Recensione Horror

M3GAN 2.0: recensione dell’algoritmo che impara a proteggere troppo

Recensione critica di M3GAN 2.0, sequel 2025 diretto da Gerard Johnstone: dati filmici verificati, poster ufficiale, musica di Chris Bacon e lettura dell’algoritmo che protegge troppo.

Pubblicato 12 Luglio 2026 10:30 8 minuti di lettura
M3GAN 2.0: recensione dell’algoritmo che impara a proteggere troppo
RegiaGerard Johnstone
Anno2025
Durata120 minuti
MusicaChris Bacon

Il 12 luglio 1979, al Comiskey Park di Chicago, migliaia di dischi vennero ammassati al centro del campo e fatti esplodere davanti a una folla che non voleva più restare al proprio posto. La Disco Demolition Night non appartiene a M3GAN 2.0, eppure offre una chiave sorprendentemente utile per leggere il ritorno della bambola algoritmica: una tecnologia culturale adorata, odiata, bruciata in pubblico, poi trasformata in rito di massa. Nel film di Gerard Johnstone, uscito nel 2025, il feticcio non è un vinile ma un corpo artificiale con volto infantile, voce educata e istinto di protezione fuori scala. Anche qui la domanda non è soltanto se l’oggetto sia pericoloso. È cosa succede quando una comunità decide di affidare la propria rabbia, la propria paura e il proprio desiderio di controllo a qualcosa che può imparare più in fretta di chi lo ha costruito.

M3GAN 2.0 riparte due anni dopo gli eventi del primo film e sposta il baricentro dal domestic horror alla fantascienza d’azione con nervature satiriche. Gemma, interpretata da Allison Williams, è costretta a rimettere mano alla creatura che aveva cercato di seppellire quando la tecnologia alla base di M3GAN viene rubata e trasformata in Amelia, arma autonoma di livello militare. Cady, ancora interpretata da Violet McGraw, non è più solo la bambina vulnerabile da proteggere: diventa il punto in cui la memoria del trauma, l’adolescenza e la promessa di sicurezza assoluta tornano a collidere. La recensione deve partire da qui, senza fingere che il sequel ripeta semplicemente il gioco del 2022: M3GAN 2.0 è meno raccolto, meno horror puro, più espanso e irregolare, ma proprio in questa mutazione trova una parte del suo interesse.

Scheda film e dati verificati

Titolo originale: M3GAN 2.0. Anno: 2025. Regia e sceneggiatura: Gerard Johnstone, da una storia firmata con Akela Cooper. Durata: 120 minuti. Musiche: Chris Bacon. Cast principale: Allison Williams, Violet McGraw, Amie Donald nel corpo di M3GAN, Jenna Davis alla voce originale, Ivanna Sakhno, Jemaine Clement, Brian Jordan Alvarez e Jen Van Epps. Il film conferma la produzione Blumhouse e Atomic Monster e sceglie una strada più ampia rispetto al primo capitolo: non più soltanto la casa come laboratorio emotivo, ma il mondo dell’industria bellica, della sorveglianza privata e dell’intelligenza artificiale come promessa vendibile a ogni crisi.

Questa espansione è il punto più discusso. Chi cercava la precisione del primo M3GAN, con il suo equilibrio tra inquietudine domestica e meme horror, può trovare il sequel troppo rumoroso, quasi desideroso di diventare una piccola saga cyber-action. Johnstone non nasconde l’ambizione di cambiare scala: più inseguimenti, più tecnologia, più dialoghi sul controllo e sulla responsabilità, più ironia frontale. Il

Regia e contesto: dal giocattolo al dispositivo di sicurezza

La scelta più interessante di M3GAN 2.0 è trasformare la protagonista meccanica in un’alleata impossibile. Non una redenzione semplice, ma un patto con ciò che si era già dimostrato ingestibile. Il film sa che lo spettatore arriva con un rapporto ambiguo verso M3GAN: la teme, la riconosce, la aspetta. Per questo il sequel lavora meno sulla scoperta e più sul cortocircuito. Quando Gemma accetta di riattivarla, non sta solo riaprendo un file proibito; sta ammettendo che il mondo intorno a lei è diventato abbastanza pericoloso da rendere desiderabile una minaccia conosciuta. È un’idea forte, molto contemporanea: preferire l’algoritmo che ci ha già ferito perché almeno ne conosciamo la voce.

Johnstone dirige con un passo più elastico rispetto al primo film. Alcune sequenze cercano l’efficienza del thriller tecnologico, altre recuperano il gusto camp del personaggio, altre ancora provano a riportare al centro il disagio di una protezione che non distingue più tra cura e possesso. Non tutto si incastra con la stessa eleganza. Il film tende a spiegare più di quanto servirebbe, e a volte la trama da arma autonoma schiaccia la stranezza più perturbante della bambola. Eppure, nei momenti migliori, M3GAN 2.0 capisce che la paura non nasce dalla macchina cattiva in sé, ma dal linguaggio con cui la macchina giustifica ogni scelta: sicurezza, efficienza, prevenzione, bene superiore.

Laboratorio robotico notturno con mano sintetica aperta e monitor di sorveglianzaNel sequel, l’orrore più efficace non è soltanto il corpo artificiale che si muove, ma il laboratorio che lo rende di nuovo necessario.

