Horror

Firmammo il contratto d’affitto con una penna che sanguinava

Una coppia ottiene un affitto impossibile, ma il contratto contiene clausole dedicate a un figlio che non esiste ancora.

Pubblicato 27 Agosto 2026 20:06 9 minuti di lettura
Firmammo il contratto d’affitto con una penna che sanguinava

La penna era già sul tavolo quando entrammo nell’appartamento, appoggiata in diagonale sopra il contratto come un ago lasciato nella carne. Non apparteneva all’agente immobiliare: lui usava una biro blu con il cappuccio masticato e la teneva infilata nel taschino della camicia. Non apparteneva alla proprietaria, perché la signora Lamberti aveva mani troppo piccole per un oggetto così pesante, un vecchio stilografico nero, lucido, con la punta dorata e una macchia scura lungo il pennino. Il primo dettaglio che notai fu l’odore. Non inchiostro. Ferro caldo, cantina umida, monetine tenute in bocca.

Io e Marta cercavamo casa da nove mesi. Avevamo visto bilocali affacciati sui cassonetti, mansarde con il bagno dietro una tenda, stanze divise da cartongesso così sottile che si sentiva tossire il vicino. Quello, invece, era impossibile: ottantadue metri quadrati al terzo piano di via San Gerardo 19, pavimenti in graniglia, doppie finestre, cucina abitabile, un corridoio lungo quanto una promessa e un affitto più basso di qualsiasi monolocale della zona. La domanda nacque prima della prudenza: che cosa bisognava dare in cambio di una casa così?

La clausola che non riguardava noi

L’agente sorrise con la stanchezza di chi ha già spiegato tutto troppe volte. Disse che la proprietaria preferiva giovani coppie, persone tranquille, niente studenti, niente affitti brevi, niente animali. Marta mi strinse il polso sotto il tavolo. Era il suo modo per dire: non rovinare tutto facendo domande. La signora Lamberti sedeva accanto alla finestra, vestita di grigio, con un foulard color prugna annodato al collo. Guardava il corridoio, non noi. Ogni tanto muoveva le labbra come se contasse i passi di qualcuno in una stanza lontana.

Il contratto era spesso, ventisei pagine spillate con un punto metallico arrugginito. Le prime clausole erano normali: cauzione, manutenzione ordinaria, divieto di subaffitto. Poi arrivò la pagina undici. L’agente smise di leggere ad alta voce e tossì. Io abbassai gli occhi. La clausola diceva che l’inquilino si impegnava a non modificare la destinazione d’uso della seconda camera, indicata come stanza del minore. Sotto, in corpo più piccolo, comparivano altre righe: mantenere una temperatura non inferiore ai diciannove gradi; lasciare una luce notturna accesa nei mesi invernali; non rimuovere il gancio a parete sopra la culla.

Non avevamo figli. Non ne stavamo cercando. Non ne parlavamo quasi mai, perché ogni volta la conversazione finiva in un silenzio diverso. Marta lesse la clausola due volte e rise piano, come si ride davanti a un refuso. “La stanza del minore?” chiese. L’agente diventò rosso sulle orecchie. Disse che era una formula vecchia, rimasta da contratti precedenti, niente di vincolante davvero. La signora Lamberti allora girò finalmente la testa verso di noi. Aveva occhi chiarissimi e fermi. “Le formule vecchie,” disse, “sono le uniche che tengono.”

La firma

Avrei dovuto alzarmi. Lo so adesso, lo sapevo anche allora, ma ci sono momenti in cui la paura assomiglia troppo alla convenienza. Avevamo già immaginato il divano vicino alla libreria, il tavolo sotto la finestra, le piante sul balcone stretto. Avevamo già telefonato a mia madre per dirle che forse ce l’avevamo fatta. Un contratto strano poteva essere una vecchia abitudine notarile, una proprietaria superstiziosa, una città piena di appartamenti dove le persone avevano lasciato frasi e buchi nei muri. Una penna sul tavolo poteva essere soltanto una penna.

