
Il rumore più inquietante di The Dark and the Wicked non arriva da una porta che sbatte, ma dal fiato lento di un uomo ormai quasi assente dal proprio corpo. La fattoria è isolata, la cucina sembra sempre troppo buia, le pecore restano fuori come una massa muta e il letto del padre diventa il centro immobile di una casa che non sa più distinguere veglia, malattia e condanna. Bryan Bertino apre il film con pochi oggetti concreti — una lampada, una sedia, un tagliere, una finestra nera — e li lascia marcire nello sguardo finché ogni cosa ordinaria sembra pronta a testimoniare contro chi è rimasto.
Uscito nel 2020, scritto e diretto da Bryan Bertino, The Dark and the Wicked dura circa 95 minuti e ha musiche firmate da Tom Schraeder. Il cast principale è guidato da Marin Ireland e Michael Abbott Jr., affiancati da Julie Oliver-Touchstone, Lynn Andrews e Xander Berkeley. La premessa è semplice, quasi antica: due fratelli tornano nella fattoria di famiglia, in Texas, perché il padre sta morendo; la madre, consumata dalla cura e dal terrore, sembra conoscere qualcosa che loro non vogliono ancora nominare. La domanda che regge il film non è “che cosa infesta la casa?”, ma una più crudele: se il male fosse già arrivato e la famiglia stesse soltanto facendo tardi al proprio appuntamento?
Scheda film, dati verificati e posizione nel percorso di Bertino
The Dark and the Wicked è un horror soprannaturale statunitense scritto e diretto da Bryan Bertino, autore che già con The Strangers aveva mostrato una predilezione per l’invasione del domestico e per una paura poco consolatoria, priva di spiegazioni comode. Qui la violenza non bussa da fuori con una maschera riconoscibile: sembra sedimentata nei muri, nel terreno, nel corpo del padre allettato. La durata di circa 95 minuti aiuta il film a restare contratto, senza divagazioni psicologiche eccessive; le musiche di Tom Schraeder lavorano per pressione più che per tema melodico, come un peso basso che accompagna la decomposizione morale degli spazi.
La struttura narrativa è essenziale. Louise e Michael tornano nella casa dei genitori nonostante la madre avesse chiesto loro di non venire. Il padre è vivo solo in senso biologico, affidato a cure domestiche e a una presenza infermieristica che non basta a rendere la situazione ordinata. La madre compie gesti ripetitivi, tiene un diario, pronuncia frasi che sembrano al tempo stesso confessione e delirio. Bertino non costruisce un’indagine in senso classico: non offre un archivio di regole, non trasforma il demone in una creatura da catalogare. Preferisce mostrare come l’orrore si infiltra nei comportamenti minimi, nelle telefonate, nel modo in cui una persona guarda un coltello o evita di attraversare una stanza.
La fattoria come camera di decomposizione spirituale
La fattoria del film non è pittoresca, non è la campagna gotica addomesticata dal folklore. È un luogo di lavoro e isolamento, fatto di recinti, fango, animali, stanze basse e silenzi troppo lunghi. Questo è uno dei suoi punti di forza: Bertino non usa il rurale come cartolina macabra, ma come dispositivo di separazione. Lontano dalla città, lontano dai soccorsi emotivi, lontano da una comunità realmente visibile, i personaggi sembrano consegnati a una forza che non ha fretta. La casa non imprigiona con serrature impossibili; imprigiona perché nessuno sa più dove andare senza portarsi dietro la stessa cosa.
Ogni dettaglio materiale diventa una forma di pressione. Le pecore morte, il tavolo della cucina, il telefono che permette voci sbagliate, il diario della madre, il letto del padre e la sedia accanto al corpo malato non sono semplici elementi scenografici. Sono prove di una realtà che si restringe. Il film ha un’intelligenza visiva precisa: più gli spazi sono poveri, più il male appare assoluto. Non servono corridoi infiniti o stanze segrete; basta una porta socchiusa, un corpo che respira male, una figura intravista dove non dovrebbe esserci nessuno. La paura nasce dal fatto che il luogo sembra già sconfitto prima ancora che i figli capiscano la natura della minaccia.
Fede, assenza di Dio e presenza senza spiegazione
Il tema religioso è tra gli aspetti più disturbanti del film, perché non viene trattato come un sistema rassicurante. Croci, preghiere, riferimenti alla fede e figure che sembrano appartenere a un immaginario cristiano non aprono davvero una via di salvezza. Anzi, rendono più cupa la sensazione che il mondo morale sia stato svuotato dall’interno. The Dark and the Wicked non racconta la possessione come duello spettacolare tra bene e male; la racconta come collasso dell’attesa. Se esiste una protezione, arriva troppo tardi o non arriva affatto. Se esiste una risposta, nessuno in quella casa sembra in grado di riceverla senza spezzarsi.
