
Il 23 luglio 1995, mentre Alan Hale e Thomas Bopp individuavano indipendentemente la cometa C/1995 O1, un oggetto celeste reale cominciava già a trasformarsi in superficie narrativa: dato astronomico, fotografia, calcolo orbitale, ma anche presagio per chi nel cielo cercava un ordine segreto. Men, il folk horror scritto e diretto da Alex Garland nel 2022, lavora su una paura simile: qualcosa di verificabile — un volto, un corpo, una casa presa in affitto, una ferita — viene guardato fino a diventare mito privato, allucinazione e condanna.
La domanda del film non è soltanto “che cosa perseguita Harper?”, ma perché quella persecuzione assuma sempre lo stesso volto maschile, come una cometa che torna nel campo visivo anche quando si abbassa lo sguardo. Dopo una tragedia coniugale, Harper Marlowe si ritira nella campagna inglese per respirare, ma il villaggio in cui arriva sembra abitato da variazioni dello stesso uomo. Garland costruisce così un incubo sulla ripetizione: non un mostro isolato, bensì un sistema di gesti, colpe, desideri e ricatti emotivi che si replicano da un corpo all’altro.
Scheda film: i dati prima dell’incubo
Regia e sceneggiatura: Alex Garland. Anno: 2022. Durata: 100 minuti. Fotografia: Rob Hardy. Montaggio: Jake Roberts. Musiche: Ben Salisbury e Geoff Barrow. Interpreti principali: Jessie Buckley, Rory Kinnear, Paapa Essiedu e Gayle Rankin. I dati sono confermati dalla scheda della Quinzaine des Cinéastes, dalla pagina A24 e dal confronto con l’infobox pubblico del film: informazioni semplici, quasi fredde, che aiutano a distinguere la struttura reale dell’opera dalla sua materia più instabile.
La presenza alla Quinzaine 2022 colloca Men in un territorio interessante: non è soltanto horror da sala, ma oggetto autoriale che usa il genere per comprimere trauma, allegoria e disgusto fisico. A24 lo presenta come il viaggio di Harper nella campagna inglese dopo una perdita personale; la scheda di Cannes insiste sulla forma “feverish, shape-shifting” dell’incubo. Entrambe le formule sono utili, ma incomplete. Il film non si limita a far emergere qualcosa dai boschi: fa emergere la stessa figura maschile da ogni interstizio della vita sociale, dal proprietario accomodante al poliziotto, dal ragazzino crudele al prete.
La casa, il tunnel, il villaggio: uno spazio che ascolta
Il primo movimento del film è quasi pastorale. Harper arriva in una grande casa di campagna, assaggia una mela, attraversa stanze ordinate e cerca nella quiete una sospensione del dolore. Garland e Rob Hardy filmano il verde con una bellezza sospetta: erba bagnata, pietra antica, legno, silenzi troppo nitidi. Il dettaglio memorabile è il tunnel, dove la voce di Harper si moltiplica in un’eco musicale prima di diventare richiamo. Quel suono non è ancora minaccia esplicita; è il mondo che risponde, e la risposta arriva con un timbro che non appartiene più del tutto a lei.
La campagna inglese di Men non è un semplice rifugio gotico. È un organismo che registra. Il giardino, la chiesa, il pub, la strada tra le siepi sembrano luoghi riconoscibili, ma ogni luogo restituisce a Harper una versione deformata della stessa pressione: essere osservata, giudicata, interpretata. La scelta di far interpretare a Rory Kinnear quasi tutti gli uomini del villaggio è il dispositivo più evidente e
Trauma e colpa: il ricatto come possessione
Il passato di Harper con James, interpretato da Paapa Essiedu, è il nucleo emotivo che impedisce al film di ridursi a esercizio allegorico. La tragedia domestica non viene usata come semplice pretesto: resta una ferita aperta, piena di rabbia, pietà, paura e senso di responsabilità imposto. Garland mostra il ricatto affettivo nella sua forma più velenosa, quella in cui l’amore diventa minaccia di autodistruzione e la vittima viene chiamata a sentirsi colpevole perfino della violenza che subisce. Qui il corpo maschile non è ancora mostruoso perché muta; è mostruoso perché pretende di trasferire il proprio crollo su chi ha cercato di sopravvivere.
Jessie Buckley regge il film con una recitazione fisica ma mai enfatica. Il suo volto attraversa incredulità, fastidio, panico e stanchezza senza trasformare Harper in simbolo astratto. La cosa più interessante è che non interpreta la paura come passività. Harper osserva, risponde, si irrita, fugge, combatte; eppure il villaggio continua a riscriverla come oggetto di colpa. Il prete che ascolta e giudica, il poliziotto che minimizza, il bambino che insulta, Geoffrey che sorride troppo: sono variazioni di un potere quotidiano, riconoscibile prima ancora che soprannaturale.
Nel film di Garland gli spazi sacri e domestici non proteggono: assorbono il trauma e lo restituiscono con una voce maschile diversa, ma sempre familiare.
