
Il primo scatto venne male perché Luca starnutì proprio mentre il pullman saliva l’ultima curva. Nella fotografia rimase una striscia grigia di finestrino, il profilo verde scuro della collina e, in mezzo al mosso, una fila di persone ferme sul ciglio della strada. Nessuno ci fece caso lì per lì. La professoressa Hargreaves stava contando gli zaini, l’autista bestemmiava piano contro la nebbia, e noi avevamo l’odore di panini schiacciati e giacche bagnate addosso.
Eravamo in gita a Pendle Hill il 20 agosto, data scelta dal dipartimento di storia perché combaciava con una lezione sui processi per stregoneria del 1612. La professoressa, che insegnava inglese e storia locale con la stessa voce bassa con cui altri leggono le previsioni del tempo, aveva aggiunto un dettaglio laterale: anche H. P. Lovecraft era nato il 20 agosto, molto più tardi e lontano, a Providence. “Due paure diverse nello stesso giorno”, disse. “La paura del cielo troppo grande e quella del vicino di casa.” Rise solo lei.
La foto che non doveva riuscire
Il compito era semplice: camminare fino al sentiero di Barley, fotografare tre punti indicati sulla mappa e scrivere una relazione su come i luoghi reali diventano leggenda. Io avevo una compatta digitale ereditata da mio fratello, con lo sportellino delle batterie tenuto chiuso da un pezzo di nastro nero. Ogni volta che premevo il pulsante, la macchina impiegava un secondo di troppo e registrava il mondo come se qualcuno lo avesse tirato di lato.
Le foto riuscite mostrarono quello che avevamo visto: erba fradicia, muretti a secco, pecore con il muso sporco, scarpe infangate fino alla caviglia. Le foto mosse mostrarono altro. Non fantasmi trasparenti, non volti urlanti, niente che somigliasse ai film. Persone intere, vestite di scuro, ferme nei punti in cui pochi secondi prima non c’era nessuno. Una donna con il cappuccio legato sotto il mento. Due ragazzi scalzi vicino a un cancelletto. Un uomo alto, senza cappello, che guardava sempre verso la macchina fotografica anche quando il paesaggio gli tremava intorno.
Me ne accorsi durante la pausa pranzo, seduto sul gradino umido del centro visitatori. Avevo ingrandito una foto per ridere della faccia di Matteo, venuta lunga e bianca come una candela sciolta. Dietro di lui, sul pendio, c’erano sei figure in fila. Erano più nitide del resto. Matteo giurò che dietro di lui c’erano soltanto Sara e il professore di scienze, ma Sara era nella foto successiva, dall’altra parte del gruppo, con un sacchetto di patatine in mano. Il professore di scienze non portava una gonna lunga fino agli stivali.
Quelli che apparivano solo quando sbagliavamo
All’inizio pensammo a un riflesso, poi a una famiglia di escursionisti. La professoressa guardò lo schermo della compatta senza prenderla in mano, come se il contatto potesse obbligarla a riconoscere qualcosa. Disse che Pendle attirava turisti vestiti in modo teatrale, soprattutto attorno agli anniversari, e che non bisognava cercare storie dove bastava una spiegazione noiosa. Subito dopo mi chiese di non cancellare nulla.
Fu lei a proporre la prova. Ci dispose davanti al muretto con la targa informativa e fece scattare a tutti una foto ferma, poi una foto mossa: “Muovete il polso all’ultimo, quanto basta per rovinare l’immagine.” Nelle foto ferme c’eravamo noi, tredici studenti, due docenti, un cartello lucido di pioggia. Nelle foto mosse compariva una quattordicesima ragazza, bassa, capelli incollati alle guance, grembiule scuro senza bottoni. Stava accanto a Giulia e le teneva due dita sul polsino del giubbotto.
Giulia non urlò. Fece una cosa peggiore: cominciò a strofinarsi il polso in silenzio, sempre nello stesso punto, finché la pelle diventò rossa. Quando la professoressa le chiese se si sentiva bene, rispose che qualcuno l’aveva trattenuta un momento prima dello scatto. “Non forte”, disse. “Come quando una persona anziana vuole dirti qualcosa e non trova la voce.” Il vento passava tra i muretti con un fischio sottile, simile al respiro di un bollitore prima che l’acqua prenda davvero a urlare.
Le immagini ferme conservavano il ricordo della classe; quelle sbagliate sembravano conservare ciò che la collina voleva aggiungere.
