
Alle sei e diciassette del mattino il parcheggio del supermercato Girasole odorava di pioggia vecchia, gasolio freddo e zucchero bruciato. Non c’erano camion in sosta, non c’erano roulotte, non c’erano segni di pneumatici sul piazzale dietro le casse del vetro. Eppure, tra la pensilina dei carrelli e la cabina elettrica, era comparso un luna park completo: una ruota panoramica bassa, tre giostre coperte da lampadine gialle, un tiro a segno con anatre di latta e una biglietteria rossa il cui sportello sembrava già consumato da anni di gomiti appoggiati.
Matteo Riva lo vide mentre portava fuori i bancali del pane. Aveva ventinove anni, una Panda grigia con lo sportello ammaccato e la certezza, coltivata in provincia, che le cose strane accadessero sempre altrove. Quella mattina capì invece che la stranezza può arrivare senza rumore, montarsi da sola sull’asfalto e aspettare l’apertura. Il luna park non chiedeva denaro. Sul vetro della biglietteria, scritto con gessetto bianco, c’era soltanto un avviso: ingresso con biglietti strappati da fotografie d’infanzia.
Il piazzale che non aveva ospitato nessuno
Il direttore del supermercato chiamò i vigili urbani alle sette meno cinque, quando già tre pensionati e due cassiere stavano fotografando le giostre con il telefono. Le immagini venivano sfocate. Non per mancanza di luce: ogni scatto mostrava bene i pali, le pozzanghere, il cancello automatico. Mancava sempre il luna park, sostituito da una macchia chiara simile al riflesso di un faro. Il vigile Sarti fece il giro del piazzale con il taccuino in mano e ripeté che doveva trattarsi di una promozione non autorizzata. Poi toccò una transenna. Era gelida e ruvida, come metallo rimasto fuori per tutto l’inverno.
Il fatto accertabile finiva lì: un gruppo di persone vide una fiera in un luogo dove, fino alla sera precedente, non c’era nulla. Nessuna telecamera del supermercato registrò l’arrivo. Alle tre e dodici di notte il parcheggio era vuoto; alle tre e tredici l’inquadratura si riempì di disturbi, una neve digitale durata quaranta secondi; alle tre e quattordici apparvero sagome già ferme, già illuminate. Sarti chiese il permesso comunale, il nome del responsabile, una bolletta elettrica. Lo sportello della biglietteria si aprì da solo, con un cigolio sottile. Dentro non c’era nessuno, ma sul bancone stava una pinza da controllore, lucida e umida.
Matteo riconobbe l’odore prima ancora di riconoscere l’oggetto. Zucchero filato alla fragola, ferro bagnato, segatura. Era lo stesso miscuglio della fiera di San Michele, quella che da bambino aspettava per settimane e che suo padre chiamava “il piccolo miracolo rumoroso”. Il padre era morto da dodici anni; la fiera di San Michele da sette non montava più, sostituita da un parcheggio multipiano mai terminato. Quando Matteo infilò la mano nella tasca del giubbotto, trovò un rettangolo di carta fotografica che non portava con sé dal 1999: lui a sei anni, davanti a un cavalluccio azzurro, con un incisivo mancante e una mano adulta sulla spalla.
I biglietti strappati dalle fotografie
Non fu l’unico. La cassiera Elena trovò nel portafoglio una foto della prima comunione con il volto della madre già scolorito. Il macellaio Greco estrasse dalla custodia della patente un’immagine che giurava di avere perso durante il trasloco: lui e il fratello minore, seduti su un muretto, prima che il fratello sparisse in mare. Ogni fotografia aveva un angolo sollevato, come se qualcuno avesse iniziato a strapparla da tempo e avesse atteso proprio quella mattina per finire il lavoro. La biglietteria accettava solo quel pezzo: non l’intera immagine, non una copia, non una banconota.
La prima a pagare fu una bambina di otto anni, o almeno così dissero i presenti. Nessuno ricordò di averla vista arrivare con un adulto. Indossava un impermeabile giallo e teneva in mano metà di una fotografia su cui si vedeva appena un seggiolino da auto. La pinza scattò da sola, fece un foro a forma di stella nel frammento e il cancelletto della ruota panoramica si aprì. La bambina salì nella cabina numero quattro. Quando la ruota cominciò a girare, non produsse musica, ma un fruscio di pellicola trascinata nel proiettore. Alla terza rotazione, nella cabina c’erano due bambini: lei e un maschio con lo stesso impermeabile, lo stesso viso, gli stessi occhi spaventati.
Fu allora che Matteo pensò a Ray Bradbury, senza sapere bene perché. In un vecchio volume preso in biblioteca aveva letto di paesi americani dove il fantastico arrivava come una fiera d’autunno, portando nostalgia e minaccia nello stesso odore di caramello. Sapeva soltanto un dato vero, appuntato anni prima per una tesina: Bradbury era nato il 22 agosto 1920 a Waukegan, Illinois, e aveva trasformato l’infanzia in una macchina capace di illuminare e divorare. Quella mattina, nel parcheggio del Girasole, la macchina sembrava essersi ricordata anche della loro provincia.
La corsa che restituiva ciò che prendeva
Elena salì sulla giostra dei cavalli dopo aver strappato la fotografia della comunione. Scelse un cavallo nero, con gli occhi di vetro e la sella screpolata. Al primo giro rise, perché dalla cassa armonica uscì la voce di sua madre che la chiamava “Lenuccia” come nessuno faceva più. Al secondo giro smise di ridere. Al terzo gridò che voleva scendere. La giostra rallentò soltanto quando il frammento fotografico, appeso a una catenella davanti al cavallo, diventò completamente bianco. Elena scese con i capelli umidi di sudore e le mani strette al ventre. Non parlò per venti minuti. Poi disse che la madre l’aveva baciata sulla fronte e che il bacio puzzava di terra.
