
Una maglietta stirata in fretta, un badge di plastica che brilla sotto le luci del palazzetto, una figlia che vuole soltanto cantare sotto il palco di Lady Raven: Trap comincia così, con la promessa quasi innocente di una serata pop. Poi M. Night Shyamalan sposta appena l’inquadratura e trasforma ogni corridoio dell’arena in una via di fuga sorvegliata, ogni sorriso paterno in una maschera troppo tesa, ogni applauso in un rumore che copre una caccia all’uomo. Il concerto non è più spettacolo, ma gabbia: Cooper Abbott scopre che la polizia ha chiuso l’evento per catturare il Macellaio, serial killer che lui conosce fin troppo bene perché è lui stesso.
La ricorrenza del 10 settembre rende questa recensione più tagliente del solito: nel 1977, a Marsiglia, Hamida Djandoubi fu l’ultima persona giustiziata con la ghigliottina in Francia. Il fatto storico appartiene alla cronaca giudiziaria e al dibattito che precedette l’abolizione della pena capitale francese; la leggenda gotica, invece, ha trasformato quella macchina burocratica in simbolo di una morte impersonale, lucida, tecnica. Trap non parla di ghigliottine, ma eredita lo stesso incubo civile: un dispositivo progettato per chiudersi su un corpo. Qui la lama è sostituita da telecamere, tornelli, squadre speciali, passaggi di servizio e da una folla che non sa di essere diventata parte dell’apparato.
Scheda film e dati verificati
Trap è un thriller horror statunitense del 2024 scritto, prodotto e diretto da M. Night Shyamalan. La durata indicata dai materiali distributivi principali è di 105 minuti; la scheda BBFC segnala una versione certificata con minutaggio approssimativo diverso, ma il riferimento editoriale del film resta quello dei 105 minuti. Le musiche originali sono firmate da Herdís Stefánsdóttir, mentre le canzoni di Lady Raven sono interpretate da Saleka Shyamalan, qui anche attrice. Nel cast figurano Josh Hartnett nel ruolo di Cooper Abbott, Ariel Donoghue in quello della figlia Riley, Hayley Mills come profiler incaricata dell’operazione, Alison Pill, Kid Cudi e Jonathan Langdon. La distribuzione cinematografica statunitense è legata a Warner Bros., con uscita nel 2024.
La premessa è una delle più limpide e commercialmente efficaci della filmografia tarda di Shyamalan: un padre accompagna la figlia adolescente a un concerto e si accorge che l’intero edificio è stato trasformato in trappola per un assassino seriale. La recensione può controllare gli spoiler senza fingere misteri inutili, perché il film rivela presto il proprio gioco: l’interesse non sta nello scoprire chi sia il mostro, ma nel guardare quanto a lungo un uomo possa recitare la normalità mentre l’ambiente si restringe intorno a lui. Cooper deve sorridere a Riley, parlare con i venditori, improvvisare bugie, leggere le uscite e mantenere la postura del padre premuroso proprio mentre calcola la sopravvivenza del predatore.
Il concerto come macchina di esecuzione
L’idea migliore di Trap è spaziale. Shyamalan prende un luogo progettato per l’euforia collettiva e lo riconfigura come meccanismo penale. La folla non è più comunità, ma copertura; il braccialetto d’ingresso diventa un marchio; le scale mobili sembrano corridoi di trasferimento; le porte antipanico non promettono libertà, ma un controllo più stretto. In questo senso il legame con la ghigliottina del 1977 non è un semplice aggancio di calendario: entrambe le immagini mostrano una società che organizza la cattura e la morte attraverso procedure, turni, competenze, strumenti. Il film è più inquietante quando lascia intuire questa freddezza amministrativa sotto la musica pop.
La regia lavora spesso per contrasti: luci rosa e blu contro lo sguardo umido di Cooper, cori da arena contro dialoghi sussurrati nei corridoi, entusiasmo adolescenziale contro la geometria dell’assedio. Sayombhu Mukdeeprom fotografa il palazzetto con una pulizia quasi lucida, evitando il buio fangoso di molto thriller contemporaneo. La scelta funziona perché l’orrore di Trap non è nascosto nell’ombra, ma esposto in piena illuminazione commerciale. Cooper è circondato da merchandising, maxischermi, fan, addetti alla sicurezza, bagni pubblici, magazzini e passaggi tecnici: il film suggerisce che la modernità non ha bisogno di castelli per diventare gotica, le basta un’arena piena di procedure.
Josh Hartnett e la doppia faccia del padre
Josh Hartnett è il centro del film, e la sua prova è più interessante dei limiti della sceneggiatura. Cooper non viene costruito come genio criminale astratto o mostro magnetico alla Hannibal Lecter; è un uomo che deve continuamente dosare calore domestico e calcolo omicida. Hartnett lavora sui piccoli scarti: il sorriso che arriva una frazione di secondo troppo tardi, la gentilezza esagerata con un dipendente, il panico nascosto dietro una domanda apparentemente pratica, il modo in cui osserva una mappa o un badge come se fossero strumenti chirurgici. È una performance di controllo, non di esplosione.
