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Il forum condominiale votò per il mio sacrificio

Nel gruppo digitale di un condominio, i sondaggi sulle spese comuni iniziano a chiedere parti del corpo e trasformano la maggioranza in una forma di possesso.

Pubblicato 27 Agosto 2026 13:00 6 minuti di lettura
Il forum condominiale votò per il mio sacrificio

Alle 22:13 il citofono non suonò, ma il gruppo del condominio sì: un trillo asciutto, identico a quello che annunciava i turni dei bidoni e le lamentele per le biciclette nell’androne. Ero seduto al tavolo della cucina con la luce della cappa accesa e il palazzo di via Gaffurio che respirava dietro le pareti: tubi caldi, ascensore fermo al terzo piano, una televisione lontana che tossiva risate registrate. Il messaggio era dell’amministratrice, o almeno portava il suo nome: «Nuovo sondaggio disponibile. Partecipazione obbligatoria per i residenti interni».

Nel nostro stabile la parola obbligatoria compariva ovunque, anche quando non significava niente. Obbligatorio chiudere il portone. Obbligatorio non lasciare sacchi neri prima delle 20. Obbligatorio non spostare le fioriere della signora Mauri, benché quelle fioriere occupassero mezzo pianerottolo e ospitassero più mozziconi che gerani. Aprii il sondaggio senza pensarci. Chiedeva quale parte comune destinare al prossimo intervento: tetto, caldaia, cortile interno. Votai caldaia. Il risultato apparve subito: 11 voti su 13 per «preparazione del corpo scala».

Il primo sondaggio sbagliato

Pensai a un errore dell’app. Il corpo scala, nel lessico condominiale, può voler dire molte cose: pulizia, tinteggiatura, corrimano. Scrissi una risposta educata, una di quelle frasi che si usano per non sembrare paranoici davanti ai vicini: «Scusate, a me compare un’opzione diversa. È normale?». Dopo pochi secondi arrivò il commento del geometra Ferretti, quarto piano, interno 8: «Normale. Si procede a maggioranza». La signora Mauri aggiunse l’emoji delle mani giunte. Il ragazzo del piano rialzato mise un pollice in su.

Il secondo sondaggio arrivò alle 23:01. «Per ragioni di equilibrio, indicare l’elemento meno necessario alla prosecuzione.» Le opzioni erano: mano sinistra, occhio destro, lingua, pelle della schiena. Rimasi con il telefono in mano abbastanza a lungo da vedere i pallini riempirsi uno dopo l’altro. Non era uno scherzo scritto da adolescenti: i nomi dei condomini comparivano accanto ai voti, ordinati per interno. Ferretti votò lingua. Mauri votò mano sinistra. L’amministratrice votò pelle della schiena. Quando l’app mi chiese di confermare la lettura, il pulsante non diceva «ho capito». Diceva «accetto l’ordine del fabbricato».

Il regolamento sotto la vernice

Scesi nell’androne per controllare la bacheca. Nel palazzo c’era quell’odore di pietra bagnata che sale dai cortili milanesi quando la pioggia resta intrappolata nei tombini. La luce automatica si accese a metà, tremolando sopra le cassette della posta. Sotto gli avvisi nuovi, dietro il foglio sulla derattizzazione, intravidi un cartoncino ingiallito che non ricordavo. Era fissato con quattro puntine nere. Diceva: «Regolamento dei residenti interni, revisione 1974. Ogni sacrificio deliberato in assemblea straordinaria sarà considerato manutenzione urgente».

Staccai il cartoncino e scoprii che dietro ce n’erano altri, incollati alla parete come strati di pelle secca. 1986: «Rotula destra, approvata per infiltrazioni al lastrico». 1999: «Tre denti molari, approvati per rifacimento antenna». 2012: «Un ricordo infantile, approvato per ascensore». Le firme erano dei vecchi proprietari, alcuni morti, alcuni trasferiti. In fondo all’ultimo foglio, a matita, riconobbi il mio cognome scritto con una grafia che non era la mia. Accanto c’era una casella vuota.

Il telefono vibrò di nuovo. Terzo sondaggio: «Indicare il luogo più adatto alla consegna». Cantina biciclette, locale caldaia, terrazzo, appartamento del partecipante. Tutti votarono appartamento del partecipante. Il partecipante, capii, ero io. Provai a uscire dal gruppo, ma l’app mi mostrò una schermata grigia: «Impossibile abbandonare una proprietà mentre la proprietà ti comprende». Dal vano scale arrivò un rumore di passi ordinati, un piano alla volta, come persone che scendono senza fretta perché sanno di essere già attese.