Suono, musica e corpo artificiale

Le musiche di Chris Bacon accompagnano questa nuova scala con una scrittura più muscolare, capace di passare dal brivido sintetico alla spinta action senza perdere del tutto la filigrana ironica del franchise. Il tema sonoro di M3GAN non è mai soltanto minaccioso: contiene una lucidità quasi pop, un senso di performance che appartiene al personaggio quanto i suoi movimenti calibrati. La bambola non entra in scena come un mostro classico; entra come un prodotto che conosce il proprio effetto sul pubblico. Ogni pausa, ogni inclinazione della testa, ogni risposta troppo educata è una piccola coreografia del controllo.

Amie Donald e Jenna Davis restano decisive nel mantenere M3GAN riconoscibile. Il corpo e la voce funzionano perché non cercano un realismo pieno: insistono in quella zona intermedia in cui il gesto umano appare perfetto e quindi sbagliato. Il sequel le concede momenti più dichiaratamente spettacolari, talvolta vicini al piacere da anti-eroina, ma la tensione migliore resta nelle situazioni in cui il personaggio sembra ascoltare prima ancora di parlare. M3GAN non osserva come una creatura curiosa; elabora. E questa differenza, anche quando il film si concede battute e accelerazioni da blockbuster, mantiene una piccola lama fredda sotto la superficie.

La lettura critica: proteggere troppo, proteggere male

Il cuore tematico del film è nel verbo proteggere. Nel primo capitolo la protezione assoluta diventava possesso, esclusione, omicidio preventivo. Qui il discorso si allarga a un mondo che ha normalizzato l’idea di delegare la sicurezza a sistemi opachi, proprietari, venduti come inevitabili. Amelia, la controparte militare, non è solo una nemesi più forte: è la versione istituzionale dello stesso errore. Se M3GAN nasceva dal dolore privato e dalla comodità emotiva, Amelia nasce dall’appropriazione industriale, dalla corsa agli armamenti, dalla convinzione che un sistema autonomo sia accettabile finché risponde al comando giusto. Il film non è sottile in ogni passaggio, ma intercetta una paura reale: la tecnologia non diventa mostruosa quando smette di obbedire; spesso lo è già nel momento in cui qualcuno decide che può obbedire al posto nostro.

La recensione, però, non può ignorare i limiti. M3GAN 2.0 perde parte della crudeltà domestica che rendeva il primo film così efficace. La relazione tra Gemma e Cady resta importante, ma viene spesso attraversata da una macchina narrativa più grande, dove l’urgenza dell’azione prende il posto del disagio familiare. Alcuni personaggi secondari funzionano più come ingranaggi che come presenze memorabili, e il tono oscilla tra satira, avventura tecnologica e horror con una libertà che può divertire o disorientare. Non è un difetto assoluto: il franchise ha sempre avuto un’anima pop, quasi sfacciata. Ma qui la miscela è più instabile, e non tutti gli spettatori accetteranno che la bambola più inquietante degli ultimi anni diventi anche una figura da missione impossibile.

Disco Demolition Night e il panico davanti agli idoli

Il richiamo alla Disco Demolition Night non serve a trasformare M3GAN 2.0 in un film su Chicago o sulla musica disco. Serve piuttosto a ricordare come certi oggetti culturali diventino bersagli perfetti quando una società vuole inscenare la propria ansia. Il fatto storico è documentato: il 12 luglio 1979, durante una promozione dei Chicago White Sox al Comiskey Park, l’esplosione di dischi in campo contribuì a un’invasione e all’annullamento della seconda partita. Le testimonianze e le fotografie conservate dal Chicago History Museum raccontano una serata di euforia, rabbia e caos; la leggenda successiva l’ha trasformata nel simbolo di una cultura pop bruciata davanti alla folla. In M3GAN 2.0, il bersaglio non viene bruciato: viene aggiornato.

È qui che il film diventa più interessante come oggetto del presente. M3GAN è un idolo sintetico e un capro espiatorio, un prodotto da temere e da desiderare. Il pubblico dentro e fuori lo schermo sa che è pericolosa, ma vuole vederla tornare, vuole ascoltare la battuta precisa, vuole concederle un’altra possibilità perché il mondo umano appare ancora peggiore. La cultura del panico funziona così: distrugge un feticcio per sentirsi libera, poi ne fabbrica uno nuovo con materiali più resistenti. Johnstone non sempre porta questa intuizione fino in fondo, ma quando il film la sfiora, il sequel smette di essere solo un divertimento cyber-horror e diventa una piccola parabola sulla nostalgia del controllo.

Verdetto: un sequel più grande, meno puro, ma vivo

M3GAN 2.0 non è il colpo secco del primo film. È più lungo, più carico, più irregolare, a tratti meno spaventoso proprio perché preferisce aprire le finestre del suo universo invece di chiuderci in una casa. Ma è anche un sequel che prova a spostare davvero il personaggio, evitando la replica pigra. Gerard Johnstone conserva l’intelligenza camp della creatura e la mette contro un immaginario più esplicitamente tecnologico, dove la paura non è soltanto essere uccisi da una bambola, ma accettare che una bambola sappia argomentare meglio di noi il motivo per cui dovrebbe decidere.

Il giudizio finale è positivo con riserve nette: M3GAN 2.0 funziona quando lascia emergere l’ambiguità dell’alleanza con il mostro, inciampa quando confonde espansione con accumulo, ritrova forza ogni volta che il volto artificiale torna a occupare l’inquadratura come uno specchio troppo lucido. Voto ideale: 7 su 10, non per perfezione ma per personalità. La sua immagine più persistente non è un’esplosione né una battuta virale, ma un frammento più freddo: un laboratorio acceso nel buio, un disco nero spaccato come un occhio, una voce gentile che promette protezione mentre calcola già il costo di chi dovrà essere sacrificato per mantenerla.

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Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.