Horror

Il casellante dell'ultima galleria

Non c'è più una rotaia lucida su tutta la vecchia diramazione che saliva verso Borgo Fosco, eppure chi abita ancora quei crinali giura che l'ultima galleria della linea non abbia mai smesso di respirare.

Pubblicato 30 Settembre 2026 20:00 7 minuti di lettura
Il casellante dell'ultima galleria

Non c'è più una rotaia lucida su tutta la vecchia diramazione che saliva verso Borgo Fosco, eppure chi abita ancora quei crinali giura che l'ultima galleria della linea non abbia mai smesso di respirare. La tratta fu chiusa quasi mezzo secolo fa, quando il traffico calò a un treno alla settimana e poi a nessuno, e i binari furono lasciati dove stavano, a farsi inghiottire da muschio e radici. Della stazione di testa restano solo le fondamenta, ma il tunnel che attraversa il monte, la Galleria di Pietrarsa, è ancora lì, intatto, buio, e secondo chi ci è cresciuto accanto, tutt'altro che vuoto.

La galleria misura poco più di ottocento metri, scavata a mano negli anni in cui la ferrovia doveva collegare le cave dell'Appennino alla pianura. Per decenni fu l'ultimo tratto sorvegliato prima del capolinea, e a pochi passi dall'imbocco settentrionale sorgeva un casello di pietra a due stanze, con un piccolo orto sul retro e un lampione a petrolio appeso al muro. Era la casa di chi doveva controllare che nessuno restasse dentro il tunnel quando passava l'ultimo convoglio della sera, e chi ci abitò più a lungo di tutti fu un uomo che a Borgo Fosco chiamavano semplicemente il casellante.

Si chiamava Adelmo Serra, e stando ai pochi che lo ricordano ancora non aveva famiglia oltre a quella galleria. Viveva solo, mangiava quello che coltivava, e passava le notti a percorrere il tunnel avanti e indietro con la sua lanterna, controllando le traversine, ascoltando il monte. Diceva che una galleria va tenuta d'occhio come un animale che dorme: se smetti di guardarla, ti accorgi troppo tardi che si è svegliata. Nessuno, a Borgo Fosco, ha mai saputo dire con certezza da quanti anni facesse quel mestiere prima che la linea chiudesse.

Quando arrivò l'ordine di dismissione, gli operai smontarono gli scambi a valle e portarono via quello che si poteva rivendere, ma nessuno si prese la briga di salire fino al casello per dirlo ad Adelmo di persona. Si racconta che l'abbia saputo da un cartello lasciato all'imbocco, o forse dal silenzio che si allungava di settimana in settimana, senza più il rombo lontano di un treno in salita. Fatto sta che non se ne andò. Restò nel casello, restò a percorrere la galleria ogni notte con la sua lanterna, come se il suo turno non fosse mai finito davvero.

È da lì che nasce quello che a Borgo Fosco chiamano ancora oggi, con un misto di scherno e prudenza, la storia del casellante. Chi attraversa la Galleria di Pietrarsa dopo il tramonto racconta di sentire un dondolio metallico, come una lanterna appesa che oscilla senza vento, e sotto ai propri passi un secondo passo che non è un'eco, perché non rispetta il ritmo giusto per esserlo. Alcuni parlano di un odore di petrolio bruciato in un luogo dove non arde più nulla da decenni. Altri, semplicemente, dicono di aver sentito qualcuno chiamarli per nome senza che nessuno, in quel buio, potesse conoscerlo.

I più anziani del paese non entrano più nel tunnel neppure di giorno, e quando devono passare di lì preferiscono il sentiero più lungo sul crinale. I ragazzi, naturalmente, fanno l'opposto: ogni estate qualcuno organizza una sfida a chi arriva più vicino al centro della galleria prima di scappare, e ogni estate qualcuno torna indietro prima del previsto, giurando di aver visto un bagliore fermo a metà strada, troppo basso per essere una torcia, troppo costante per essere un riflesso.

Ho sentito questa storia per la prima volta da mio nonno, che aveva conosciuto Adelmo da ragazzo, quando ancora si andava a piedi fino al casello a portargli il pane in cambio di qualche uovo. Diceva che era un uomo taciturno ma gentile, mai scorbutico con i bambini, e che l'unica cosa che lo faceva innervosire era vederli giocare troppo vicino ai binari nella galleria. «Quel buco non perdona la distrazione», ripeteva sempre, secondo mio nonno, come se lo sapesse per esperienza diretta e non solo per mestiere.

