Horror

L'ultimo cliente della lavanderia a gettoni

Alle undici di sera il quartiere si spegne un pezzo alla volta: prima il bar dietro l'incrocio, poi le vetrine del supermercato, poi anche il chiosco dei giornali che tira giù la saracinesca con lo stesso stridio metallico ogni sera.

Pubblicato 29 Settembre 2026 20:00 6 minuti di lettura
L'ultimo cliente della lavanderia a gettoni

Il turno che nessuno vuole

Alle undici di sera il quartiere si spegne un pezzo alla volta: prima il bar dietro l'incrocio, poi le vetrine del supermercato, poi anche il chiosco dei giornali che tira giù la saracinesca con lo stesso stridio metallico ogni sera. Resta accesa soltanto la lavanderia, con la sua insegna al neon che sfrigola contro il buio e proietta un azzurro malato sul marciapiede vuoto. Faccio il turno di notte da otto mesi, dalle ventitré alle sette, e in otto mesi ho imparato una cosa: una lavanderia a gettoni aperta tutta la notte non è mai davvero vuota, nemmeno quando dentro non c'è nessuno.

Il locale è uno stanzone lungo e stretto, dodici macchine allineate contro una parete, sei asciugatrici contro l'altra, una gettoniera che accetta solo monete e mangia più di quanto restituisca. Le luci al neon ronzano basse, una regolare, l'altra a scatti, e il pavimento in linoleum conserva l'odore di ammorbidente misto a polvere calda dei motori. Di giorno passa gente distratta, in fretta. Dopo mezzanotte restano solo gli insonni, i turnisti come me, e chi non ha altro posto dove stare per un paio d'ore al caldo.

Primo piano fotorealistico su un oblò di lavatrice socchiuso in penombra, con dentro un carico di vestiti scuri e umidi ancora aggrovigliati, luce fredda al neon che si riflette sul vetro bagnato, dettaglio ravvicinato, atmosfera inquietante, nessuna

La macchina numero sette

C'è una macchina, la settima della fila, che i clienti abituali evitano senza saperne bene il motivo. Non è rotta, funziona meglio delle altre. Eppure ogni tanto, senza che nessuno l'abbia caricata né pagata, la si trova in funzione nel cuore della notte, il cestello che gira piano dietro l'oblò appannato, la spia verde accesa come se qualcuno l'avesse appena avviata un istante prima.

La prima volta che l'ho vista così ho pensato a un guasto elettrico, un contatto che si chiude da solo. Ho chiamato il numero di reperibilità lasciato dal proprietario, ho aspettato con il telefono in mano guardando l'acqua girare dietro il vetro. Dentro, tra la schiuma, si intravedeva un carico di vestiti scuri, pesanti, che continuavano a girare come se qualcuno li avesse lasciati lì e poi si fosse dimenticato di tutto, persino di se stesso.

Quando ho raccontato la cosa a Denis, che fa il mio stesso turno il weekend, lui ha scosso la testa senza sorpresa. «Quella non si tocca», ha detto, come se fosse una regola scritta da sempre e mai messa per iscritto. Poi mi ha spiegato, a bassa voce, come se il locale potesse ascoltare: ogni tanto, non con un ritmo preciso ma sempre attorno alle tre e un quarto, la macchina numero sette si accende da sola. Nessuno l'ha mai vista avviarsi. Nessuno ha mai visto chi lo fa.

Ho controllato i registri della gettoniera per settimane, confrontando gli orari di acquisto dei gettoni con gli avvii delle macchine segnati dal contatore elettrico. Ogni volta che la sette si accendeva di notte, nel registro non risultava nessun gettone venduto in quella fascia oraria. Come se il ciclo partisse da solo, o come se qualcuno pagasse con qualcosa che l'apparecchio non era in grado di registrare.

Il carico dimenticato

La telecamera sopra l'ingresso, quella puntata sulla porta a vetri, in quelle notti mostra sempre la stessa cosa: niente. Nessuna sagoma che entra, nessuna che esce, il marciapiede deserto sotto il lampione che sfarfalla. Una volta ho riguardato la registrazione fotogramma per fotogramma, cercando un'ombra, un movimento, un'increspatura d'aria. C'è solo un salto secco nell'immagine, un paio di secondi persi, e subito dopo la macchina numero sette che gira già a pieno regime.

