Creepypasta

Il campo compariva soltanto il primo agosto

Una creepypasta agricola sul primo agosto: un campo assente dalle mappe appare nelle immagini satellitari per ventiquattro ore, con una figura che guarda verso il sensore.

Pubblicato 1 Agosto 2026 13:06 8 minuti di lettura
Il campo compariva soltanto il primo agosto

La prima volta che vidi il campo fu da una schermata compressa, piena di quadretti verdi e marroni, alle 06:18 del primo agosto. L’immagine satellitare arrivava dal mosaico pubblico che usavamo per controllare frane, incendi e terreni lasciati a stoppia dopo il raccolto; non era materiale segreto, non era una fotografia rubata da un server militare. Eppure, fra due poderi segnati da filari storti e una strada bianca vicino a San Rocco di Làvena, compariva un rettangolo perfetto di grano alto, fitto, dorato, dove il catasto e tutte le mappe agricole indicavano da anni un noccioleto abbandonato.

Mi chiamo Elia Neri e allora lavoravo come tecnico per un consorzio che vendeva analisi stagionali agli agronomi della provincia. Il primo agosto, in certe zone, non era solo una data sul calendario: per chi studiava tradizioni e raccolti richiamava Lughnasadh, festa gaelica dell’inizio del raccolto, e Lammas, la distinta usanza cristiana del pane nuovo. Lo sapevo perché due settimane prima avevo preparato una scheda divulgativa per un cliente fissato con le ricorrenze. Ma quello che avevo davanti non era folklore. Era un campo assente dalle mappe, visibile per ventiquattro ore, e al centro c’era una figura scura che guardava verso il sensore, come se sapesse esattamente quando il satellite sarebbe passato.

Il rettangolo che non risultava a nessuno

La prima regola del nostro ufficio era diffidare delle immagini belle. Nuvole sottili, riflessi, errori di composizione, ombre lunghe: bastava poco per trasformare un deposito di lamiere in uno stagno o un vigneto in una ferita. Perciò controllai le serie precedenti. Il 31 luglio il noccioleto c’era, brutto e rado, con il terreno pallido tra le piante secche. Il 2 agosto, nelle previsioni elaborate dal sistema, sarebbe dovuto tornare identico. Solo il primo agosto, e solo tra l’alba e la mezzanotte, quel pezzo di collina diventava un campo di cereali maturo, senza strade d’accesso, senza recinzioni, senza una sola traccia di macchinari.

Telefonai al Comune per un controllo banale. L’impiegata dell’ufficio tecnico rise, poi smise quando le lessi le coordinate. «Lì non si semina da quando è morto Morandi», disse. Non aggiunse il nome di battesimo. Mi mandò una scansione catastale: particella 418, coltura annotata a mano come nocciolo improduttivo, ultimo aggiornamento 1997. In margine al foglio, però, c’era una riga che non apparteneva al modulo: non misurare il raccolto nel giorno in cui si misura da solo. La grafia sembrava più vecchia della carta, ma la scansione era stata fatta quella mattina.

Alle 08:04 la figura si spostò. Non avrei dovuto vederlo, perché le immagini satellitari non sono un film; arrivano a intervalli, con ritardi e correzioni. Eppure il sistema generò un nuovo tassello, non richiesto, e il corpo nero al centro del campo apparve tre metri più a nord. Non era una persona alta. Era sottile, con un cappello o forse una testa troppo piatta, le braccia aderenti ai fianchi. Guardava sempre verso l’alto. Quando ingrandii, la risoluzione peggiorò intorno al viso, come se il campo proteggesse proprio quel punto da ogni tentativo di guardarci dentro.

Lughnasadh, Lammas e la parte documentata

Per non cedere alla superstizione, mi aggrappai ai fatti documentati. Lughnasadh è una festa stagionale gaelica legata all’inizio del raccolto, tradizionalmente collocata intorno al primo agosto; le fonti enciclopediche e gli studi folklorici parlano di fiere, assemblee, alture, giochi, offerte e legami con il ciclo agricolo. Lammas, invece, appartiene a una tradizione cristiana diversa, con il pane del nuovo grano portato o benedetto all’inizio della stagione del raccolto. Fatto: il primo agosto ha una memoria agricola reale. Testimonianza: archivi e musei descrivono usanze regionali, mercati e riti comunitari. Leggenda: sacrifici segreti, campi coscienti e mietiture umane sono aggiunte del folk horror, spesso senza basi specifiche. Interpretazione: certe date non creano mostri, ma offrono ai mostri una lingua comprensibile.

Scrissi quelle quattro parole su un foglio: fatto, testimonianza, leggenda, interpretazione. Mi servivano come picchetti. Poi scaricai una mappa storica del 1922 e trovai che la particella 418 non era segnata come noccioleto, né come seminativo. Portava un nome dialettale: Camp dla Veglia. Il campo della veglia, oppure della vecchia, a seconda di dove cadeva l’accento. In un bollettino parrocchiale del 1954, il parroco aveva sconsigliato ai ragazzi di passarci la notte tra il 31 luglio e il primo agosto, non per demoni o streghe, ma perché «chi veglia il grano deve restituire il proprio nome prima dell’alba». La frase era così concreta che mi fece più paura di una maledizione.

Alle 10:37 il mio collega Bassi entrò con due caffè e vide lo schermo. Non rise. Disse soltanto: «Quello è il Morandi». Gli chiesi come potesse riconoscere una sagoma da trenta centimetri sul monitor. Mi rispose che suo nonno raccontava di un mezzadro scomparso lì nel 1976, l’anno della siccità, dopo aver giurato che il suo grano sarebbe maturato anche se nessuno lo aveva seminato. La testimonianza familiare non era una prova, lo sapevo. Ma Bassi ricordava un dettaglio: l’uomo portava un cappello di feltro schiacciato dalla pioggia, sempre troppo largo per la sua testa. Sul monitor, la figura non aveva volto, ma aveva proprio quella linea piatta sopra il collo.

