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Protocollo Ginevra per ricostruire un compagno

Un dossier anonimo promette di ricostruire il compagno perduto usando fotografie, scuse mai dette e un tessuto senza proprietario.

Pubblicato 30 Agosto 2026 13:05 9 minuti di lettura
Protocollo Ginevra per ricostruire un compagno

La busta arrivò senza francobollo dentro la cassetta degli strumenti, tra una pinza arrugginita e una scatola di fusibili che mio padre non aveva mai buttato. Non era sigillata con la colla, ma con tre punti di sutura neri passati nella carta, regolari come quelli che chiudono una ferita piccola e inutile. Sul davanti c’era scritto soltanto il mio nome, Enea, in una grafia che imitava quella di Matteo quando lasciava biglietti sul frigorifero: inclinata a destra, impaziente, quasi sempre senza accenti.

Matteo era morto da nove mesi, e in nove mesi avevo imparato che il lutto non chiede miracoli: chiede istruzioni. Dove mettere le scarpe che conservano ancora la forma del piede. Come rispondere agli amici che smettono di chiamare perché la tua tristezza non ha più una scadenza sociale. In quale cassetto nascondere le fotografie in cui una persona ride senza sapere di essere già diventata prova. La busta prometteva proprio questo, con la crudeltà serena dei manuali ben scritti: Protocollo Ginevra per la ricostruzione di un compagno compatibile.

Il documento cucito

Dentro trovai dodici fogli battuti a macchina, numerati a mano, e una scheda introduttiva che citava il 1816, Villa Diodati, temporali sul lago, conversazioni sulla materia viva e sulla colpa. C’erano nomi veri, messi lì con precisione abbastanza sobria da non sembrare una truffa: Mary Wollstonecraft Shelley, nata il 30 agosto 1797, autrice di Frankenstein; or, The Modern Prometheus; il romanzo nato da un immaginario di scienza, lutto e responsabilità; la creatura come figlio rifiutato, non come mostro spontaneo. Poi la voce cambiava. La storia letteraria finiva. Cominciava il metodo.

Il protocollo sosteneva che non si ricostruisce un essere umano partendo dal corpo, ma dalle scuse che gli sono state negate. Ogni fase aveva un titolo freddo: raccolta dell’immagine stabile, isolamento della voce perdonabile, innesto del tessuto non dichiarato, prova di compagnia in stanza chiusa. Diceva di scegliere una persona amata, mai una persona odiata, perché l’odio è già una forma di presenza e non ha bisogno di carne. Diceva anche di non usare fotografie digitali ritoccate: “la menzogna visiva genera arti obbedienti ma volti ostili”. Lessi quella frase cinque volte e sentii il frigorifero smettere di ronzare.

Avrei dovuto bruciare tutto. Invece misi i fogli sul tavolo, allineati sotto la lampada gialla della cucina, e cominciai a distinguere le istruzioni plausibili da quelle impossibili. Servivano sette fotografie non pubbliche di Matteo, una registrazione in cui pronunciasse il mio nome senza rabbia, un oggetto che avesse trattenuto il calore della sua mano e tre scuse scritte da me, mai spedite, mai lette da nessun altro. L’ultima voce era in corsivo: una porzione di tessuto non dichiarato, purché non appartenga al defunto.

Le sette fotografie e le tre scuse

Non chiamai la polizia perché non esiste un numero per denunciare una promessa vergognosa. Scelsi le fotografie da una scatola di latta: Matteo davanti al portone di via Pammatone, Matteo addormentato sul treno per Ventimiglia, Matteo con una tazza scheggiata in mano, Matteo che guardava il mare senza accorgersi dell’obiettivo. Ogni immagine, secondo il documento, doveva essere appoggiata a rovescio per una notte intera, così che il volto “smettesse di comportarsi da ricordo e accettasse la funzione di stampo”. Scrissi le scuse su carta bianca: per l’ultima telefonata interrotta, per l’ospedale lasciato troppo presto, per quella frase crudele — sei sempre malato anche quando guarisci — che gli avevo detto due settimane prima dell’incidente.

