
Davide aveva trovato le foto per caso, cercando immagini dell'infanzia per il compleanno di sua madre.
Erano in una busta di carta dentro una scatola di scarpe: una dozzina di polaroid sbiadite, probabilmente del 1994 o 1995. In alcune si riconosceva lui bambino, forse sei o sette anni, con una giacca a vento arancione che non ricordava di aver mai posseduto. Nello sfondo di quasi tutte le foto c'era lo stesso posto: un centro commerciale con il pavimento di marmo bianco e grigio, le insegne dei negozi con caratteri in stile anni Ottanta, le grandi vetrate opacizzate che lasciavano filtrare una luce piatta e lattiginosa.
Davide non ricordava quel posto.
Sua madre, quando gliel'aveva mostrate, aveva detto che sì, certo, ci andavano spesso quando abitavano a Sesto San Giovanni. Si chiamava Centro Commerciale Mosaico. Era stato demolito nel 1999.
Davide aveva cercato su Google. Non aveva trovato niente. Nessuna immagine, nessun articolo, nessuna menzione. Come se il posto non fosse mai esistito.
Aveva iniziato a cercare su archivi fisici, nelle biblioteche, sui giornali locali dell'epoca. Niente. Il Centro Commerciale Mosaico non lasciava tracce da nessuna parte.
Dopo tre settimane di ricerche, aveva deciso di andare a Sesto San Giovanni a cercare il luogo in cui sarebbe dovuto sorgere.
L'aveva trovato il secondo sabato di ottobre.
Non il posto dove era stato demolito — il centro commerciale stesso.
Era in una strada secondaria tra la via Milanese e la via Risorgimento, in mezzo a un'area industriale che avrebbe dovuto essere completamente diversa. Davide lo aveva riconosciuto prima ancora di vederlo: aveva sentito l'odore. Una combinazione precisa di plastica tiepida, aria condizionata ferma e qualcosa di dolciastro che non riusciva a identificare. Un odore che non aveva mai consapevolmente ricordato ma che il suo cervello aveva riconosciuto prima che lui potesse pensarci.
L'ingresso era aperto. Le porte automatiche a vetri si erano aperte al suo avvicinarsi, anche se non c'era nessuna fonte di energia visibile dall'esterno.
Dentro, tutto era esattamente come nelle fotografie. Il pavimento di marmo bianco e grigio. Le insegne con i caratteri anni Ottanta, perfettamente illeggibili, come se le parole non volessero essere lette. Le vetrate opacizzate che lasciavano filtrare quella luce che non proveniva da nessun sole.
I negozi erano vuoti ma non abbandonati. Gli scaffali erano pieni. I vestiti appesi, gli elettrodomestici esposti, i giocattoli nelle confezioni originali, tutto al suo posto — ma tutto sbagliato in un modo che Davide non riusciva a specificare. Come una fotocopia di una fotocopia di qualcosa che era stato reale una volta.
Non c'era nessun altro.
Davide aveva camminato per quaranta minuti nel centro commerciale. Aveva contato i piani: due, più un piano interrato che dalle scale sembrava non finire mai. Aveva cercato un'uscita di sicurezza e ne aveva trovate tre, tutte murate dall'interno con materiale che sembrava cemento ma non lo era — era più morbido, e cedeva leggermente alla pressione come se respirasse.
Poi, all'improvviso, aveva sentito la musica.
Era la stessa musica di sottofondo che aveva nel centro commerciale quand'era bambino — lo aveva capito in quel momento, riconoscendola, anche se non avrebbe potuto dirla prima di sentirla. Una musica da ascensore anni Novanta, anonima e neutra, che proveniva dagli altoparlanti che costellavano il soffitto.
E poi aveva visto la giacca.
Su una sedia di plastica arancione, al centro di una piazzetta interna tra due gallerie commerciali, c'era una giacca a vento. Arancione. Taglia per bambino di sei anni.
Davide si era fermato. Aveva guardato la giacca per un tempo che non sapeva misurare.
Poi aveva fatto quello che era giusto fare: si era girato, aveva camminato verso l'ingresso principale senza correre, aveva attraversato le porte automatiche, e non si era voltato fino a quando non era stato in macchina con il motore acceso.
Era uscito dall'area industriale. Non aveva mai guardato il navigatore.
A casa, aveva cercato di trovare su Google Maps la strada in cui credeva di aver parcheggiato. La via Milanese e la via Risorgimento a Sesto San Giovanni ci sono, le aveva trovate subito. Ma l'area industriale tra le due, quella con il centro commerciale, era un campo vuoto. Lo era sempre stata, stando alla cartografia satellitare più vecchia che aveva trovato.
Le fotografie sul suo telefono, quelle che era sicuro di aver scattato dentro, mostravano solo il campo vuoto.
La giacca nella foto era comunque lì, sulla sedia arancione, in mezzo all'erba alta.
Davide ha deciso che quella potrebbe essere un'anomalia fotografica.
Ci crede ancora. Per ora.


