Creepypasta

Fototessera non richiesta

Fototessera non richiesta arrivò sul telefono senza notifica. Non era nei messaggi recenti. Non era nelle email. Non era in nessuna app installata. Eppure lo schermo si accese alle 3:17 con una sola riga di testo. --- *Non aprire...

Pubblicato 9 Giugno 2026 13:07 9 minuti di lettura
Fototessera non richiesta

La fototessera non richiesta arrivò quando Chiara aveva già deciso di non uscire più quella sera. Era rientrata dalla stazione con il cappotto umido, le dita intorpidite dal freddo e quella stanchezza opaca che resta addosso dopo i treni regionali presi troppo tardi. Il telefono era sul tavolo, a faccia in giù. Non vibrava. Non lampeggiava. Non aveva motivo di esistere, per qualche minuto, se non come oggetto spento accanto alle chiavi di casa.

Poi lo schermo si accese. Nessuna notifica in alto, nessun suono, nessun nome. Solo la galleria fotografica aperta su un’immagine nuova. Una striscia da cabina automatica, quattro scatti verticali, fondo grigio, bordi bianchi. In tre fotogrammi si vedeva il sedile vuoto della cabina della stazione. Nel quarto c’era il volto di Chiara, ma non come appariva quella sera. Aveva gli occhi aperti troppo poco, la bocca rigida, i capelli incollati alle tempie come dopo una corsa. Sotto la striscia, il telefono mostrava un nome file che lei non aveva mai creato: non_voltarti.jpg.

Chiara non era entrata in nessuna cabina fototessera. L’aveva vista, certo, vicino al binario due: una struttura vecchia, azzurra scolorita, tendina scura, adesivi strappati e il vassoio metallico dove una volta uscivano le foto. Ma era passata oltre. Ne era sicura con quella sicurezza fragile che si incrina appena qualcuno ti chiede di giurarci.

La cabina vicino al binario due

La cabina stava lì da anni, anche se nessuno sembrava usarla. Di giorno faceva parte del paesaggio morto delle piccole stazioni: distributori vuoti, pannelli informativi spenti, sedie di plastica imbullonate e cestini che odoravano di pioggia vecchia. Di notte, però, diventava un punto troppo definito nel buio. La tendina pendeva sempre con la stessa piega, come se qualcuno l’avesse appena lasciata andare.

Chiara ricordava di averla guardata mentre aspettava il treno. Non per paura. Per noia. Il display superiore era spento, ma nello spazio dietro la tendina aveva visto una luce pallida, non abbastanza forte da illuminare davvero l’interno. Era il tipo di luce che non serve a vedere, ma a far capire che qualcosa potrebbe vederti.

Quando tornò a casa e trovò la foto nel telefono, il ricordo della cabina cambiò posizione dentro di lei. Non era più un dettaglio della serata. Era diventato l’inizio. Il problema è che gli inizi, nelle storie peggiori, non sembrano mai inizi quando ci sei dentro.

Il primo controllo

Chiara fece quello che avrebbe fatto chiunque: cercò una spiegazione tecnica. Aprì le informazioni dell’immagine. Nessuna posizione GPS, nessun mittente, nessuna app indicata. La data era quella sera, ma l’orario segnava le 3:17, cinque ore nel futuro. Il telefono non avrebbe dovuto sapere quell’orario. Nessun telefono dovrebbe ricordare una cosa che non è ancora accaduta.

Provò a cancellare la foto. L’immagine sparì dalla galleria e ricomparve subito dopo, questa volta come ultimo file nella cartella download. La cancellò da lì. Tornò negli elementi recenti. La spostò nel cestino. Riapparve tra gli screenshot, anche se Chiara non aveva premuto nessun tasto. Ogni copia era identica, tranne un dettaglio minimo: nel quarto scatto il suo volto sembrava avvicinarsi un poco alla macchina fotografica, come se fosse stato ripreso un secondo dopo.

Non chiamò nessuno. La vergogna è spesso la prima serratura dell’orrore. Le sembrava assurdo spiegare a voce alta che una fototessera mai fatta continuava a salvarsi nel telefono. Sarebbe sembrata una truffa, un virus, un filtro, una storia inventata per ricevere attenzione. E forse, pensò, era proprio quello che la cosa voleva: essere abbastanza ridicola da restare sola con lei.