I biglietti del luna park non erano banconote, ma pezzi di infanzia consegnati allo sportello.
Greco provò il tiro a segno. Nessuno riuscì a fermarlo, perché l’immagine del fratello aveva già tremato tra le sue dita come un animale vivo. Sparò a cinque anatre di latta, tutte con il becco rosso. A ogni colpo, dietro il telone, si accendeva per un istante una spiaggia diversa: asciugamani a righe, vento, un pallone sgonfio, una mano che spuntava dall’acqua troppo lontano. Quando l’ultima anatra cadde, il banco gli consegnò un premio: una conchiglia chiusa con un filo di rame. Greco la portò all’orecchio e cadde in ginocchio. Disse che dentro qualcuno tossiva acqua salata e pronunciava il suo nome da bambino.
La testimonianza dei presenti concordò su un punto: la fiera non obbligava nessuno. Restava lì, luminosa e paziente, lasciando che ognuno decidesse quanto valesse rivedere ciò che aveva perduto. Questa era la sua crudeltà. Non somigliava a una trappola, ma a una concessione. Le persone entravano con l’aria di chi paga un debito privato e uscivano più pallide, più vecchie, a volte più leggere. Una leggenda nacque già prima di mezzogiorno: il luna park sarebbe arrivato per il compleanno di uno scrittore morto, o per ricordare che l’infanzia non è un rifugio, ma un paese governato da leggi spietate.
Il padre nella cabina numero sette
Matteo resistette fino alle undici. Aveva nascosto la fotografia nel congelatore del reparto surgelati, poi nel vano dei detersivi, poi sotto il sedile della Panda. Ogni volta la ritrovava in tasca, più corta di un millimetro, come se qualcuno la stesse consumando dall’interno. Nella parte rimasta si vedeva ancora la mano del padre sulla sua spalla. Non il volto, non il corpo: solo quella mano grande, con la fede larga e una cicatrice bianca sul pollice. Matteo aveva dimenticato la cicatrice. Ricordarla gli fece più male della morte, perché provava che una parte del padre era rimasta intatta senza di lui.
Strappò il frammento davanti alla biglietteria. La pinza fece il foro a stella e lo sportello sputò un biglietto spesso, color crema, numerato a mano: cabina 7. Matteo salì sulla ruota panoramica mentre il cielo diventava chiaro e basso sopra le insegne del centro commerciale. La cabina odorava di giacca bagnata e dopobarba economico. Quando il cancelletto si chiuse, davanti a lui c’era suo padre, non come un fantasma trasparente, ma con le scarpe infangate, la camicia a quadri e le unghie nere di officina. Disse soltanto: “Sei cresciuto male, ma sei cresciuto”.
La ruota fece un giro lentissimo. Dall’alto Matteo vide il paese come lo ricordava da piccolo: il cinema Eden ancora aperto, il campanile senza impalcature, la strada sterrata dietro la scuola, sua madre che stendeva lenzuola arancioni sul balcone. Poi, a ogni metro di discesa, qualcosa veniva tolto. Il cinema diventò una banca, il campanile mostrò crepe, la scuola perse i platani, il balcone restò vuoto. Suo padre gli prese la mano e Matteo sentì il freddo di una cosa rimasta troppo tempo in frigorifero. “Non devi restare,” disse l’uomo. “Qui pagano anche quelli che sembrano tornare.”
Quando la musica finì
Matteo scese prima che la cabina completasse l’ultimo quarto di giro. Non saltò: aprì il cancelletto, che avrebbe dovuto essere bloccato, e cadde sull’asfalto slogandosi una caviglia. Dietro di lui la ruota continuò a girare con la cabina vuota. La fotografia, quella vera, gli ricomparve in mano intera. C’era ancora lui davanti al cavalluccio azzurro. La mano sulla spalla, però, non apparteneva più al padre. Era sottile, pallida, con dita troppo lunghe, posata su di lui con una familiarità paziente. Matteo urlò, e a quel grido tutte le lampadine del luna park si spensero insieme.
Il parcheggio rimase buio per dodici secondi. Quando la luce tornò, non c’erano più giostre, né transenne, né biglietteria. Restavano soltanto chiazze di segatura bagnata e piccoli coriandoli di carta fotografica infilati nelle crepe dell’asfalto. Le telecamere ripresero a funzionare mostrando persone immobili, alcune inginocchiate, altre con le mani davanti alla bocca. La bambina con l’impermeabile giallo non fu mai identificata. Elena tornò a casa e bruciò tutti gli album di famiglia. Greco chiuse la macelleria per tre giorni e appese la conchiglia sopra il banco, senza più avvicinarla all’orecchio.
La spiegazione ufficiale parlò di allucinazione collettiva, stress, forse una perdita di gas dalla cabina elettrica. Era un’interpretazione utile, non del tutto impossibile, e per questo venne accettata da chi non aveva consegnato una fotografia. Ma Matteo conservò il biglietto della cabina 7, con il foro a stella e un odore leggero di zucchero bruciato. Sul retro, comparsa dopo il tramonto, c’era una frase scritta con una grafia infantile: “Torneremo quando avrete abbastanza nostalgia da farci entrare”. Da allora, ogni 22 agosto, il parcheggio del Girasole viene lavato prima dell’alba. Nessuno lo ordina. Qualcuno trova sempre segatura davanti alla cabina dei carrelli.


