
La prima pila di pietre comparve davanti alla tenda alle sei e ventitré del mattino, quando Andrea uscì scalzo nel fango per spegnere il registratore che aveva continuato a mangiare nastro per tutta la notte. Erano sette sassi piatti, impilati con una cura che nessuno di loro avrebbe avuto dopo dodici chilometri di sentiero, pioggia e zaini fradici. Il mucchio stava esattamente dove, la sera prima, Mara aveva lasciato la borraccia rossa. La borraccia, invece, era sparita.
Erano partiti in tre per girare un documentario minuscolo, quasi un omaggio privato al vecchio mito del bosco filmato male e creduto troppo bene. Non cercavano una strega, almeno non lo dicevano ad alta voce. Cercavano il punto in cui Internet aveva trasformato una finzione in una ferita condivisa: mappe stampate, interviste finte studiate come documenti veri, il piacere colpevole di chiedersi se una videocassetta potesse mentire meglio di una persona. Il conflitto, quella mattina, non era più teorico. Qualcuno aveva dormito vicino a loro, aveva tolto la borraccia senza svegliarli e aveva lasciato un segno abbastanza semplice da sembrare antico.
Il primo mucchio
Luca filmò la pila da tre angolazioni, poi fece una panoramica lenta sul perimetro del campo. Il bosco delle Colline Nere non era quello del Maryland, naturalmente: era un crinale umido dell’Appennino, scelto perché a luglio diventava verde scuro anche a mezzogiorno e perché nessuno dei tre poteva permettersi un viaggio oltreoceano. Ma le felci alte, i tronchi lisciati dalla nebbia e il ruscello nascosto sotto i rovi bastavano a creare la stessa promessa visiva: cammini in cerchio anche quando la bussola insiste che stai andando dritto.
Mara non voleva usare la pila nel film. «Se la mettiamo in scena sembriamo ridicoli», disse. Andrea rispose che proprio quello era il punto: il confine tra messa in scena e prova non era mai stato pulito. Si erano dati una regola prima di partire: niente scherzi tra loro, niente oggetti spostati per aumentare la tensione, niente urla finte nel buio. Se qualcosa fosse accaduto, lo avrebbero documentato senza manipolarlo. Perciò Luca registrò anche la discussione, il suo stesso respiro, la mano di Mara che tremava mentre contava i sassi.
Ripiegarono il campo dopo colazione e segnarono il punto sul GPS. Il segnale oscillò, poi si fissò su coordinate impossibili, trenta metri dentro il versante opposto. Andrea rise troppo forte. Disse che il telefono non prendeva bene, che le gole facevano rimbalzare tutto, che una pila di pietre poteva essere opera di un escursionista mattiniero. Ma quando sollevò il primo sasso per smontarla, sotto trovò la guarnizione nera della borraccia rossa, pulita e ancora umida di saliva.
La seconda mattina
Camminarono fino al rudere del carbonaio, una costruzione bassa con il tetto crollato e le pareti annerite, dove avrebbero dovuto registrare la parte sulle credenze locali. Il film, nella scaletta di Mara, avrebbe distinto tre piani: il fatto cinematografico, cioè la distribuzione nazionale di un film che nel 1999 sfruttò festival, web e passaparola; la testimonianza costruita, cioè i finti materiali promozionali che molti presero per indizi; la leggenda, cioè la strega, le sparizioni e i nastri come invenzione narrativa. Andrea avrebbe chiuso con l’interpretazione: non siamo diventati più creduloni, siamo solo diventati più disponibili a trattare un’immagine povera come una prova.
Non girarono nulla di tutto questo. Alle quattro del pomeriggio la batteria principale della videocamera segnava ancora il settantadue per cento; alle quattro e dieci era a zero. Luca la cambiò con una di riserva e disse di aver visto, nel mirino spento, una figura ferma dietro il rudere. Non una sagoma umana intera: soltanto due gambe scure, ferme tra le ortiche, senza busto sopra il muretto. Quando andarono a controllare trovarono un filo di spago legato a un chiodo arrugginito. All’estremità pendeva un pezzetto di nastro magnetico, arricciato come capelli bruciati.
La seconda pila comparve la mattina seguente, più alta della prima, a un passo dall’ingresso della tenda. Nove pietre, non sette. In cima c’era il tappo della borraccia rossa. Nessuno aveva camminato intorno al campo; il fango conservava soltanto le loro tre impronte, confuse ma riconoscibili, e i segni piccoli delle gocce cadute dai rami. Mara fotografò tutto con il telefono e poi cancellò le foto per sbaglio. Disse di non aver premuto nulla. Disse che lo schermo, per un istante, aveva mostrato la stessa pila vista dall’alto, come se qualcuno l’avesse ripresa in piedi sopra di loro.
La mappa girata al contrario
Decisero di tornare alla macchina. Il sentiero segnato in rosso avrebbe dovuto riportarli al parcheggio in meno di due ore, ma dopo quaranta minuti sbucarono di nuovo al rudere del carbonaio. Luca, che aveva sempre preso in giro la superstizione, si tolse la videocamera dal collo e la mise nello zaino. Andrea gli ordinò di continuare a riprendere. «Se smettiamo adesso, quello che resta decide qualcun altro», disse. Era una frase da documentario, troppo buona per essere detta senza vergogna. Il bosco la assorbì come assorbe il rumore dei passi quando il terreno è marcio.