Luce fioca e vacillante, traversine di legno consumate a terra.Luce fioca e vacillante, traversine di legno consumate a terra.

Fu proprio mio nonno, molti anni dopo, a raccontarmi come finì. Un inverno, quando ormai la linea era chiusa da tempo e nessuno saliva più fin lassù se non lui per abitudine, smisero di vedere il fumo del suo camino. Quando qualcuno finalmente si decise a controllare, il casello era vuoto e freddo, e di Adelmo restava soltanto la lanterna, spenta, appoggiata a metà della galleria, esattamente nel punto in cui il binario forma una leggera curva e la luce dell'esterno smette del tutto di arrivare. Nessuno ha mai saputo dire con certezza cosa gli sia successo quella notte, e a Borgo Fosco, su questo, si preferisce non insistere troppo.

Io la galleria l'ho vista con i miei occhi soltanto una volta, qualche anno fa, in una sera di fine agosto in cui la curiosità aveva vinto sul buon senso. Ero con un amico che, come me, aveva sentito la storia decine di volte senza mai crederci fino in fondo, e che proprio per questo aveva insistito per andare a controllare di persona. Arrivammo all'imbocco poco dopo il tramonto, con due torce e la sicurezza un po' fragile di chi è cresciuto lontano da queste montagne.

L'ingresso della Galleria di Pietrarsa è più stretto di quanto ci si aspetti guardandolo da lontano, un arco di pietra annerito dal fumo di locomotive che non passano più da cinquant'anni. L'aria che ne usciva era fredda anche in piena estate, densa di umidità e di quel silenzio particolare che hanno solo i luoghi costruiti per il rumore e poi lasciati muti. I binari, dove ancora c'erano, sparivano nel buio dopo pochi metri, inghiottiti da un'oscurità che le nostre torce riuscivano appena a scalfire.

Camminammo per quello che sembrò molto più di ottocento metri, contando le traversine sotto i piedi per darci un ritmo e un motivo di restare concentrati su qualcosa. Fu più o meno a metà strada, dove il tunnel curva leggermente e la luce dell'ingresso scompare del tutto alle spalle, che sentimmo il primo rumore fuori posto: un cigolio metallico, lento, regolare, come una catena o un gancio che oscilla appeso a qualcosa. Ci fermammo entrambi nello stesso istante, senza bisogno di dirlo a voce alta.

Il mio amico giurò, e giura ancora oggi, di aver visto per una frazione di secondo un punto di luce gialla, basso, fermo a una decina di metri davanti a noi, prima che sparisse come soffiata via. Io non l'ho visto, o forse l'ho visto e ho scelto di non fidarmi dei miei occhi in quel momento, perché quello che ricordo con più chiarezza non è una luce, ma un passo. Un passo singolo, pesante, sulla ghiaia tra le traversine, esattamente nel momento in cui entrambi eravamo fermi e in silenzio.

Non ho intenzione di raccontare qui cosa sia successo nei minuti dopo, non perché ci sia qualcosa di clamoroso da nascondere, ma perché quello che è rimasto nella mia memoria è più una sensazione che una sequenza di fatti: la corsa verso l'uscita, il fiato corto, la certezza irrazionale di essere seguiti da qualcuno che non aveva alcuna fretta di raggiungerci perché sapeva già che saremmo usciti da soli, con le nostre gambe, senza bisogno del suo aiuto.

Quello che so per certo è che non siamo più tornati alla Galleria di Pietrarsa, e che ogni tanto, quando qualcuno a Borgo Fosco racconta ancora la storia del casellante ai forestieri seduti al bar, io resto in silenzio, senza confermare né smentire, lasciando che la leggenda continui a vivere di vita propria, un po' più vera di quanto vorrei ammettere.

La linea non riaprirà mai, questo è certo: i fondi per farlo non ci sono, e forse nessuno a Borgo Fosco li vorrebbe comunque. Ma la Galleria di Pietrarsa resta lì, con il suo arco annerito e il suo buio che non conosce più il rumore di un treno in salita, aspettando chi ha voglia di controllare di persona se davvero, in mezzo a quei binari dimenticati, ci sia ancora qualcuno che non ha mai smesso il suo turno.

VI

Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.