Il registro degli assenti
La svolta arrivò quando tornammo al pullman. L’autista, un uomo grosso con una giacca catarifrangente troppo pulita, ci contò due volte e disse che mancava qualcuno. La professoressa rise male: eravamo tutti lì. Lui indicò il foglio fissato al cruscotto, il registro consegnato dalla scuola. I nomi erano quindici, non tredici. In fondo, sotto il mio, comparivano due righe scritte con una penna diversa: Alice Nutter e Thomas Potts. La professoressa strappò il foglio con una calma così violenta che il nastro adesivo rimase attaccato al parabrezza.
Non erano nomi inventati. Li aveva pronunciati lei stessa durante la lezione del mattino: Alice Nutter, una delle persone giustiziate dopo i processi di Pendle; Thomas Potts, l’uomo che rese famosa la vicenda pubblicando il resoconto giudiziario. Solo che nel nostro registro non dovevano esserci. Nessuno di noi li aveva scritti. L’autista sosteneva di aver ricevuto il foglio dalla segreteria, piegato in quattro, prima della partenza. Il bordo inferiore era bagnato, anche se il resto della carta era asciutto.
Chiamammo la scuola, ma sulla collina il segnale andava e veniva. Ogni volta che la chiamata cadeva, la compatta si accendeva da sola. Lo schermo mostrava l’ultima foto mossa, poi la precedente, poi un’immagine che nessuno ricordava di aver scattato: il pullman visto dall’esterno, noi dietro i vetri appannati, e accanto alla porta due persone in attesa. L’uomo alto senza cappello teneva in mano un libro nero. La ragazza con il grembiule guardava il posto vuoto dietro l’autista.
La collina nella memoria sbagliata
Partimmo prima del previsto. La professoressa ordinò di spegnere telefoni e macchine fotografiche, ma lo disse con la voce di chi sa che un divieto arriva sempre dopo il danno. Durante la discesa, ogni curva sembrava uguale alla precedente. I finestrini riflettevano i nostri volti e, dietro i riflessi, una folla sottile lungo il ciglio della strada. La vedevamo solo quando il pullman sobbalzava. Se fissavamo il paesaggio da fermi, c’erano soltanto nebbia, erba e pietre.
A metà strada Luca vomitò nel sacchetto del pranzo. Non per il mal d’auto, disse. Aveva guardato una foto scattata per errore mentre il pullman accelerava. Sullo schermo c’era la classe seduta nei sedili, ma nessuno aveva il viso al posto giusto: le nostre facce erano spostate di qualche centimetro, come maschere trascinate. Solo i due nomi aggiunti al registro avevano un volto nitido. Alice sedeva dietro Giulia. Thomas era in piedi nel corridoio, una mano sullo schienale dell’autista, gli occhi rivolti verso di me.
Quando arrivammo a scuola, la segreteria negò di aver inserito quei nomi. La professoressa consegnò la compatta al preside e chiese che venissero salvate le immagini. Due giorni dopo mi restituirono la macchina senza scheda. Dissero che era danneggiata, che i file erano illeggibili, che probabilmente l’umidità aveva corrotto tutto. Fu una spiegazione pulita, amministrativa, quasi gentile. Poi Giulia mostrò il polso: due lividi sottili, paralleli, esattamente dove la ragazza del grembiule l’aveva toccata nella foto mossa.
Quello che resta dopo lo scatto
Conservo una sola immagine, perché l’avevo inviata a Matteo prima che ci sequestrassero le schede. È pessima: il cielo è un grumo scuro, il prato una strisciata verde, i nostri corpi sembrano cancellati da una mano nervosa. Sullo sfondo, però, la collina è perfettamente a fuoco. Non come un luogo reale, piuttosto come una fotografia dentro la fotografia. In cima ci sono molte persone. Alcune guardano verso di noi. Altre guardano qualcosa alle nostre spalle, qualcosa che nella parte ferma dell’immagine non esiste.
Da allora non mi fido delle foto riuscite. Sono troppo educate, troppo disposte a confermare il mondo così come lo ricordiamo. Le foto sbagliate, quelle mosse, quelle che cancelleresti senza pensarci, trattengono invece il secondo in cui la realtà perde l’equilibrio. Pendle Hill non appare a chi la osserva bene. Appare quando la mano trema, quando l’obiettivo slitta, quando il ricordo non riesce a chiudersi in tempo. E se guardi abbastanza a lungo uno scatto venuto male, prima o poi ti accorgi che qualcuno, dal bordo dell’immagine, sta aspettando che tu sbagli di nuovo.


