Horror

Il passeggero di Sarajevo

Un tassista riceve una prenotazione impossibile legata al 28 giugno 1914 e a una svolta che Sarajevo sembra non voler dimenticare.

Pubblicato 29 Giugno 2026 16:37 6 minuti di lettura
Il passeggero di Sarajevo

Alle 23:14, quando la città aveva già smesso di fingere di essere sveglia, sul tablet del taxi comparve una prenotazione senza nome. Solo un punto di partenza, una destinazione breve e una nota scritta in un italiano rigido, come tradotta male: non passare dalla strada che il navigatore indica per prima. Emir guardò lo schermo, poi la pioggia sul parabrezza. Sarajevo, di notte, sapeva far sembrare ogni salita un ricordo e ogni discesa una confessione.

La corsa partiva vicino al ponte Latino. Non era insolito trovare turisti in ritardo, studenti ubriachi, uomini d'affari che avevano sbagliato albergo. Insolita era l'ora indicata nella prenotazione: 28 giugno 1914, 23:20. Il sistema, naturalmente, doveva aver avuto un errore. Emir rise piano, più per scacciare il fastidio che per divertimento, e accettò. Il taxi era caldo, il turno quasi finito, e l'app pagava bene le corse strane.

La prenotazione impossibile

Quando arrivò al punto segnato, trovò un uomo sotto la pensilina del tram. Non aveva ombrello. Portava un cappotto scuro troppo pesante per giugno, un cappello basso sugli occhi e una piccola valigia rigida, come quelle che Emir aveva visto soltanto nei mercatini dell'usato. Aprì lo sportello posteriore senza chiedere permesso e si sedette dietro, esattamente al centro. L'abitacolo cambiò odore: non più deodorante al pino e sedili umidi, ma cuoio vecchio, polvere, metallo freddo.

«Hotel Europa?» chiese Emir, leggendo la destinazione.

«No,» rispose l'uomo. La sua voce sembrava passare attraverso stoffa bagnata. «Prima dobbiamo evitare la svolta.»

Il navigatore lampeggiò. Ricalcolo percorso. Poi tracciò una linea azzurra lungo la strada che portava verso il centro, insistendo proprio su una deviazione che Emir conosceva bene. Era la via più rapida, la più logica. Il passeggero si sporse appena in avanti. Nel riflesso dello specchietto, Emir non vide il suo volto: solo la curva del cappello e una macchia chiara dove avrebbe dovuto esserci la pelle.

Il navigatore conosceva una strada sola

Emir imboccò una laterale, deciso a non discutere. Il navigatore protestò subito, con quella calma falsa delle voci sintetiche. Alla rotonda, prendi la seconda uscita. Alla successiva, torna indietro. Poi, senza motivo, la mappa si ingrandì da sola e mostrò una data al posto del nome della strada: 28/06/1914. Emir toccò lo schermo, lo spense, lo riaccese. La stessa linea azzurra rimase lì, luminosa come una vena sotto la pelle.

«Capita spesso?» domandò, tentando un tono leggero.

«Da più di un secolo,» disse il passeggero.

Il taxi salì lungo una via stretta. Le case sembravano avvicinarsi al passaggio dell'auto. Alcune finestre erano illuminate, ma dietro i vetri non c'era nessuno. Sul sedile accanto a Emir, lo scontrino della corsa iniziò a uscire dalla stampante anche se il tassametro era fermo. La carta termica portava una sequenza di fermate impossibili: municipio, ponte, ospedale militare, museo, confine, ritorno. In fondo, prima del totale, c'era una frase: due colpi bastano solo se la macchina si ferma.

Interno notturno di un taxi con tassametro antico e mappa bagnata di SarajevoLa mappa continuava a riportarlo verso lo stesso punto, come se ricordasse meglio del guidatore.

Il passeggero sul sedile posteriore

Emir frenò. Non bruscamente, non abbastanza da giustificare il modo in cui la valigia cadde in avanti e si aprì. Dentro non c'erano vestiti. C'erano fotografie in bianco e nero, ritagli, una cartolina bruciata sul bordo, una piccola targa metallica con numeri consumati. Il passeggero non si mosse per raccoglierli. Guardava fuori, verso una strada che Emir non aveva scelto ma in cui, in qualche modo, si erano ritrovati.

