Creepypasta

La pellicola del fungo bianco

Una bobina amatoriale promette immagini mai viste del Trinity Test. Dopo la proiezione, però, le ombre degli spettatori restano sulle pareti.

Pubblicato 16 Luglio 2026 13:06 8 minuti di lettura
La pellicola del fungo bianco

Il nastro arrivò in una scatola di scarpe color tabacco, chiusa con tre giri di spago cerato e un’etichetta da ferramenta su cui qualcuno aveva scritto soltanto “16/7/45”. Non c’era mittente. Dentro, tra due fogli di giornale ormai friabili, riposava una bobina da 16 millimetri nel suo barattolo di metallo, macchiato da una polvere chiara che non era muffa e non era sabbia. Quando lo aprii, l’odore fu quello delle cantine asciutte: ferro, aceto, carta bruciata.

L’aveva trovata Giulio, un collezionista di cinegiornali bellici che abitava sopra un negozio di cornici a Mestre. Mi telefonò alle sette del mattino, senza salutare. Disse che forse aveva tra le mani un frammento amatoriale del Trinity Test, il primo esperimento atomico nel deserto del New Mexico, ripreso da qualcuno che non avrebbe dovuto trovarsi abbastanza vicino. La promessa era semplice e impossibile: vedere il fungo bianco non come documento ufficiale, ma come ricordo privato. Quello che Giulio non mi disse subito era che, dopo la prima visione, la sua ombra era rimasta sulla parete del soggiorno anche quando lui si era spostato.

La bobina senza inventario

Non ero un esperto di fisica nucleare; restauravo pellicole rovinate per cineteche piccole, archivi parrocchiali e famiglie convinte che un matrimonio del 1958 valesse ancora il costo della digitalizzazione. Sapevo riconoscere un supporto instabile, una giunta rifatta male, il respiro secco del nitrato quando comincia a tradire. La bobina di Giulio, però, era acetato di sicurezza, almeno a prima vista. Sul leader trasparente non c’erano titoli, timbri militari o numeri di inventario. Solo una bruciatura ovale vicino ai primi fotogrammi, bianca al centro e grigia ai bordi, come se una luce troppo forte avesse attraversato la materia invece di impressionarla.

Montammo il proiettore Eiki sul tavolo della cucina, davanti a una parete libera. Giulio aveva tirato giù le fotografie di famiglia per paura che la lampada le rovinasse. Restarono quattro rettangoli più chiari sull’intonaco, appesi nel buio come finestre cieche. Il nastro partì con il fruscio consueto, poi comparve il deserto: una linea piatta, pali sottili, un treppiede, un uomo di spalle con il cappello calato. Non era il materiale pulito dei laboratori. Tremava. Respirava. Qualcuno stava riprendendo con mani vive.

La luce prima del suono

Nel filmato non si sentiva nulla, eppure entrambi trattenemmo il fiato quando l’orizzonte diventò bianco. Non fu un lampo. Fu una stanza che si apre dentro un’altra stanza. Per tre secondi la parete di Giulio sparì e al suo posto vidi una pianura liquida, talmente illuminata da sembrare priva di distanza. Poi il fungo salì: non maestoso, non simbolico, ma sporco, granuloso, con i bordi che si arricciavano come pelle nel latte bollente. La cinepresa cercò di seguirlo, perse il centro, ritrovò un cielo vuoto e lo riempì di polvere.

Quando la bobina finì, la cucina rimase più scura di prima. Giulio spense il proiettore. Fu allora che vidi la sagoma. Sulla parete, appena a sinistra dei rettangoli lasciati dalle fotografie, c’era il profilo di un uomo seduto: spalle curve, collo corto, mano destra sollevata all’altezza del viso. Coincideva con la posizione in cui Giulio era rimasto durante la proiezione, ma lui si era già alzato per riavvolgere il nastro. La sagoma non lo seguì. Restò impressa nell’intonaco con una precisione opaca, come fumo assorbito dalla calce.

Provammo tutte le spiegazioni ragionevoli. Luce residua. Sporco. Umidità. Una coincidenza di aloni vecchi. Giulio passò una spugna bagnata sulla parete e l’ombra riapparve più netta quando l’acqua asciugò. Io mi misi davanti al muro, alla stessa distanza, e lui accese una lampada da tavolo: la mia ombra normale cadde sopra quella rimasta, la coprì per un istante, poi si mosse via. La sua no. Quella sembrava appartenere a un momento già avvenuto, non a un corpo presente.

Il secondo spettatore

Portai la bobina nel mio laboratorio due giorni dopo. Non volevo più guardarla, ma volevo capire se fosse un falso. Fotografai i bordi, controllai le perforazioni, confrontai la grana con altri materiali degli anni Quaranta. Non trovai prove definitive, solo una coerenza fastidiosa: il supporto poteva essere vecchio, l’emulsione aveva una stanchezza vera, la luce dell’esplosione non sembrava aggiunta. Nel frattempo Giulio mi mandava messaggi sempre più brevi. Scriveva che la sagoma cambiava posizione di notte. Scriveva che, al mattino, la mano sulla parete era più vicina alla bocca, come se l’uomo seduto stesse per chiamare qualcuno.

Stanza di motel nel deserto con luce pallida e una forma di fungo atomico riflessa sulla pareteDopo la seconda visione, il segno non sembrava più una semplice ombra: occupava la stanza come un fotogramma uscito dal suo supporto.

Feci l’errore di proiettarla da solo. Usai uno schermo portatile, non una parete, convinto che la superficie assorbente fosse il problema. Allungai il cavo, chiusi la porta, misi il telefono in registrazione per documentare eventuali sfarfallii. Il deserto riapparve con la stessa esitazione. Questa volta notai un dettaglio che nella cucina di Giulio mi era sfuggito: appena prima del lampo, sulla sinistra, c’erano cinque figure in piedi dietro una barriera di tavole. Troppo vicine, troppo ferme. Quando la luce le raggiunse, non furono cancellate. Diventarono più scure.