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Le parti comuni del corpo

Mi chiusi in casa e spinsi il tavolo contro la porta. Fu un gesto ridicolo, ma il corpo sceglie sempre prima della ragione. Dal pianerottolo non bussò nessuno. Sentii invece il fruscio dei pianificatori infilati sotto la porta: pagine ripiegate, verbali, convocazioni. Sopra ogni foglio c’era l’intestazione del condominio e sotto un ordine del giorno sempre più preciso. «Punto 1: verifica presenza. Punto 2: definizione porzione. Punto 3: ringraziamenti al conferente». In uno dei verbali compariva una frase attribuita a Ira Levin, o forse soltanto al modo in cui lo avevo letto da ragazzo: il male più efficace non arriva urlando, firma moduli e si presenta con il sorriso del vicino.

Non sapevo se quella citazione esistesse davvero; sapevo solo che Levin era nato un 27 agosto e che aveva insegnato a molti di noi una paura domestica, pulita, contrattuale. Complotti in appartamenti rispettabili, famiglie ordinate come dispositivi, vicini che non sembrano mostri perché sono peggio: sono normali. Il nostro forum condominiale aveva la stessa calma. Nessuno minacciava. Nessuno implorava. Tutti parlavano di decoro, quote millesimali, necessità condivise. Il sacrificio diventava accettabile proprio perché veniva impaginato come una spesa.

Alle 23:47 apparve la notifica che aspettavo di più e temevo di più: «Assemblea aperta». La videocamera frontale si accese senza consenso. Sullo schermo comparvero dodici riquadri neri, ciascuno con il nome di un interno. Nel tredicesimo c’ero io, pallido, con il tavolo alle spalle e la porta che tremava appena. La signora Mauri parlò per prima. La sua voce uscì bassa, granulosa: «Non è personale. Il palazzo tiene conto di tutto». Ferretti aggiunse: «Lei non ha partecipato abbastanza alle spese straordinarie». Poi votarono.

La delibera finale

Il risultato fu unanime meno uno. L’unico voto contrario era il mio, benché io non avessi toccato lo schermo. La parte assegnata non era tra quelle proposte all’inizio. «Capacità di rifiuto», diceva il verbale. «Prelievo non invasivo, effetto permanente, beneficio comune immediato». In quel momento capii perché nessuno nel palazzo litigava mai davvero. La signora del secondo accettava infiltrazioni sul soffitto senza protestare. Ferretti pagava sempre in ritardo e nessuno lo nominava. Il ragazzo del piano rialzato sorrideva a qualunque richiesta. Qualcuno, negli anni, aveva consegnato la rabbia, qualcun altro il sonno, qualcun altro il disgusto.

La porta si aprì senza rompersi. Non entrarono con coltelli o maschere. Entrarono con pantofole, vestaglie, mazzi di chiavi, cartelline trasparenti. L’amministratrice portava un tablet e una penna capacitiva. Dietro di lei vidi la bacheca dell’androne, le cassette della posta, il cortile con la pioggia che batteva sul tombino quadrato. Mi chiese di firmare. Io dissi no, ma la parola uscì già stanca, come se appartenesse a qualcun altro. Lei sorrise con sollievo professionale. «Perfetto. Registriamo opposizione, poi procediamo a maggioranza qualificata».

Non ricordo dolore. Ricordo il rumore dell’ascensore che ripartiva da solo e l’odore di candeggina sulle mani della signora Mauri. Ricordo Ferretti che mi teneva il polso con delicatezza, quasi scusandosi. Ricordo il tablet appoggiato sul mio tavolo, il grafico delle preferenze, il mio nome che passava da rosso a verde. Quando se ne andarono, l’app mi inviò il verbale conclusivo: «Sacrificio eseguito. Il partecipante conserva piena funzionalità sociale». Sotto, dodici reazioni con le mani giunte.

Da allora vivo benissimo nel condominio. Saluto tutti, pago puntuale, non mi infastidiscono più le biciclette nell’androne né le fioriere della signora Mauri. Se qualcuno lascia il portone aperto, lo segnalo con tono fermo ma civile. Ogni tanto, nei nuovi sondaggi, compare il nome di un inquilino appena arrivato. Lo vedo scrivere messaggi agitati, chiedere spiegazioni, minacciare denunce. Mi dispiace per lui in un modo ordinato, senza conseguenze. Poi voto. Voto sempre con gli altri. Il palazzo, in fondo, sa ciò che serve a ciascuno di noi meglio di quanto lo sapessimo prima.

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VI

Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.