La registrazione la trovai in un messaggio vocale dimenticato. Durava undici secondi. Matteo diceva: “Enea, compra il pane, ma quello vero, non la gomma del supermercato”. Rideva alla fine. Non era perdono, ma il protocollo non chiedeva perdono: chiedeva compatibilità. L’oggetto fu la sciarpa grigia che aveva perso odore e guadagnato una pesantezza strana, come se le fibre avessero assorbito non il suo corpo, ma l’assenza. Restava il tessuto non dichiarato. Passai due giorni a convincermi che quella voce fosse metaforica. Il terzo giorno, sul pianerottolo, trovai un barattolo da laboratorio avvolto in giornale francese.

Non c’era etichetta. Dentro, sospeso in un liquido opaco, galleggiava qualcosa di pallido e piegato, non più grande di una noce. Non sembrava un organo; sembrava un pezzo di lingua che aveva rinunciato a parlare. Il documento prescriveva di non domandarne l’origine. “Dichiarare il tessuto”, spiegava, “significa restituirlo al suo proprietario. Il compagno ricostruito deve nascere da ciò che nessuno reclama”. Quella notte sognai Mary Shelley seduta nella mia cucina, non giovane e non antica, con le mani pulite e uno sguardo stanco. Non mi accusava. Mi osservava come si osserva qualcuno che apre una porta già descritta in un libro e finge di non riconoscerla.

La vasca di riscaldamento

La vasca non era una vasca. Era il lavabo del bagno, riempito con acqua tiepida, sale grosso e il contenuto del barattolo, che si sciolse senza sciogliersi davvero. Le fotografie andarono sotto lo specchio, fissate con nastro di carta. Le scuse, arrotolate, dovevano essere inserite nello scarico, “affinché il rimorso impari a risalire”. Accesi il vocale di Matteo in ripetizione. Ogni undici secondi diceva il mio nome, e ogni volta il bagno sembrava diventare più piccolo: piastrelle più vicine, tenda della doccia più pesante, lampadina più bassa.

Alle 02:17 l’acqua tremò. Non come quando passa un camion, ma come una pelle che sente freddo. Dal foro dello scarico uscì un filo scuro, simile a capelli bagnati. Poi un secondo. Poi molti. Si intrecciarono alla sciarpa grigia, che avevo appoggiato sul bordo del lavabo, e la tirarono dentro senza bagnarla. Sentii il messaggio vocale incepparsi: “Enea, compra il pane, Enea, compra il pane, Enea”. Il protocollo diceva di non interrompere la riproduzione prima che la nuova voce chiedesse permesso. Nessuna nuova voce chiese permesso. Dal lavabo emerse una mano.

Stanza di deposito biomedico con fotografie sparse, registratore e una figura coperta da un lenzuolo sotto luce freddaNel punto centrale del protocollo, gli oggetti smettevano di ricordare Matteo e cominciavano a collaborare tra loro.

Non era la mano di Matteo. Aveva le dita lunghe di mia madre, le nocche gonfie di mio padre, un taglio sul palmo che apparteneva a me: me lo ero fatto da bambino aprendo una scatoletta di tonno. Ma quando toccò il bordo del lavabo, lo fece con il gesto di Matteo, pollice prima, come se cercasse sempre la solidità delle cose prima di fidarsi. Poi venne il braccio, poi una spalla, poi un volto incompleto che lo specchio rifiutò per qualche secondo. La superficie rifletteva soltanto il bagno vuoto, e io ero lì davanti a qualcosa che respirava senza avere ancora deciso con quale memoria.

La prima compagnia

La creatura non assomigliava a Matteo abbastanza da farmi felice, ma abbastanza da impedirmi di urlare. Aveva la sua altezza approssimata, il suo modo di inclinare la testa quando non capiva, una cicatrice sotto il mento copiata male. Gli occhi erano il problema: non due occhi, ma due tentativi di scegliere tra fotografie diverse. Il protocollo raccomandava la prima prova di compagnia in una stanza senza specchi, con pane fresco, acqua e una domanda semplice. Lo portai in soggiorno. Camminava come chi ha imparato da descrizioni altrui. Si sedette sul divano di Matteo senza che glielo indicassi.

Gli chiesi se aveva fame. Rispose con la voce del messaggio vocale, ma rallentata, attraversata da una seconda gola. “Quello vero,” disse. Mi misi a piangere. Non per la gioia: per l’obbedienza oscena con cui una frase domestica era stata trasformata in prova di vita. Tagliai il pane, gli porsi una fetta. Lui la annusò, la strinse tra le mani e la accostò al petto, come se il nutrimento fosse una cosa da assorbire per nostalgia. Poi indicò le tre scuse, che avevo recuperato dallo scarico e lasciato sul tavolino, gonfie d’acqua e quasi illeggibili.