Folk horror senza nostalgia
Men dialoga con il folk horror britannico, ma non lo usa come cartolina nostalgica. La chiesa, il Green Man scolpito, Sheela-na-gig, i boschi e la nudità rituale richiamano un immaginario antico, però Garland non sembra interessato a ricostruire una tradizione con rigore antropologico. Il fatto è che questi simboli esistono nel film come immagini culturali riconoscibili; la testimonianza concreta sta nella messa in scena, nei bassorilievi, nella campagna, nei corpi; la leggenda riguarda la promessa di un’energia arcaica che precede la morale moderna; l’interpretazione, invece, è tutta contemporanea: il mito diventa linguaggio con cui il potere maschile si racconta come inevitabile, naturale, ciclico.
È qui che il collegamento con Hale-Bopp torna utile senza forzature. La cometa scoperta nel 1995 fu un fenomeno astronomico documentato da NASA, osservatori e fotografie: traiettoria, luminosità, periodo orbitale, dati. Attorno a quel fatto nacquero però letture apocalittiche, presunti oggetti compagni, narrazioni settarie e bisogni di significato che non appartenevano alla scienza, ma alla paura umana. Men opera nello stesso scarto: ciò che vediamo può essere descritto, ma ciò che significa eccede la descrizione. Il volto ripetuto non è un dato realistico; è il modo in cui il trauma riconosce una struttura sociale che si traveste da destino.
Il corpo maschile come macchina di replica
L’ultimo movimento del film è il più divisivo, e anche quello che impedisce alla recensione di restare tiepida. Garland spinge il corpo maschile in una sequenza di metamorfosi, ferite e nascite impossibili che molti hanno trovato eccessiva, didascalica o persino grottesca. Lo è, in parte. Ma l’eccesso è il punto. Dopo aver costruito un orrore di sguardi, parole e microaggressioni, il film decide di rendere letterale la replicazione: il maschile partorisce se stesso, soffre, si lacera, rinasce uguale, pretende attenzione per il proprio dolore e arriva ancora una volta davanti a Harper.
La scena funziona quando viene letta non come spiegazione finale, ma come collasso rituale. Non rivela “la verità” del villaggio; visualizza l’esaurimento di Harper davanti a un ciclo che non sa più mascherarsi. Il sangue, la carne, le caviglie spezzate, la porta aperta, la luce notturna della casa: tutto converge in un teatro del disgusto dove la domanda non è più se il simbolo sia sottile. Non lo è. La domanda è se l’immagine resti impressa abbastanza da trasformare l’allegoria in esperienza fisica. Da questo punto di vista, Men colpisce duro, anche quando rischia di spiegarsi troppo.
Suono, musica e controllo dell’atmosfera
Le musiche di Ben Salisbury e Geoff Barrow lavorano insieme al sound design con una precisione che merita attenzione. L’eco nel tunnel, i respiri, i rumori del bosco, i silenzi dentro la casa e le tensioni quasi liturgiche della partitura costruiscono una sensazione di spazio contaminato. Garland non cerca soltanto lo spavento improvviso: preferisce far percepire una pressione continua, come se l’ambiente avesse imparato a imitare la voce umana. In un film tanto discusso per le immagini corporee, il suono è spesso la vera prima aggressione.
Anche la fotografia di Rob Hardy partecipa a questa ambiguità. La luce naturale non libera mai davvero Harper, perché ogni bellezza sembra pronta a diventare trappola. Il verde della campagna può essere consolatorio in un’inquadratura e tossico in quella successiva; la casa accogliente può trasformarsi in recinto; il corpo nudo nel paesaggio può apparire prima vulnerabile, poi sacrale, poi predatorio. Men è un film più controllato di quanto la sua parte finale lasci credere: dietro il caos apparente c’è un disegno formale molto preciso, anche quando non tutti i simboli hanno la stessa finezza.
Limiti e verdetto
Il limite principale di Men è la tentazione di chiudere il discorso con un’immagine talmente potente da sembrare autosufficiente. Alcuni passaggi del confronto finale riducono la complessità iniziale a una formula più frontale, quasi programmatica. Il film è più inquietante quando lascia che il disagio passi attraverso gesti minimi — una frase detta con falsa gentilezza, una porta che non dovrebbe aprirsi, un sorriso che dura mezzo secondo di troppo — rispetto a quando organizza la propria allegoria in processione carnale. Eppure sarebbe ingiusto liquidare questa scelta come puro compiacimento: Garland vuole che l’idea diventi materia, e accetta il
Il verdetto è netto: 8/10. Men non è il film più equilibrato di Alex Garland, ma è uno dei suoi horror più memorabili, perché osa trasformare il trauma in paesaggio e il corpo maschile in una macchina mitologica di ripetizione. Jessie Buckley offre una presenza ferita e combattiva, Rory Kinnear moltiplica il disagio senza ridurlo a virtuosismo, Ben Salisbury e Geoff Barrow scavano nel suono una seconda casa infestata. Come Hale-Bopp, il film parte da qualcosa che possiamo nominare e finisce per mostrare quanto bisogno di paura, ordine e presagio proiettiamo su ciò che ci sovrasta. La sua immagine conclusiva non consola: lascia Harper davanti all’ennesima replica, ma finalmente senza il dovere di crederle innocente.


