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Il bollettino meteo che annunciava notte per due giorni

Una radio a valvole trasmette un bollettino impossibile: buio per quarantotto ore, pressione fuori scala e un avviso pronunciato con il nome esatto di chi ascolta.

Pubblicato 26 Agosto 2026 13:05 7 minuti di lettura
Il bollettino meteo che annunciava notte per due giorni

Alle tredici e sette il bicchiere sul tavolo fece un suono sottile, come se qualcuno avesse passato un’unghia bagnata lungo il bordo. Non c’era vento. La cucina di Marta odorava di caffè riscaldato e carta umida, e il barometro di suo padre, appeso accanto alla porta del ripostiglio, segnava una pressione che non aveva mai visto: la lancetta era scesa oltre l’ultima tacca, dove il quadrante di ottone non aveva più numeri ma soltanto una vite annerita.

La radio a valvole era accesa per abitudine. Marta la teneva sul davanzale, sotto una fila di basilico rinsecchito, perché era l’unico oggetto rimasto intatto dopo lo sgombero della casa paterna. Alle tredici e dieci, invece del notiziario regionale, uscì un bollettino meteo registrato con una voce maschile troppo vicina al microfono. Disse che il cielo sarebbe diventato notte alle quattordici e dodici, che la pressione avrebbe continuato a calare fino a rendere doloroso deglutire, e che l’oscurità sarebbe durata quarantotto ore esatte. Poi aggiunse, senza cambiare tono: «Avviso valido per Marta Belloni, via delle Saline 18, terzo piano».

La frequenza che non era in elenco

Marta non si mosse subito. Guardò la radio, poi la finestra, poi il barometro. Fuori, sul cortile interno, una donna stendeva lenzuola color avorio e un corriere lasciava pacchi sotto l’androne. Tutto continuava con una normalità quasi offensiva. Soltanto il cielo sembrava più basso, non nuvoloso ma compresso, con una tinta grigia che faceva sembrare mezzogiorno una fotografia dimenticata in acqua. La voce ripeté il bollettino da capo, identico, compreso il suo nome e l’indirizzo.

Lei prese il telefono e cercò la frequenza della stazione. Non esisteva. Provò a girare la manopola, ma la radio tornava sempre lì, su quel fruscio salato e su quella voce educata che annunciava cose impossibili con la pazienza di un impiegato. «Mare molto agitato nell’entroterra. Visibilità nulla nei corridoi. Possibili boati a distanza non compatibile con la sorgente». A quella frase Marta pensò a una nota che suo padre aveva infilato anni prima dentro il manuale dell’apparecchio: 26 agosto 1883, Krakatau, il giorno in cui il mondo ascoltò un rumore troppo grande per restare vicino.

Suo padre era stato meteorologo all’aeroporto militare dismesso oltre la statale. Aveva raccolto ritagli sulle grandi anomalie del tempo: cieli rossi dopo eruzioni lontane, onde di pressione registrate in città che non avevano visto il fuoco, navi che avevano attraversato mezzogiorni oscurati dalla cenere. Non raccontava quelle storie per stupire. Diceva che la paura vera nasce quando uno strumento onesto registra qualcosa che la mente non sa ospitare. Dopo il funerale, Marta aveva buttato quasi tutto. La radio, il barometro e una scatola di bollettini ciclostilati erano rimasti perché nessuno li voleva.

Le due del pomeriggio

Alle quattordici meno cinque i lampioni del cortile si accesero da soli. Le lenzuola della vicina, ancora appese, non sventolavano più: pendevano dritte come lastre. Il corriere era tornato indietro e guardava il cielo con il palmare in mano, ma lo schermo lampeggiava senza agganciare la rete. Marta aprì la finestra e sentì l’odore del mare, anche se il mare era a settantadue chilometri. Sul fondo della strada, le saracinesche cominciarono a chiudersi una dopo l’altra, non spinte da persone ma da vibrazioni profonde che facevano tremare i binari metallici.

Alle quattordici e dodici il giorno finì. Non fu un’eclissi, non fu un temporale. La luce venne ritirata in un colpo solo, come se qualcuno avesse spento il cielo dietro le nuvole. Nel buio apparvero dettagli che non avrebbero dovuto esserci: il profilo bianco dei muri, le lancette fosforescenti dell’orologio, la polvere sospesa in cucina. La radio tacque per tre secondi, poi trasmise un colpo sordo. Marta lo sentì nelle ginocchia prima che nelle orecchie. Il bicchiere sul tavolo si crepò dall’alto verso il basso.

Strada costiera buia sotto un mezzogiorno impossibile con vetrina e barometro illuminatoQuando il buio arrivò nel pomeriggio, anche gli strumenti sembrarono comportarsi come testimoni spaventati.