Lo schermo non trattenne nulla. Per un minuto credetti di essermi salvato da un’assurdità domestica. Poi guardai la porta del laboratorio e vidi la mia sagoma sul legno verniciato: non grande, non teatrale, solo esatta. Il profilo del naso, il gomito piegato, la mano che avevo alzato per fermare il proiettore. Aprii la porta. La sagoma si spezzò sulla parete del corridoio, divisa dalla fessura, ma non scomparve. Da quel momento capii che non era il muro a conservare l’ombra. Era la stanza a riceverla dove poteva.

Le pareti che ricordano

Lessi tutto quello che potei sul 16 luglio 1945, senza cercare misteri dove esistono già abbastanza orrore e responsabilità. Il fatto storico è noto: nel deserto del New Mexico il test Trinity aprì l’era atomica con una luce che molti testimoni descrissero come innaturale, seguita dall’onda d’urto e dalla nube. Le conseguenze, comprese quelle per popolazioni e territori esposti, sarebbero state comprese solo in parte e troppo tardi. Accanto ai documenti nacquero leggende: vetro verde raccolto come reliquia, animali deformi, luci non identificate, apparizioni nel deserto. La bobina di Giulio sembrava infilarsi nel punto peggiore, tra documento e trauma, come se il film non mostrasse l’esplosione ma il modo in cui l’esplosione aveva imparato a guardare indietro.

La terza notte sognai una sala piena di persone immobili. Non avevano volto. Erano tutte rivolte verso una parete bianca, in attesa che cominciasse qualcosa. Al risveglio trovai il telefono scarico sul banco e la registrazione della proiezione interrotta a metà. Nei ventisette secondi salvati non si vedeva il filmato, solo il rumore del proiettore. Sotto quel rumore, però, c’era un colpo basso e lontano, ripetuto tre volte. Non poteva essere l’audio della bobina. Non aveva pista sonora. Eppure ogni colpo faceva vibrare il microfono come una porta percossa dall’esterno.

Giulio venne da me il giorno seguente. Aveva dormito in albergo, disse, ma anche lì la sua ombra era comparsa sulla parete accanto al letto, seduta su una sedia che non aveva usato. La guardò fino all’alba. A un certo punto, raccontò, l’ombra aveva voltato la testa verso la finestra mentre lui era sdraiato dall’altra parte. Non mi chiese di distruggere la bobina. Mi chiese di guardarla ancora insieme, perché era convinto che al terzo passaggio il film avrebbe mostrato il cameraman. Io accettai per vigliaccheria: preferivo una verità terribile a un fenomeno che continuava senza spiegazione.

Il fotogramma mancante

Preparammo tutto nel laboratorio, ma prima di accendere il proiettore tagliai tre fotogrammi dal leader bruciato. Volevo conservarli come prova se il resto fosse andato perduto. Sotto la lente, la macchia ovale non era uniforme. Conteneva linee sottilissime, quasi capillari. A ingrandimento maggiore vidi che non erano crepe. Erano sagome. Centinaia di sagome minuscole, una addossata all’altra, tutte rivolte nella stessa direzione. Nessuna aveva dettagli sufficienti per essere identificata, tranne una: un uomo seduto con la mano destra sollevata all’altezza del viso.

La terza proiezione durò meno delle altre. Il deserto apparve, il lampo esplose, il fungo salì. Poi l’immagine si fermò su un fotogramma che non avevo mai visto: una parete interna, forse una baracca, forse una stanza di motel, coperta di ombre umane. In mezzo, una cinepresa puntata verso di noi. Dietro la cinepresa non c’era nessuno. Giulio fece un verso secco e cadde dalla sedia. Io non mi mossi, perché sulla parete davanti a me le vecchie ombre cominciarono ad alzare le mani, non tutte insieme, ma una dopo l’altra, come persone chiamate per nome.

Spensi il proiettore staccando la spina. Il buio non servì. La parete continuò a chiarire dall’interno, lenta, lattiginosa, fino a mostrare la nube bianca senza pellicola, senza lampada, senza macchina. Giulio respirava sul pavimento. Io vidi la mia sagoma staccarsi dal muro di un millimetro, poi di due, non per venire verso di me ma per lasciare posto a qualcosa dietro. La forma che emerse non era un fantasma. Era una bruciatura con memoria, un negativo umano che cercava superficie.

La bobina bruciò da sola dentro il proiettore, ma non fece fiamma. Si accartocciò in una polvere chiara che cadde sul tavolo come cenere fredda. Giulio non tornò mai nella sua cucina. Io ridipinsi il laboratorio tre volte, poi coprii la porta con scaffali pieni di scatole vuote. Le sagome restano sotto la vernice. Di giorno sembrano irregolarità dell’intonaco; di notte, quando una macchina passa in strada e una luce attraversa le veneziane, si siedono tutte rivolte verso la stessa parete.

Ho conservato soltanto i tre fotogrammi tagliati, sigillati in una busta nera dentro il cassetto dei contratti. Non li guardo più. So però che la busta si è scaldata una volta, il 16 luglio, alle cinque e ventinove del mattino secondo l’orologio fermo del laboratorio. Sul fondo del cassetto è rimasta la forma chiara di un piccolo fungo. Attorno, in miniatura, ci sono due ombre nuove: una seduta con la mano alzata, l’altra in piedi davanti a un proiettore. La seconda ha il mio profilo. La prima, finalmente, non è più sola.

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VI

Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.