La bussola di Mara puntava a nord verso ogni direzione. Il GPS salvava tracce dritte che sullo schermo diventavano cerchi. Il ruscello compariva sempre alla loro sinistra, anche quando lo attraversavano e lo lasciavano chiaramente alle spalle. A mezzogiorno trovarono il terzo mucchio di pietre sopra una radice piatta, nel punto esatto in cui Andrea aveva seppellito le pile scariche per recuperarle al ritorno, contro ogni buon senso e contro le proteste di Mara. Undici sassi. In cima, al posto di un oggetto, c’era una striscia di nastro con tre secondi di audio ancora leggibili.
La batteria non era soltanto scomparsa: sembrava essere stata tolta mentre la macchina continuava a registrare.
Li ascoltarono con le cuffie di Luca. Prima veniva il rumore della pioggia sulla tenda. Poi Andrea che russava piano. Poi una voce femminile, molto vicina al microfono, che diceva: «Non guardate la pila. Guardate chi l’ha contata». Mara si strappò le cuffie e vomitò dietro un faggio. Andrea volle riascoltare il frammento, ma il file era già diventato muto. Rimaneva la forma dell’onda sul display, una serie di picchi sottili che, ingranditi, sembravano tre figure in piedi negli angoli di una stanza.
La quarta pila
Quella notte non accesero il fuoco. La tenda odorava di nylon bagnato, calze sporche e paura non detta. Andrea teneva la videocamera puntata sull’ingresso, alimentata dall’ultima batteria piena; Mara stringeva il coltello multiuso con entrambe le mani; Luca contava sottovoce i minuti tra un ramo spezzato e l’altro. Ogni tanto, fuori, qualcosa cadeva sul terreno con un tonfo morbido. Non erano passi. Erano pietre appoggiate una alla volta, con pazienza, come se qualcuno stesse costruendo una frase senza conoscere l’alfabeto.
Alle tre e diciassette la videocamera smise di registrare. Non si spense di colpo: l’immagine tremò, virò al bianco, poi mostrò per meno di un secondo l’interno della tenda ripreso dall’esterno. Si vedevano le loro tre schiene curve, il vano della batteria aperto e una mano che non apparteneva a nessuno di loro. Era una mano sottile, sporca di terra fino al polso, ferma sul telo come se stesse tastando la consistenza di un animale addormentato. Luca non urlò. Fece un suono piccolo, quasi educato, e cominciò a piangere.
All’alba trovarono la quarta pila davanti alla tenda. Tredici pietre, una più chiara delle altre, liscia come se fosse stata tenuta a lungo in bocca. In cima c’era la batteria della videocamera. Andrea la toccò prima che Mara potesse fermarlo. Era calda. Non tiepida per il sole, perché il sole non era ancora salito oltre gli alberi; calda come un oggetto appena estratto da una tasca viva. Sul fianco di plastica qualcuno aveva inciso con una punta sottile tre iniziali: A, M, L.
Non discussero più del film. Non discussero della macchina, né del sentiero, né del fatto che la tenda, vista da fuori, sembrava più piccola di quanto fosse dall’interno. Presero gli zaini e camminarono seguendo il ruscello, perché l’acqua doveva pur scendere da qualche parte. Dopo un’ora arrivarono al parcheggio. La loro auto era coperta di aghi di pino, come se fosse rimasta lì per settimane. Sul parabrezza, disposti in un ordine perfetto, c’erano sette sassolini piatti. Nessun biglietto. Nessuna minaccia. Solo un invito a ricominciare il conto.
Quello che rimase nel filmato
La polizia forestale archiviò la faccenda come smarrimento temporaneo e probabile sabotaggio tra amici. La batteria calda non entrò in nessun verbale, perché una batteria non resta calda quando arriva in caserma tre ore dopo. Le incisioni furono attribuite a un coltello, forse quello di Mara. Il materiale video, invece, sopravvisse quasi tutto: immagini mosse, alberi, pioggia, discussioni, il rudere del carbonaio, una tenda illuminata dall’interno come una lanterna malata. Mancavano soltanto i tre secondi in cui la mano toccava il telo.
Andrea montò il documentario senza mostrarlo a nessuno per sei mesi. Tagliò le parti più isteriche, lasciò le contraddizioni, non aggiunse musica. Il risultato era povero, disturbante e quasi sempre noioso, finché non arrivava la quarta mattina. Lì il film diventava qualcosa che nessuno dei tre riusciva più a guardare fino in fondo. Non per la batteria, non per le pietre, ma per un dettaglio sul bordo dell’inquadratura: mentre Andrea allunga la mano, Mara e Luca sono riflessi nella lente spenta della videocamera. Dietro di loro c’è una quarta figura, inginocchiata, che conta i sassi con un dito.
Il file non fu mai pubblicato. Una copia rimase su un disco esterno nell’armadio di Andrea, una su una chiavetta che Mara seppellì in un vaso di basilico, una sul computer di Luca finché il computer non si accese da solo durante un temporale e cancellò tutto tranne una cartella vuota chiamata tredici. Ogni 30 luglio, però, la batteria della videocamera perde carica anche se non viene usata. Ogni 31 luglio torna al cento per cento, calda, con un granello di terra incastrato nel contatto metallico.
Andrea non fa più documentari sull’orrore. Quando gli chiedono perché, risponde che le storie virali non cominciano quando qualcuno inventa una bugia, ma quando una prova decide di comportarsi come se fosse vera. Sul suo tavolo tiene ancora la pietra più chiara della quarta pila. Non l’ha mai fotografata. Dice che in foto sembra soltanto un sasso, e forse è proprio questo che lo spaventa: le cose peggiori non hanno bisogno di sembrare impossibili. Devono solo aspettare davanti alla tenda, una mattina dopo l’altra, finché qualcuno non comincia a contarle.


