: mostrava il mio occhio aperto, ripreso da molto vicino.

Il 19 giugno, ripetuto troppe volte

Le pagine del fascicolo riportavano sempre la stessa data, 19 giugno, ma anni diversi. 1953, 1979, 1998, 2016. Ogni volta cambiava il nome del “soggetto”, ogni volta cambiava l’indirizzo, ma la descrizione della casa rimaneva stranamente simile: corridoio stretto, cucina esposta a est, stanza che non conserva la stessa porta per più di un ciclo. In fondo alla seconda pagina compariva una nota: “L’abitazione non appartiene al soggetto. Il soggetto appartiene all’abitazione fino alla chiusura della cartella”.

Mi accorsi che nessuna fotografia mostrava finestre dall’esterno. Tutte erano state scattate da dentro, come se chi le aveva prodotte non avesse mai avuto bisogno di entrare. O come se fosse sempre stato lì. Cercai il mio nome sulle pagine. Non c’era. Al suo posto compariva la dicitura “occupante temporaneo”, seguita da un numero di protocollo. Non ero il protagonista del fascicolo. Ero soltanto l’ultimo nome che la casa aveva imparato a usare.

La stanza che non risultava sulla planimetria

L’ultima pagina era una planimetria. All’inizio mi sembrò sbagliata, poi capii che era quasi perfetta. Cucina, bagno, camera, soggiorno: tutto al suo posto. Mancava soltanto il ripostiglio, e al suo posto era disegnata una stanza più grande, senza porte, con una X al centro. Accanto alla X c’era scritto: “Punto di ascolto”.

Il ripostiglio del mio appartamento era piccolo, pieno di valigie e detersivi. Quando lo aprii, la lampadina tremolò per un secondo. Spostai le scatole una alla volta, più per rabbia che per coraggio. Dietro la valigia blu, il muro aveva una linea sottile, rettangolare, come il contorno di una porta murata. Non l’avevo mai notata. La vernice era dello stesso colore del resto della parete, ma al centro, appena visibile, c’era una X incisa. Non dipinta: incisa sotto la pittura, come una cicatrice vecchia.

Non chiudere mai una cartella aperta

Ho provato a bruciare una fotografia. La fiamma si è spenta prima di toccarla, e nel fascicolo è comparsa una nota: “Distruzione non autorizzata”. Ho provato a lasciare la busta fuori casa. La mattina dopo era nel frigorifero, tra il latte e la frutta, fredda come una cosa appena dissotterrata. Ho smesso di cercare spiegazioni, perché le spiegazioni sono porte: una volta aperte, qualcuno può usarle anche dall’altra parte.

Se un giorno riceverete una cartella con una data al posto del nome, non fate il mio errore. Non apritela in cucina, non controllate le fotografie, non cercate la stanza che manca sulla planimetria. Soprattutto, non guardate il retro dell’ultima immagine. È lì che scrivono il prossimo indirizzo. Il mio, ormai, è stato cancellato. Sotto, in matita, ce n’è uno nuovo.

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VI

Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.