L’agente ci porse la sua biro, ma la signora Lamberti la fermò con due dita. “Quella non prende,” disse. Indicò lo stilografico nero. Marta lo afferrò per prima. Il pennino graffiò la carta con un suono sottile, quasi un gemito. Dal punto in cui tracciò la M uscì una goccia rossa, densa, che seguì la curva del suo nome senza sbavare. Marta irrigidì la mano. Io pensai a inchiostro colorato, a una penna teatrale, a uno scherzo di cattivo gusto. Poi toccò a me. Quando premetti il pennino sul foglio, la punta cedette appena, morbida, e sentii un battito contro le dita.

Firmammo tre copie. Ogni firma sembrava più scura della precedente. L’agente evitava di guardare il tavolo; la signora Lamberti, invece, seguiva il movimento della penna come si segue il respiro di un neonato che dorme. Quando finimmo, lei raccolse le pagine e soffiò sulle firme. Non per asciugarle. Per raffreddarle. La macchia rossa si chiuse dentro le lettere e diventò quasi nera. “Benvenuti,” disse. Dal corridoio arrivò il rumore netto di una porta che si accostava. Eravamo tutti nella stessa stanza.

La camera pronta

Traslocammo il sabato successivo. La seconda camera era vuota, o così credevamo. Aveva pareti color crema, un termosifone sotto la finestra e una presa elettrica bruciata vicino allo zoccolo. Sulla parete di fondo, nascosto dalla vernice, restava il segno rettangolare di qualcosa che era stato appeso a lungo. Più in basso, due fori nel muro coincidevano con l’altezza di una culla. Marta ci mise gli scatoloni con i libri, il materasso gonfiabile per gli ospiti e una lampada di carta. La prima notte la lampada si accese da sola alle tre e diciassette.

Non fu l’unica cosa. Il termosifone di quella stanza rimaneva tiepido anche con la caldaia spenta. Dal muro sopra i fori cadeva polvere fine, bianca, che si raccoglieva sul pavimento in una mezzaluna. Una mattina trovammo uno degli scatoloni aperto e i romanzi disposti in ordine di altezza lungo la parete, come sbarre. Marta disse che ero stato io nel sonno. Io non le dissi che quella notte mi ero svegliato sentendo qualcuno respirare tra noi due, al centro del letto, con un respiro piccolo e regolare che sparì appena accesi la luce.

Camera infantile vuota in un appartamento in affitto con una culla pronta e carte del contratto sulle pareti scrostateLa stanza preparata in silenzio, come se il contratto avesse arredato l’assenza prima degli inquilini.

Le copie cambiate

La copia del contratto che avevamo lasciato nel cassetto della cucina cominciò a cambiare il terzo giorno. All’inizio furono solo macchie umide vicino alle firme. Poi comparvero righe che non ricordavamo. Clausola 14: l’inquilino si impegna a rispondere quando chiamato dalla stanza del minore. Clausola 15: l’inquilino riconosce che il silenzio prolungato costituisce abbandono. Clausola 16: in caso di abbandono, la casa provvederà alla sostituzione affettiva necessaria.

Portai le pagine all’agenzia. Il locale era chiuso, le vetrine svuotate, l’insegna staccata a metà. Il bar accanto mi disse che lì non c’era un’agenzia da almeno due anni. Provai a telefonare al numero dell’agente e rispose una voce registrata: numero inesistente. Tornai in via San Gerardo con il contratto sotto la giacca, fradicio di sudore. Sul pianerottolo del terzo piano trovai una carrozzina piegata contro il muro. Era coperta da un lenzuolo grigio. Dal vano scale saliva odore di latte bruciato.

Marta non era in casa. Nella seconda camera, però, gli scatoloni erano spariti. Al loro posto c’era una culla di legno chiaro, montata al centro della stanza, con una coperta gialla ripiegata sul bordo. Sopra il gancio a parete pendeva un carillon a forma di luna. Girava lentamente, senza musica. Sulla scrivania trovai una pagina nuova del contratto, ancora calda. Diceva: il nome provvisorio del minore sarà scelto dalla coppia entro il settimo giorno. Sotto, due righe vuote aspettavano le nostre firme.

