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Il guardiano del Naviglio

Giulio pescava di notte perché di giorno il Naviglio era pieno di gente che non capiva. L'acqua parlava, di notte. Quella sera gli disse qualcosa di sbagliato.

Pubblicato 1 Giugno 2026 23:53 3 minuti di lettura
Il guardiano del Naviglio

Giulio aveva pescato sul Naviglio Grande per trentadue anni. Non per i pesci — il Naviglio non ne aveva di commestibili, non da quando lui era bambino — ma per il silenzio.

Di notte, tra la una e le quattro, il canale diventava un'altra cosa. L'acqua scura rifletteva i lampioni come stelle cadute, e il rumore della città si ritirava abbastanza da lasciare spazio al suono dell'acqua contro i mattoni delle rive. Giulio sedeva sul suo seggiolino pieghevole, con la canna appoggiata sul bordo, e non pensava a niente.

Era un privilegio che costava due ore di sonno e il freddo. Ne valeva la pena.

Quel giovedì di novembre era arrivato all'una e un quarto. La nebbia era scesa bassa, come capitava sempre a novembre, e la superficie del canale aveva quella consistenza piatta e opaca che sembrava quasi solida. Giulio aveva sistemato la sedia, montato la canna, e acceso la piccola lampada da campeggio che teneva sempre con sé.

Alle due e venti aveva sentito il primo colpo.

Non era il colpo di un pesce. Era qualcosa di diverso — più sordo, più lento, come un oggetto grande che spingesse contro il fondo della canna da sotto. Giulio aveva tirato su il filo e controllato l'amo. Intatto. Aveva rilasciato di nuovo.

Alle due e quaranta era successo di nuovo. Questa volta il colpo era stato così forte da piegargli la canna quasi a novanta gradi.

Giulio si era alzato, aveva preso la canna con entrambe le mani, e aveva tirato. La resistenza dall'altra parte era enorme — non il debattersi nevrotico di un animale intrappolato, ma una pressione costante, come qualcosa che si avvicinasse al filo con la propria volontà e alla propria velocità.

Quando la cosa era emersa dall'acqua, a un metro dalla riva, Giulio aveva visto che non era attaccata all'amo.

Era una mano. Teneva il filo dal lato sbagliato — non era rimasta impigliata, lo stava stringendo. Una mano bianca, quasi luminescente nell'acqua scura, con le dita lunghe che si chiudevano attorno al filo di nylon con una lentezza deliberata.

Giulio mollò la canna. Fece tre passi indietro. La lampada era ancora accesa e nel cerchio di luce vide la mano restare ferma per qualche secondo, il filo ancora stretto, l'acqua attorno a lei immobile come se anche il canale stesse aspettando.

Poi si ritirò sotto la superficie senza un rumore.

Giulio raccolse la sedia pieghevole, la lampada e la borsa con le esche. Non corse, ma camminò molto veloce fino alla sua macchina parcheggiata in Via Corsico. Si sedette dietro il volante e non partì per venti minuti.

Tornò a casa, andò a letto, e la mattina dopo disse a sua moglie che aveva smesso di pescare.

Lei lo guardò come se lo sapesse già.

'L'acqua ti ha detto qualcosa?' gli chiese.

Giulio non rispose.

Ma quella notte, e molte notti dopo, si svegliava alle due e quaranta e restava immobile nel buio, con la certezza precisa che dall'altra parte della finestra — sul terzo piano di un palazzo di Baggio, a sei chilometri dal canale — qualcuno stesse tenendo qualcosa di sottile tra le dita.

E non mollasse.


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VI

Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.