Il carico, quando lo si intravede attraverso l'oblò, non assomiglia mai a quello di un cliente qualunque. Capi pesanti, di foggia antiquata, colori spenti come stoffe lavate troppe volte o mai davvero asciugate al sole. Una sciarpa lunga che si attorciglia contro il vetro a ogni giro. Una manica che sbatte piatta contro l'oblò con un rumore sordo, regolare, che si sente anche da fuori nel silenzio della notte.

Nessuno dei clienti abituali ha mai avuto il coraggio di aprire quello sportello mentre il ciclo era in corso, e nemmeno dopo, quando la macchina si ferma da sola e la spia si spegne. Tra chi frequenta il posto di notte è nato un soprannome per quella presenza senza volto: la chiamano l'ultimo cliente, come se avesse un turno tutto suo, l'ultimo della giornata, quello che arriva quando anche l'ultimo turnista umano ha già chiuso gli occhi per un attimo di troppo.

Le storie si sono moltiplicate col tempo, ognuno aggiungeva un dettaglio: chi giurava di aver sentito bussare dall'interno del cestello, chi diceva che al mattino, aprendo lo sportello per pulire, aveva trovato il carico ancora umido nonostante ore di fermo, chi si limitava a dire che certe notti l'aria dentro la lavanderia si faceva più fredda proprio davanti a quella macchina, un paio di gradi, non di più, ma abbastanza da farti allontanare senza una vera ragione.

La notte in cui ho deciso di guardare

Dopo mesi passati a scrollare le spalle davanti a quelle voci, ho deciso di restare sveglia un'intera notte con gli occhi puntati sulla macchina numero sette, senza distrarmi, senza il telefono in mano, solo io e il ronzio dei neon. Alle due il locale era vuoto, l'ultimo cliente vero se n'era andato con un cesto di lenzuola ancora tiepide, e la porta a vetri rifletteva solo me, seduta dietro il bancone, e la fila di macchine spente come denti in una bocca buia.

Alle tre meno un quarto il silenzio è cambiato consistenza, si è fatto più denso, come se anche il ronzio dei tubi al neon si fosse abbassato di un tono senza spegnersi del tutto. Non ho sentito la porta, non ho visto ombre attraversare la vetrata. Ho solo visto, con la coda dell'occhio, la spia verde della macchina numero sette accendersi, e il cestello iniziare a girare, lento, come se qualcuno lo avesse messo in moto con un gesto tranquillo, abituale, di chi ripete lo stesso gesto da sempre.

Mi sono alzata piano, ho attraversato lo stanzone restando a distanza dalla fila di macchine, e per la prima volta ho guardato davvero dentro l'oblò invece che di sfuggita. Non c'era nessun volto riflesso oltre il mio. C'era solo il carico che girava, e per un istante, tra la schiuma e l'acqua, mi è sembrato di vedere una manica sollevarsi contro il vetro dall'interno, come una mano che saluta, o che chiede di uscire, prima di ricadere nel movimento del ciclo.

Quello che resta al mattino

Il ciclo si è fermato da solo poco dopo le tre e trenta, con lo stesso segnale acustico ordinario di ogni altra macchina della fila. Lo sportello si è sbloccato con lo scatto consueto. Non l'ho aperto quella notte. Mi sono limitata a restare lì, a guardare il vetro appannato tornare immobile, e ad ascoltare il silenzio riprendere la sua forma normale, come se nulla fosse successo.

Al mattino, quando sono arrivati i primi clienti, ho controllato il pavimento davanti alla macchina numero sette: asciutto, senza una sola impronta bagnata, nemmeno la mia, benché fossi rimasta lì a lungo con le scarpe umide di condensa. Ho controllato di nuovo i registri della gettoniera: nessun gettone venduto quella notte per quel numero di macchina, nessun cliente segnato, nessun nome che potesse spiegare quel carico ancora piegato con cura dentro il cestello immobile.

Denis, arrivato per il turno successivo, mi ha trovata ancora seduta dietro il bancone a fissare la fila di oblò spenti. Non gli ho chiesto se avesse mai aperto quello sportello. Non gliel'ho chiesto perché temevo la risposta, o forse perché avevo già capito che alcune domande, in un posto aperto tutta la notte in mezzo al nulla della periferia, è meglio lasciarle chiuse, come quel carico che ancora oggi qualcuno ritrova, di tanto in tanto, ad aspettare dentro la macchina numero sette, senza che nessuno l'abbia mai visto entrare, e senza che nessuno l'abbia mai visto andare via.

VI

Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.