Le quattro pose

Alle 23:48 la striscia cambiò. Chiara vide il mutamento perché ormai teneva lo schermo acceso sul tavolo, come si sorveglia una finestra di notte. Nel primo scatto il sedile della cabina era ancora vuoto. Nel secondo, sul bordo dell’immagine, compariva una manica scura. Nel terzo, la tendina sembrava gonfiarsi verso l’interno. Nel quarto, il suo volto non guardava più l’obiettivo. Guardava a sinistra, fuori campo, con un’espressione che Chiara conosceva benissimo: quella che aveva quando sentiva un rumore dietro di sé e non voleva ammettere di averlo sentito.

La stanza era silenziosa. Il frigorifero si accese con un ronzio basso, poi si spense quasi subito. Dal pianerottolo arrivò un colpo secco, forse l’ascensore, forse una porta. Chiara raccolse il telefono e lo tenne davanti a sé. Il riflesso nero dello schermo spento per un istante mostrò il corridoio alle sue spalle. La porta della camera era chiusa. Ne era certa. Nel riflesso, invece, la porta era aperta.

Il telefono vibrò una sola volta. Sopra la fotografia comparve un testo breve, senza app e senza mittente: non aprire se sei già entrata. Chiara lesse la frase tre volte. Solo alla terza capì che non diceva “se sei già entrato”, come avrebbe dovuto. Diceva entrata. Parlava a lei. O di lei.

La seconda stampa

A mezzanotte passata, Chiara uscì di casa. Non fu coraggio. Fu il contrario: restare ferma le sembrava peggio. Mise il telefono in tasca, prese le chiavi e scese le scale senza accendere la luce del pianerottolo. La città aveva quell’aria svuotata delle periferie ferroviarie, con i lampioni gialli, le saracinesche abbassate e i marciapiedi lucidi. Ogni passo verso la stazione le dava la sensazione di obbedire a un appuntamento già fissato da qualcun altro.

La cabina era ancora lì. Da vicino sembrava più piccola e più vecchia. Il pannello laterale mostrava graffi, monete incastrate, istruzioni scolorite. Nessun cavo visibile, nessun ronzio elettrico. Eppure, dal vassoio metallico, sporgeva una striscia appena stampata. La carta era tiepida. Chiara non la toccò subito. Si chinò quel tanto che bastava per guardare.

Le prime tre foto mostravano lei davanti alla cabina, ripresa dall’interno. Nella quarta, alle sue spalle, c’era la strada vuota. Non c’era nessuna figura. Non c’era nessun mostro. Solo il suo portone di casa, lontano, con la porta d’ingresso aperta. Chiara aveva chiuso quella porta a chiave. Ricordava il doppio giro. Ricordava il metallo freddo sotto le dita. La fotografia, però, mostrava un invito.

Il volto che non combacia

La tentazione di entrare nella cabina durò meno di un secondo, ma fu abbastanza lunga da spaventarla più della foto. Perché una parte di lei voleva farlo. Voleva tirare la tendina, sedersi, aspettare il flash e dimostrare che non sarebbe accaduto niente. È così che molte cose entrano nella nostra vita: travestite da prova razionale, da gesto definitivo, da modo per chiudere una questione.

Chiara invece indietreggiò. Il telefono vibrò ancora. La nuova immagine nella galleria mostrava la stessa striscia appena uscita dal vassoio, ma nel quarto scatto il portone non era più vuoto. Si vedeva una sagoma sul pianerottolo interno, troppo sfocata per essere riconoscibile e troppo diritta per essere un errore. La didascalia automatica del sistema, quella che di solito suggeriva luoghi o volti, aveva aggiunto una sola parola: casa.

Fu allora che notò il dettaglio peggiore. Nelle fototessere il suo volto non era speculare come in un selfie. Era visto da davanti, con una precisione da documento. Ma la piccola cicatrice vicino al sopracciglio destro, che Chiara aveva davvero, nelle immagini appariva sul lato giusto. Non era una foto ribaltata. Qualcosa l’aveva guardata dalla posizione esatta in cui avrebbe dovuto trovarsi l’obiettivo della cabina.