“Queste non sono per me,” disse. La voce era più limpida adesso. “Sono per tenerti intero.” Fu allora che capii l’inganno: il protocollo non ricostruiva un compagno. Ricostruiva il bisogno di un compagno usando tutto ciò che avevo intorno, compresi i vivi. Il tessuto non dichiarato non era materia neutra. Era una parte di qualcuno che non poteva più reclamarsi, ma continuava a portare addosso fame, paura, abitudini. La creatura guardò la porta del bagno con desiderio e disgusto. “Lì dentro,” disse, “ci sono altri nomi.”

La clausola di abbandono

Rilessi l’ultima pagina solo all’alba. La clausola era stata nascosta sul retro, in caratteri minuscoli, come le condizioni di un contratto telefonico: se il ricostruito mostra tratti non appartenenti al richiesto, evitare correzioni; l’errore è la prova della riuscita. Ogni compagno perfetto contiene qualcuno che non avete amato abbastanza da riconoscerlo. Sotto, una nota citava ancora Frankenstein, ma non come decorazione gotica. La creatura di Shelley non faceva paura perché cucita dai morti; faceva paura perché chiedeva responsabilità a chi l’aveva chiamata al mondo e poi aveva distolto lo sguardo. Io avevo fatto esattamente questo prima ancora di cominciare.

La creatura si alzò quando pronunciai il nome di Matteo. Non reagì al nome. Reagì al tono, come un cane ferito. Mi chiese una fotografia che non fosse di lui. Non capii. Allora indicò il mobile basso, dove tenevo gli album di famiglia. Scelse una foto di me a sei anni, in cortile, con mio padre dietro e una donna sfocata sullo sfondo. Non ricordavo quella donna. La creatura la toccò con un dito ancora umido. “Lei,” disse, e nel dirlo la sua bocca prese una forma che non veniva da Matteo. “Mi ha prestato la parte che ti mancava.”

Bruciai il documento nel lavello, ma la carta cucita non bruciò bene. Le frasi si annerirono lasciando intatte alcune parole: compagno, scusa, tessuto, dichiarare. La creatura non cercò di fermarmi. Restò vicino alla finestra, avvolta nella sciarpa grigia, a guardare Genova diventare chiara sopra i tetti di ardesia. Sembrava meno Matteo a ogni minuto e più una folla ridotta a una persona sola. Quando le chiesi cosa volesse, rispose con una frase che nessuno dei miei morti avrebbe usato: “Essere restituito senza essere disfatto”.

Quello che rimane sul tavolo

Non ho trovato un finale pulito, e diffido dei racconti che lo fingono. Ho affittato una stanza senza specchi sopra una panetteria di via Balbi. La creatura vive lì da cinque settimane. Compra pane vero, sempre troppo, e lo lascia indurire sul davanzale. Non parla quasi mai di Matteo. A volte, però, ride con la sua risata esatta, e io devo sedermi perché il corpo tenta ancora di credere prima della mente. Altre volte scrive nomi che non conosco su foglietti minuscoli: Adele, Rosario, M., il bambino del secondo piano. Li piega in quattro e li infila nelle crepe del muro.

Ogni 30 agosto ricevo una nuova busta, anche se ho cambiato serratura, quartiere e numero. La grafia imita sempre meglio quella di Matteo, ma adesso so riconoscere la differenza: le lettere non vogliono somigliargli, vogliono convincermi che somigliare basti. Non apro più i plichi. Li porto alla creatura. Lei sfila i punti di sutura con pazienza e legge in silenzio, poi mi dice quali scuse non sono mie e quali fotografie devono tornare ai loro proprietari. L’ultima busta conteneva soltanto una pagina bianca e un barattolo vuoto. Sul fondo del vetro, graffiata dall’interno, c’era una frase senza firma: il prossimo compagno ti ricostruirà al posto suo. La creatura lo ha guardato a lungo, poi ha chiuso la mano sul barattolo fino a spaccarlo. Dal taglio non è uscito sangue, ma acqua tiepida e sale. Per la prima volta, con una voce che non apparteneva a Matteo né a nessun altro, mi ha chiamato creatore. Non come un’accusa. Come un avviso.

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Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.