«Lei chi è?» chiese il tassista.

L'uomo rimase in silenzio abbastanza a lungo da far sembrare la domanda stupida. Poi disse: «Uno che ha preso posto quando c'era ancora tempo di cambiare direzione.»

Emir sentì freddo alle mani. Non era superstizioso; o almeno gli piaceva ripeterlo quando accompagnava turisti davanti ai luoghi della memoria. Conosceva la storia dell'attentato, le guide che parlavano, le fotografie dei libri, l'automobile conservata a Vienna come una reliquia scura. Conosceva anche le leggende: proprietari sfortunati, incidenti, morti appese alla stessa carrozzeria come lattine a un paraurti. Ma una cosa era ascoltare quei racconti di giorno. Un'altra era avere un uomo senza volto seduto dietro, e una mappa che cercava di riportarti al punto esatto in cui il secolo aveva girato male.

La svolta che non voleva finire

Il navigatore si riaccese da solo. Fra cento metri, svolta a destra. Emir sterzò a sinistra. Per un attimo vide il ponte scivolare nello specchietto anche se avrebbe dovuto essere dall'altra parte della città. Le gocce sul vetro cambiarono direzione, risalendo verso il cielo. Il motore tossì. Dal sedile posteriore arrivò un sussurro, non dell'uomo ma di molte voci sovrapposte: autista, non qui; autista, più avanti; autista, fermati; autista, è già tardi.

Emir accelerò. Le strade di Sarajevo si piegarono come carta bagnata. Ogni incrocio riportava alla stessa facciata, allo stesso marciapiede, alla stessa sensazione di essere osservato da una folla che non c'era. Il passeggero appoggiò una mano sul poggiatesta. Le dita erano sottili, asciutte, quasi trasparenti. «Non puoi evitare una strada,» disse. «Puoi solo decidere chi porti con te quando ci arrivi.»

Allora Emir fece l'unica cosa che gli venne in mente: spense i fari. Per un secondo la città sparì. Non ci furono mappa, pioggia, ponte, voce artificiale. Solo il rumore del proprio respiro e il peso del sedile posteriore. Quando riaccese, il taxi era davanti all'hotel. Il passeggero non c'era più. La valigia sì. Chiusa, asciutta, posata al centro del tappetino come un animale addormentato.

La ricevuta sul tappetino

Emir non la aprì subito. Finì il turno, parcheggiò nel cortile del condominio, restò seduto finché il parabrezza non smise di appannarsi. Alle 3:02 trovò il coraggio. Dentro la valigia c'era soltanto una ricevuta del suo taxi, stampata su carta nuova. Data: 28 giugno 1914. Percorso: ponte Latino, deviazione evitata, destinazione non raggiunta. Importo: zero. Sotto, in una calligrafia nera e inclinata, qualcuno aveva aggiunto: ci vediamo alla prossima svolta.

La mattina dopo, l'app non mostrava nessuna corsa. Nessun pagamento, nessuna cancellazione, nessun passeggero. Eppure sul sedile posteriore rimase per giorni un odore di cuoio vecchio, impossibile da coprire. Emir cambiò deodorante, lavò i tappetini, fece controllare l'impianto elettrico. Tutto normale. Solo il navigatore, ogni tanto, proponeva una strada più lunga per evitare un punto preciso del centro. Quando lui ignorava il suggerimento, lo schermo si oscurava per un istante e nel nero appariva la sagoma di un uomo col cappello.

Da allora Emir non prende corse prenotate il 28 giugno dopo il tramonto. Dice che è una regola personale, niente di più. Ma chi sale sul suo taxi nota una cosa: sul sedile posteriore, al centro, nessuno riesce a stare comodo. C'è sempre una cintura che tira, una corrente fredda, la sensazione di aver occupato il posto di qualcuno che non ha ancora finito il viaggio. E se il navigatore insiste troppo su una svolta, Emir sorride senza allegria, allunga la strada e lascia che il tassametro continui a contare nel buio.

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Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.