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Il bollettino delle 03:15

Ogni 15 luglio, nel giorno di St Swithin, un canale meteo locale trasmette alle 03:15 chi non arriverà ad asciugarsi.

Pubblicato 15 Luglio 2026 13:05 7 minuti di lettura
Il bollettino delle 03:15

Il televisore della cucina si accese da solo alle 03:15, non con il botto secco dei vecchi tubi catodici, ma con un respiro basso, quasi liquido. Sul davanzale c’era ancora il mazzetto di iperico che mia nonna legava ogni 15 luglio, perché diceva che nel giorno di St Swithin bisognava guardare la pioggia senza nominarla. Fuori il temporale era appena cominciato: una fila di gocce oblique scendeva sul vetro come se qualcuno, dall’altra parte, stesse cancellando la notte con le unghie.

Il canale 17 trasmetteva di solito previsioni locali, necrologi, consigli comunali e pubblicità di ferramenta. A quell’ora, però, comparve il bollettino del giorno dopo. La conduttrice non era quella abituale. Aveva i capelli incollati alla fronte, la giacca color cenere e una voce che sembrava registrata in fondo a una cisterna. Disse che alle 07:40 avrebbe piovuto fine sulla provinciale per San Martino, che il vento sarebbe girato a nord alle 12:10 e che tre persone, entro sera, non sarebbero arrivate ad asciugarsi. I loro nomi scorsero sotto la mappa, ma le lettere tremavano troppo per essere lette.

La prima notte di St Swithin

Mia nonna non si stupì. Si sedette al tavolo, prese il quaderno cerato dove annotava le pressioni del barometro e tracciò una riga sotto la data: 15 luglio. Poi disse che St Swithin non faceva piovere per davvero quaranta giorni; quello era il proverbio, il modo in cui gli inglesi avevano messo una cornice al cielo. Ma ogni paese, aggiunse, aveva il proprio modo di trasformare il meteo in avvertimento. Il nostro era il bollettino delle 03:15. Si vedeva solo quando la prima pioggia cadeva dopo mezzanotte e prima dell’alba, e non annunciava il tempo: annunciava chi il tempo non lo avrebbe più avuto.

Risi, perché a diciassette anni si ride di tutto quello che gli anziani consegnano con voce bassa. Alle 07:40, però, la provinciale per San Martino diventò grigia come stagno fuso. Alle 12:10 il vento piegò i pioppi verso il cimitero. Alle 18:22 trovarono il motorino di Lidia Bernardi dentro il fosso, con il casco appeso al manubrio e la giacca impermeabile chiusa fino al collo. Lidia era viva quando l’acqua le entrò nelle scarpe, dicevano. Era morta prima che qualcuno riuscisse a portarla in casa, e sulla televisione del bar il suo nome apparve tra le interferenze, nitido soltanto per un secondo.

Il canale che nessuno programmava

Negli anni successivi imparai le regole come si imparano i rumori di una casa malata. Il bollettino non andava cercato. Non bastava lasciare il televisore acceso, non serviva registrare la frequenza né chiamare l’emittente. Arrivava solo su schermi già presenti nella stanza: televisori con telecomandi scarichi, monitor di baby monitor, vecchi decoder collegati a nulla. Sempre alle 03:15. Sempre con il ronzio di una pioggia troppo vicina. La mappa mostrava il nostro territorio con una precisione impossibile: cortili, traverse sterrate, il ponticello dietro il mulino, persino il sentiero dei cacciatori che sulle carte ufficiali non esisteva.

La parte peggiore non erano i nomi. Era il modo in cui la previsione li circondava di cose normali. “Rovescio debole sul mercato coperto, ombrelli richiusi in anticipo, soggetto maschile non asciutto presso la pensilina numero due.” Oppure: “Nebbia bassa in zona lavatoi, scarpe infantili impregnate, mancato rientro entro le 20:03.” Il bollettino non diceva “morirà”. Non ne aveva bisogno. Usava la frase di mia nonna: non arriverà ad asciugarsi. Dopo ogni trasmissione qualcuno finiva in un fosso, in una cantina allagata, sotto una grondaia crollata, dentro un’auto chiusa dal fango. L’acqua era sempre poca, all’inizio. Abbastanza da bagnare i polsini.

Provammo a intervenire una volta. Il nome era quello di Carlo Fermi, il postino, indicato vicino al sottopasso della stazione alle 16:30. Lo aspettammo in quattro: io, mia nonna, suo figlio e il maresciallo, che aveva accettato soltanto perché il temporale aveva già fatto saltare due tombini. Carlo non passò dal sottopasso. Lo trattenemmo al bar, gli togliemmo le chiavi dello scooter, gli comprammo persino una camicia asciutta, come se bastasse cambiare la pelle visibile per ingannare la frase. Alle 16:30 una tubatura scoppiò nel bagno del bar. Carlo scivolò, batté la tempia contro il bordo del lavandino e restò supino in due dita d’acqua pulita, con la camicia nuova incollata al petto.