Scrivania notturna con mappe catastali, campioni di grano e una schermata satellitare sfocataLe mappe non negavano il campo: si comportavano come se avessero sempre saputo di non poterlo registrare.

Il sopralluogo sulla strada bianca

Avrei dovuto chiudere il file e inviare una segnalazione tecnica. Invece alle 12:11 ero sulla Panda aziendale, con Bassi accanto e il navigatore che continuava a perdere il percorso negli ultimi due chilometri. La strada bianca esisteva, ma sembrava più stretta di come appariva nelle ortofoto. Le siepi trattenevano polvere e semi secchi. Ogni tanto arrivava un suono di insetti, poi si interrompeva insieme, come se qualcuno avesse abbassato una manopola. Dal crinale vedevamo il noccioleto: piante basse, rami storti, terra spaccata dal caldo. Nessun grano, nessun rettangolo dorato, nessuna figura al centro.

Controllai il telefono. Sullo stesso punto, in diretta, il satellite mostrava il campo. Il GPS ci collocava sul suo bordo occidentale. Davanti a noi, però, c’erano noccioli morti e una rete arrugginita. Feci tre passi oltre il cancello caduto e sentii cambiare l’aria. Non diventò fredda. Divenne vecchia, piena di farina, ferro umido e pane lasciato in una credenza chiusa. Bassi mi afferrò per la manica. Nel telefono la figura aveva voltato la testa. Non guardava più il satellite. Guardava il puntino blu del nostro segnale.

Alle 13:00 precise arrivò una notifica che nessuno dei nostri programmi avrebbe dovuto inviare: resa stimata: due uomini, un nome incompleto, dodici ore di luce residua. Il testo non era su una pagina web. Comparve sopra la mappa, dentro l’app, con lo stesso carattere usato per ettari e umidità del suolo. Provai a fare uno screenshot, ma il telefono salvò una foto della strada vuota. Bassi disse che sentiva frusciare. Io non sentivo nulla. Poi vidi le ombre dei noccioli muoversi tutte nella stessa direzione, piegandosi come spighe sotto un vento che non toccava i nostri vestiti.

La mietitura che non lasciava tracce

Fu allora che capii il dettaglio peggiore: il campo non aveva bisogno di comparire ai nostri occhi. Gli bastava essere misurato. Ogni passaggio del satellite, ogni ingrandimento, ogni controllo catastale era un modo di riconoscerlo. La leggenda non chiedeva fede, chiedeva coordinate. Avevamo dato al campo abbastanza attenzione da renderlo amministrativo, reale nei sistemi che contano superfici, rese, perdite. E la figura al centro non era un guardiano. Era un indicatore di scala. Qualcosa messo lì perché il sensore capisse quanto era grande il raccolto.

Bassi corse verso la macchina. Lo vidi attraversare il cancello, inciampare, rialzarsi. Sul telefono, invece, una macchia scura entrò nel grano e scomparve fino alle spalle. La strada davanti a me restava vuota. Gridai il suo nome, ma il suono uscì come quando si parla in una stanza piena di stoffe. La mappa aggiornò la resa: un uomo, un nome completo, undici ore e quarantotto minuti di luce residua. Il puntino blu si divise in due. Uno ero io. L’altro si mosse lentamente verso il centro della particella 418, dove la figura piatta lo aspettava senza cambiare postura.

Non ricordo come lasciai quel posto. Ricordo il volante caldo, il sapore di polvere sui denti, la radio che trovava solo una messa registrata in cui una voce parlava di pane nuovo. Al consorzio, le immagini delle 14:22 mostrarono il campo più scuro, come dopo una prima passata di mietitrebbia. Nessuno riuscì a rintracciare Bassi. Sua moglie ricevette un messaggio dal suo numero alle 18:03: sono arrivato, non scrivere il mio cognome. Non era il suo modo di parlare. Nel database aziendale, il suo profilo rimase attivo ma senza nome: solo iniziali, ruolo, permessi. I campi vuoti erano più spaventosi delle cancellazioni.

Alle 23:59 il satellite registrò l’ultimo tassello. Il grano era steso, non tagliato: piegato tutto verso il centro, come capelli bagnati intorno a uno scarico. La figura non c’era più. Al suo posto compariva un segno chiaro, simile a una pagnotta o a una pietra piatta. A mezzanotte, la particella 418 tornò noccioleto abbandonato. Il catasto perse la riga scritta a mano. Le mappe storiche non mostrarono più il Camp dla Veglia. Rimase solo una cartella temporanea sul mio computer, impossibile da eliminare, con ventiquattro immagini nominate da sole: raccolto_001, raccolto_002, raccolto_003.

Da allora, ogni primo agosto, spengo i monitor prima dell’alba e copro il modem con un sacco di juta che ho comprato in un mulino. È una difesa ridicola, lo so. Le feste del raccolto documentate restano feste, il pane resta pane, le leggende restano il modo con cui abbiamo paura della terra quando restituisce più di quanto le abbiamo dato. Ma alle 06:18, puntuale, il telefono di Bassi compare per un secondo nella lista dei dispositivi vicini. Non ha segnale, non ha batteria, non dovrebbe esistere. Trasmette solo un nome di rete: misurami ancora. Io non lo apro. Non più. Perché il campo compariva soltanto il primo agosto, sì; ma ho capito troppo tardi che per comparire gli basta trovare qualcuno disposto a guardarlo.

Leggi anche

VI

Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.