La voce tornò più lenta. «Prima ora di oscurità. Non uscire sul pianerottolo. Non rispondere alle previsioni personali». Marta si accorse allora che dal corridoio proveniva un secondo bollettino, più basso, come se qualcuno parlasse dietro la porta d’ingresso. Non era la radio. Era la voce di suo padre. Elencava temperatura, umidità, visibilità, poi una serie di nomi: Teresa al secondo piano, Fabio del negozio di cornici, il portinaio, la bambina che abitava sopra. Dopo ogni nome c’era un orario. Alcuni erano passati da pochi minuti.

Il quaderno delle pressioni impossibili

Marta trascinò la scatola dei bollettini sul pavimento e la aprì con le mani sudate. Dentro c’erano schede ingiallite, diagrammi, fotografie di cieli sporchi e una cartellina nera che non ricordava. Sul frontespizio suo padre aveva scritto: “Non sono previsioni. Sono avvisi di ritorno”. Le prime pagine parlavano di eventi documentati: onde barometriche dopo grandi eruzioni, notti improvvise raccontate da equipaggi lontani, boati capaci di attraversare distanze assurde. Le ultime, però, erano diverse. Contenevano indirizzi, nomi, stanze, oggetti domestici. Contenevano lei.

Lesse una riga datata quindici anni prima: “Marta sentirà il bollettino quando avrà venduto la casa, perché soltanto allora il luogo cercherà un altro osservatore”. Sotto, in matita, c’era una correzione: “Non vendere la radio insieme al resto”. La pressione nella stanza continuava a scendere. Ogni respiro era più corto del precedente. Dal pianerottolo arrivò un graffio lungo la porta, non violento, quasi burocratico, seguito dalla voce paterna: «Seconda ora di oscurità. Aprire solo se si desidera confermare la ricezione».

Lei pensò di chiamare qualcuno, ma il telefono mostrava un’unica notifica senza mittente: PREVISIONE DISPONIBILE. Quando la toccò, lo schermo diventò nero e rifletté il suo volto con un ritardo di qualche secondo. Nel riflesso, Marta non era seduta accanto al tavolo. Era in piedi davanti alla porta, con la mano già sulla serratura. Si voltò di scatto. La porta era chiusa. Il riflesso, invece, la aprì.

La seconda notte

Non vide il corridoio. Vide una spiaggia coperta di cenere, lampioni accesi in pieno giorno, strumenti nautici inchiodati a pareti che grondavano acqua. Decine di radio identiche alla sua erano disposte sulla sabbia, tutte sintonizzate sulla stessa voce. Ogni apparecchio pronunciava un nome diverso, poi un indirizzo, poi una durata. Alcuni annunciavano notte per venti minuti, altri per una settimana. Uno, molto vicino, disse: «Avviso valido per Paolo Belloni, osservatore precedente, decesso avvenuto dopo aver interrotto la trasmissione».

Marta capì allora che suo padre non aveva collezionato anomalie meteorologiche. Aveva cercato di capire un sistema che usava il tempo come lingua e le catastrofi come alfabeto. Krakatau, le onde di pressione, i cieli oscurati, i boati lontani: fatti enormi, reali, finiti nei registri del mondo. Ma attorno a quei fatti, come muffa sul bordo di una ferita, qualcosa aveva imparato a imitare i bollettini. Non prevedeva la pioggia. Avvisava le persone quando il buio stava per riconoscerle.

La voce disse che mancavano quarantasei ore alla fine. Marta guardò il barometro. La lancetta non scendeva più: girava all’indietro, lentamente, scavando un solco nel quadrante. Fuori dalla finestra i vicini avevano acceso candele, ma le fiamme puntavano verso il basso. Nessuno urlava. Era la cosa peggiore. Tutti ascoltavano qualcosa dentro le proprie case, ciascuno chiuso nella previsione che portava il suo nome.

Alla quarantottesima ora, la luce tornò come acqua sporca versata sul mondo. Il cortile era immobile, le lenzuola ancora appese, il bicchiere ancora crepato. Marta era viva. La radio taceva. Sul tavolo, però, c’era un bollettino nuovo, battuto a macchina su carta sottile: “Evento concluso. Osservatore confermato”. In fondo al foglio, sotto il suo nome, compariva l’orario del prossimo aggiornamento: 26 agosto, tredici e dieci, ogni anno.

Da allora Marta non ascolta più la radio, ma non l’ha mai spenta. La tiene sul davanzale con il volume al minimo, accanto al barometro ormai senza numeri. Ogni estate, quando l’aria si fa troppo pesante e il cielo assume quel grigio bagnato che non promette pioggia, lei scrive a mano un bollettino e lo infila sotto la porta di qualcuno del palazzo. Non serve a salvarlo. Serve a scegliere chi, dopo di lei, dovrà restare sveglio quando il meteo pronuncerà un nome e il giorno si ritirerà per due notti intere.

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VI

Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.