Il bambino del corridoio

Quella sera Marta tornò con un pacco di pannolini. Disse di non sapere perché li avesse comprati. Li aveva presi al supermercato insieme al sale e al detersivo, e alla cassa non aveva provato vergogna, soltanto sollievo. Litigammo nel corridoio. Le mostrai le clausole, la culla, la penna che avevo trovato di nuovo sul tavolo della cucina, benché fossi certo di averla lasciata all’agenzia. Marta pianse senza rumore. Disse che da due notti sognava un bambino seduto davanti alla porta della nostra camera. Non chiedeva di entrare. Aspettava che uno di noi uscisse.

Alle due e quaranta sentimmo bussare dalla seconda camera. Tre colpi lievi. Poi una pausa. Poi altri tre. Marta fece un passo verso il corridoio e io la trattenni. Dal buio arrivò una voce che non era ancora una voce, un impasto di fiato e vocali. Sembrava provare i nostri nomi. Prima il suo, poi il mio. Quando non rispondemmo, la porta della camera si aprì di un centimetro. La luce notturna, che non avevamo mai comprato, si accese dietro la fessura. Sul pavimento comparve l’ombra di due piedi piccoli.

Presi il contratto e lo strappai. Fu come strappare pelle bagnata. Le pagine non fecero rumore di carta, ma un lamento breve, e dalle firme uscì sangue fresco che mi colò sulle mani. Marta urlò. La penna cadde dal tavolo e rotolò verso il corridoio, fermandosi davanti alla porta socchiusa. Dall’altra parte qualcuno cominciò a ridere. Non una risata cattiva. Peggio: una risata felice, riconoscente, come se avessimo finalmente fatto la cosa giusta.

La settima notte

Il giorno dopo provammo ad andarcene. Le chiavi non giravano nella toppa. Le finestre davano tutte sullo stesso cortile, anche quelle che avrebbero dovuto affacciare sulla strada. Il telefono chiamava soltanto il numero dell’agenzia, e ogni volta rispondeva la voce della signora Lamberti: “Le formule vecchie sono le uniche che tengono.” Marta si sedette davanti alla culla e non si mosse per ore. Ogni tanto dondolava il legno con un piede. Dentro non c’era nessuno, ma la coperta gialla si abbassava e si alzava al ritmo di un respiro.

Alla settima notte capii che il contratto non ci chiedeva un figlio. Ce lo assegnava. La casa non voleva nascita, voleva continuità; non cercava genitori, cercava firme abbastanza vive da nutrire un’assenza. Trovai tutte le copie del contratto sul pavimento della cucina, ricomposte, asciutte, ordinate in una pila perfetta. In fondo all’ultima pagina, dove prima c’erano due righe vuote, qualcuno aveva scritto un nome: Enea. La grafia era la mia. La penna nera riposava accanto al foglio, gonfia, con il pennino pulsante.

Firmammo perché Marta aveva smesso di riconoscermi. Mi guardava come si guarda un estraneo che tiene sveglio un bambino. Firmammo perché la porta della seconda camera ormai restava aperta e dal buio usciva un odore tiepido di borotalco e ruggine. Firmammo perché, quando provai a spezzare la penna, sentii un osso incrinarsi nella stanza accanto. La firma di Marta fu sottile. La mia tremò a metà del cognome. Il sangue asciugò subito, e dal corridoio venne un sospiro soddisfatto.

Ora l’appartamento è di nuovo in affitto. Lo so perché vedo le visite dal tavolo della cucina, anche se nessuno vede me. Giovani coppie, quasi sempre. Entrano, guardano il balcone, misurano le pareti, sorridono davanti al prezzo. La signora Lamberti non è invecchiata di un giorno. L’agente ha una biro blu nel taschino e non la usa mai. Marta è nella seconda camera, canta piano una ninna nanna che non conosceva. Io resto accanto al contratto e aspetto il momento della firma. Quando qualcuno prende la penna e sente il primo battito sotto le dita, capisco che Enea avrà presto altri nomi da imparare.

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Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.