Il rapporto con Riley è la parte più
Shyamalan tra suspense e artificio
La prima metà di Trap è compatta, quasi ludica, e mostra un autore ancora capace di costruire suspense da un vincolo semplice. Ogni scena aggiunge un ostacolo: un controllo, una conversazione casuale, un accesso negato, un sospetto, una figura che compare nel momento sbagliato. Il piacere del film nasce dal vedere Cooper improvvisare dentro un sistema che dovrebbe schiacciarlo. Non siamo davanti a un horror di sangue, ma a una partita di movimento e mascheramento. La violenza più efficace resta fuori campo o arriva come memoria; ciò che conta è la pressione del dispositivo.
Il problema emerge quando il film allarga il campo oltre l’arena. Senza rivelare gli snodi più specifici, si può dire che Trap perde parte della sua eleganza quando abbandona il palazzetto e pretende di prolungare il gioco in una serie di svolte sempre meno credibili. Shyamalan ha spesso lavorato sull’artificio, ma qui alcune coincidenze e soluzioni narrative sembrano chiedere allo spettatore più indulgenza del necessario. La trappola iniziale è così forte da rendere meno persuasivo tutto ciò che cerca di superarla. Il film resta guardabile, ma la lama della premessa si smussa quando il meccanismo diventa troppo elastico.
La suspense migliore nasce dagli spazi intermedi del concerto: corridoi, ingressi, passaggi tecnici e punti di controllo trasformati in una mappa di cattura.
Musica, pop e identità industriale
La presenza di Lady Raven è insieme risorsa e punto divisivo. Da una parte consente al film di avere un corpo sonoro riconoscibile: le canzoni non sono semplice tappezzeria, ma parte del dispositivo scenico, perché regolano masse, attenzioni, pause e possibilità di movimento. Herdís Stefánsdóttir lavora intorno a questo paesaggio pop con una partitura che non invade sempre, preferendo spesso lasciar filtrare la tensione dal contrasto tra spettacolo e minaccia. La musica è il velo che permette alla trappola di restare invisibile a chi è venuto per divertirsi.
Dall’altra parte, l’insistenza sulla dimensione musicale e sulla figura di Saleka Shyamalan rischia talvolta di apparire troppo funzionale a un progetto familiare e industriale più ampio. Non perché la presenza sia illegittima, ma perché alcune scene sembrano sospendere la tensione per valorizzare il concerto più che l’incubo. Quando però il film trova l’equilibrio, l’operazione è coerente: un serial killer circondato da migliaia di persone che cantano diventa un’immagine perturbante della cultura dello spettacolo, capace di inghiottire anche una caccia mortale dentro una superficie luminosa e vendibile.
Il Macellaio, la profiler e il controllo dello sguardo
Hayley Mills porta al film una qualità insolita: la sua profiler non è fisicamente minacciosa, ma sembra possedere il potere tranquillo di chi ha già previsto molte mosse. La sua voce negli annunci e nelle comunicazioni interne dà all’operazione un tono quasi pedagogico, come se il palazzetto fosse un’aula e Cooper lo studente più pericoloso. Il Macellaio, al contrario, è costretto a restare mobile, cordiale, leggibile e invisibile. La suspense nasce dallo scontro tra due forme di sguardo: quello istituzionale, diffuso in ogni varco, e quello predatorio, concentrato nei dettagli minimi.
Qui Trap tocca un nodo molto contemporaneo. La sicurezza promette di vedere tutto, ma dipende da procedure fallibili; il criminale promette di controllare tutto, ma dipende dall’affetto della figlia e da una serie di improvvisazioni. Nessuno domina davvero lo spazio. La gabbia è efficace proprio perché resta imperfetta: lascia spiragli, produce errori, chiede collaborazione inconsapevole a civili e lavoratori. È una visione meno gotica in senso classico e più burocratica, vicina all’orrore della macchina che non odia nessuno, ma procede. In questo, il richiamo alla ghigliottina come simbolo di tecnologia della morte resta cupamente pertinente.
Verdetto: una trappola brillante, non sempre serrata
Trap è un film imperfetto, ma non pigro. La sua forza sta nell’innesco, nella prova di Hartnett, nella trasformazione del concerto in architettura punitiva e in una serie di dettagli concreti che restano impressi: il codice della maglietta, i passaggi riservati, il telefono usato come minaccia remota, la figlia che continua a vivere la serata mentre il padre misura la distanza fra sé e l’arresto. La sua debolezza sta nella seconda parte, dove la necessità di rilanciare l’azione incrina la precisione del dispositivo e rende alcune svolte più meccaniche che inevitabili.
Il verdetto è 7/10. Shyamalan firma un thriller da arena con un’idea forte e una morale disturbante: la normalità familiare può essere il travestimento più efficace del mostro, mentre la società dello spettacolo può diventare, senza quasi cambiare luci, un patibolo moderno. Non è il suo film più misterioso né il suo congegno più perfetto, ma possiede un’immagine centrale potente: un uomo seduto accanto alla figlia, circondato da applausi, già chiuso dentro una lama invisibile. Quando Trap resta lì, fra amore paterno recitato e controllo istituzionale, il concerto suona davvero come una condanna.