Questa scelta separa il film da molti horror demoniaci più meccanici. Bertino evita il piacere della spiegazione teologica completa: non ci sono manuali, rituali ordinati, sacerdoti capaci di rimettere le cose al loro posto. Ci sono invece testimonianze fragili, frasi riferite, apparizioni che imitano volti familiari o istituzionali, e una progressiva perdita di fiducia nella percezione. La presenza maligna non convince perché possiede poteri spettacolari, ma perché sa toccare il punto più debole di ogni personaggio. A Louise e Michael non offre soltanto paura: offre colpa, rimorso, immagini dei morti, possibilità di essere stati figli insufficienti proprio quando ormai non c’è più tempo per riparare.
Marin Ireland e Michael Abbott Jr.: il lutto come errore irreparabile
Marin Ireland è il centro emotivo più tagliente del film. La sua Louise non è un’eroina pronta a decifrare l’incubo, ma una donna che torna a casa quando il danno familiare è già diventato paesaggio. Il volto registra stanchezza, irritazione, paura e senso di colpa senza trasformarli in una grande scena esplicativa. Bertino le chiede spesso di reagire a minacce che restano parzialmente fuori campo o che assumono forme intime, e Ireland rende credibile la cosa più difficile: il momento in cui il terrore non esplode, ma si deposita come consapevolezza. Non sta soltanto vedendo qualcosa di impossibile; sta capendo che l’impossibile la conosce.
Michael Abbott Jr. lavora su una fragilità diversa. Michael è meno frontale, più tentato dalla fuga, ma la fuga nel film non ha mai il valore liberatorio che dovrebbe avere. Anche quando qualcuno lascia la fattoria, la logica del male sembra seguirlo con una precisione quasi amministrativa. Questa è una delle intuizioni più crudeli della sceneggiatura: tornare a casa è pericoloso, ma andarsene non cancella il vincolo. Il rapporto tra i due fratelli rimane volutamente asciutto, senza riconciliazioni consolatorie. Sono adulti che condividono un’origine e un disastro, non personaggi costruiti per guarire davanti allo spettatore.
Regia, suono e gestione della paura
Bertino dirige con un pessimismo raro. I suoi momenti migliori non cercano l’originalità a tutti i costi, ma la precisione dell’attesa. Una figura fuori dalla finestra, una voce al telefono, una visita apparentemente normale, un corpo che appare dove non dovrebbe: il film usa materiali noti, però li priva spesso del sollievo successivo. Dopo lo spavento non arriva davvero una pausa, perché la scena seguente non ripristina l’ordine. La casa resta contaminata. La cucina resta uguale. Il letto del padre continua a respirare. È questa continuità a rendere l’esperienza così cupa.
Il suono è fondamentale. Le musiche di Tom Schraeder non sovrastano sempre l’immagine; spesso sembrano aderire ai muri, accompagnare il ronzio mentale dei personaggi, insinuare che la fattoria abbia un battito proprio. Anche i silenzi sono costruiti con cura: non sono vuoti neutri, ma spazi in cui lo spettatore aspetta un rumore sbagliato. Il film sa usare il jumpscare, talvolta in modo brusco, ma il suo effetto più persistente nasce da una paura meno atletica: la sensazione che ogni apparizione sia solo una superficie, mentre la vera entità rimane ferma, paziente, già installata nel destino della famiglia.
Limiti: una disperazione potente ma quasi monocorde
Il limite principale di The Dark and the Wicked è legato alla sua stessa forza. Il film è così coerente nel rifiutare conforto, ironia e variazioni tonali che a tratti rischia la monocromia emotiva. Tutto precipita verso il buio, e chi cerca una progressione investigativa più articolata potrebbe percepire alcune sequenze come reiterazioni della stessa condanna. Non è un difetto banale, perché riguarda una scelta poetica: Bertino vuole che il male non evolva come enigma, ma persista come clima. Tuttavia, nella parte centrale, qualche passaggio avrebbe potuto incidere ancora di più sul rapporto tra i fratelli e sul passato familiare, senza per questo spiegare troppo.
Un altro
Verdetto
Il verdetto è positivo, con una riserva sulla sua rigidità. The Dark and the Wicked è un horror severo, sporco di lutto e di fede fallita, capace di trasformare una fattoria in uno spazio di resa spirituale. Bryan Bertino firma un film meno iconico di The Strangers ma forse ancora più disperato, sostenuto da una Marin Ireland intensa e da un Michael Abbott Jr. vulnerabile, con le musiche di Tom Schraeder a scavare sotto la superficie delle scene. Non è un’opera che cerca simpatia: lascia poco ossigeno, concede pochissima speranza e porta fino in fondo l’idea che certi mali non vogliano essere compresi, solo abitati fino all’ultima stanza.
La sua efficacia sta proprio in questa fermezza. Il demone, o qualunque nome si voglia dare alla presenza, non ha bisogno di una genealogia complessa per risultare credibile. Basta che resti vicino al letto, alla cucina, alla finestra, alla voce di una persona amata che non dovrebbe più parlare. In un panorama horror spesso tentato dalla spiegazione e dalla mitologia seriale, The Dark and the Wicked sceglie una via più arida: guarda una famiglia nel momento in cui scopre che il lutto non è la fine del male, ma il modo in cui il male ha deciso di restare.