Il quaderno di mia nonna

Dopo quel giorno smisi di ridere. Cominciai a leggere il quaderno cerato. Non era un diario, ma una cartella clinica del paese: pressione, vento, odore dell’aria, tipo di pioggia, nomi apparsi, luoghi indicati, oggetti trovati dopo. C’erano graffette arrugginite, ritagli di giornale, una ricevuta del ferramenta macchiata di fango e una fotografia del 1989 in cui il ponte vecchio appariva asciutto mentre, sul retro, mia nonna aveva scritto: “Ha piovuto solo dentro la cabina telefonica”. In margine alle pagine dedicate al 15 luglio compariva spesso il numero quaranta, non come promessa meteorologica, ma come distanza: quaranta giorni in cui il bollettino poteva tornare, se la prima notte lo aveva svegliato.

Registratore e bollettino meteorologico sfocato in una cucina d’archivio durante la pioggia notturnaIl bollettino lasciava dietro di sé dettagli minimi: nastri umidi, carte gonfie d’acqua, orari appuntati come se fossero già ricordi.

Mi colpì una pagina del 2003. Il nome previsto era quello di mia madre. Il luogo: “corridoio ovest, piano terra, odore di candeggina, pioggia interna”. Non ricordavo nulla, perché avevo sette anni. Chiesi spiegazioni e mia nonna chiuse il quaderno con un gesto troppo rapido. Disse che mia madre non era morta per il bollettino, ma per l’errore di chi aveva creduto di poterlo correggere. La portarono via dal corridoio dell’ospedale prima dell’orario indicato. La pioggia si presentò comunque, dentro il montacarichi bloccato tra due piani, gocciolando dal soffitto dove non passava nessuna tubatura. Quando aprirono le porte, mia madre era seduta a terra, asciutta solo sui palmi delle mani.

La previsione con il mio nome

Quest’anno, il 15 luglio, ero tornato in paese per svuotare la casa. Mia nonna era morta in febbraio, senza acqua attorno, quasi per dispetto. Avevo impilato le sue tazze in una scatola e stavo per staccare l’antenna dal televisore della cucina quando lo schermo si riempì di neve. Erano le 03:14. Non pioveva ancora. Sul davanzale non c’era iperico, solo polvere e un anello lasciato da un vaso. Alle 03:15 la conduttrice comparve con la stessa giacca color cenere, ma più consumata ai gomiti, come se fosse rimasta in onda per tutti quegli anni senza sedersi mai.

Lesse la previsione con calma. Pioggia debole sulle colline alle 05:20. Temporale isolato sulla statale alle 11:00. Accumuli d’acqua nelle case disabitate entro sera. Poi pronunciò il mio nome, completo, con una tenerezza burocratica. “Soggetto maschile, quarant’anni non compiuti, ultimo asciugamano pulito nel cassetto inferiore. Non arriverà ad asciugarsi alle 21:17.” La mappa non indicò un fosso, un ponte o un ospedale. Inquadrò la cucina in cui mi trovavo, vista dall’alto, con il tavolo, il quaderno e il televisore acceso. Sullo schermo dentro lo schermo c’era la stessa immagine, e così via, finché il centro diventò un puntino nero.

Feci quello che fanno tutti quando il destino usa una voce gentile: cercai una scappatoia meschina. Staccai la corrente, chiusi l’acqua, svuotai il lavello, buttai fuori i secchi, tolsi perfino il tappo dalla vasca al piano di sopra. Alle 06:00 lasciai la casa con tre asciugamani nello zaino e guidai fino all’autogrill più lontano, sotto un cielo ancora chiaro. Mi asciugavo le mani ogni dieci minuti. Alle 20:50 entrai nel bagno dei camionisti e mi chiusi in un cubicolo asciutto, ridicolo, con la paura che batteva nei denti come grandine. Alle 21:16 ricevetti una chiamata senza numero. Risposi per sbaglio. Dall’altra parte c’era mia nonna.

Il giorno dopo

Non disse il mio nome. Disse soltanto: “Hai lasciato il quaderno aperto.” In quel momento capii che il bollettino non inseguiva le persone. Seguiva le annotazioni, le previsioni credute abbastanza da diventare indirizzi. Mia nonna non aveva registrato il paese per proteggerlo; lo aveva tenuto sintonizzato. Ogni nome scritto, ogni luogo segnato, ogni tentativo di prevenire la frase aveva dato al canale una stanza in cui entrare. Tornai a casa prima di mezzanotte, perché la paura, quando è ben addestrata, somiglia al dovere. La cucina era asciutta. Il televisore era spento. Il quaderno, invece, gocciolava dal dorso.

Alla pagina del 15 luglio c’era una riga nuova, scritta con la grafia di mia nonna ma con inchiostro fresco: “Se non lo trascrivi, resta qui.” Sotto, il mio nome era stato cancellato. Al suo posto comparivano tre spazi vuoti e l’orario delle 03:15. Avrei potuto bruciare tutto. Avrei potuto gettare il quaderno nel camino e lasciare che quaranta giorni di pioggia decidessero da soli. Invece presi la penna, perché sul vetro cominciava a battere una pioggia sottile e lo schermo del televisore respirò nel buio. Il bollettino partì puntuale. Questa volta, mentre la conduttrice sorrideva senza muovere gli occhi, fui io a leggere i nomi. Li conoscevo tutti. Il primo era il mio, scritto di nuovo, ma alla fine della lista.

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VI

Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.