Quello che la macchina conserva

Le cabine fototessera hanno sempre avuto qualcosa di funerario. Chiedono di sedersi da soli, chiudere una tenda, guardare un punto fisso e restare immobili mentre una luce improvvisa decide quale versione del nostro volto conserverà. Sono macchine nate per produrre identità, ma basta poco per farle sembrare strumenti che la identità la sottraggono: quattro scatti, un taglio netto, un viso consegnato a documenti, tessere, archivi.

Chiara pensò a tutte le persone passate da quella cabina. Ragazzi per l’abbonamento, anziani per il rinnovo della carta, bambini tenuti fermi dai genitori, viaggiatori soli. Migliaia di facce illuminate per un istante e poi restituite in strisce lucide. E se una macchina, dopo anni, avesse imparato non solo a fotografare chi si sedeva davanti, ma anche chi la guardava da fuori?

La domanda era assurda, eppure le sembrò meno assurda del silenzio intorno. Nessun treno, nessun annuncio, nessun cane in lontananza. Solo la cabina, la carta tiepida, il telefono acceso nella mano e la sensazione che ogni fotografia fosse un modo gentile per dire: ti ho già registrata. Non serve che tu entri. Sei entrata quando hai guardato.

Il ritorno a casa

Chiara corse. Non fino a perdere il fiato, non in modo teatrale: corse come corre chi non vuole far capire al buio di avere paura. Arrivò al palazzo con le chiavi già in mano. Il portone era chiuso. La serratura intatta. Nessuna sagoma sul pianerottolo. Per un momento si concesse il sollievo più pericoloso, quello che arriva prima dell’ultimo dettaglio.

Sul tavolo della cucina, dove prima non c’era nulla, trovò una striscia fototessera asciutta, perfettamente allineata al bordo. Quattro immagini. Nel primo scatto, la sua porta di casa vista dall’esterno. Nel secondo, il corridoio. Nel terzo, la cucina vuota. Nel quarto, il tavolo su cui la striscia era appoggiata. La foto era stata scattata dall’altezza di qualcuno seduto davanti a lei, anche se lei era ancora in piedi sulla soglia.

Il telefono si accese un’ultima volta. Non mostrava più la galleria. Mostrava la fotocamera frontale. Nel riquadro c’era Chiara, pallida, con il cappotto ancora addosso. Dietro di lei, la stanza era vuota. Poi, per una frazione di secondo, il sistema disegnò un quadratino di riconoscimento facciale accanto al suo viso. Non intorno a qualcosa. Accanto. Dove non c’era nessuno.

Perché alcune foto non vanno aperte

La mattina dopo Chiara non trovò più nessuna immagine nel telefono. Il cestino era vuoto, la galleria pulita, nessuna traccia nei file recenti. Anche la striscia sul tavolo era sparita. Sarebbe stato facile convincersi di aver sognato tutto, se non fosse stato per il vassoio della cabina in stazione. Quando passò lì davanti per andare al lavoro, vide una nuova stampa sporgere appena dal metallo. Non si avvicinò.

Da allora evita le cabine fototessera, soprattutto quelle fuori servizio. Non guarda le tendine socchiuse e non controlla mai il vassoio. Se il telefono salva un’immagine senza motivo, lo spegne e lo lascia in un’altra stanza fino al mattino. Non racconta la storia perché sa come suona. La racconta solo una parte, quella utile: alcune fotografie non vengono scattate per ricordare un volto. Vengono scattate per insegnare a qualcosa come raggiungerlo.

E ogni tanto, quando apre un documento o una tessera qualunque, Chiara osserva la propria foto con attenzione. Non per vanità. Per controllo. Ha paura del giorno in cui il volto sarà il suo, ma lo sguardo no. O peggio: del giorno in cui, dietro la spalla stampata in un rettangolo minuscolo, comparirà finalmente la cabina. Vuota. In attesa. Con la tendina già tirata.

Leggi anche

VI

Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.